Omicidio a colazione

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LA MATTINA in cui Walter Dipley mi uccide con un colpo di carabina, sto facendo colazione nella vecchia casa in legno nella tenuta del Colonnello.

E’ il 15 ottobre del 1910 e io sono seduto su uno sgabello sgangherato vicino alla parete in fondo alla cucina. Sul tavolo davanti a me c’è una ciotola di latte e un po’ di pane della sera prima.

Il colpo è sparato alle mie spalle da una Marlin Springfield calibro 22. Non mi accorgo di niente fino a quando non sento un gran bruciore nel petto. Subito dopo provo un senso di vuoto e un velo scuro cala sui miei occhi.

Il proiettile perfora il polmone destro.

Emorragia interna, pressione alterata, collassamento, deficit respiratorio.

Ma sono ancora vivo. Mi caricano su un treno speciale, tre bravi medici si danno il cambio lungo il tragitto da Conway a Springfield. Non sento nulla, solo il tormentoso dondolio del vagone sulle rotaie. Sogno di addormentarmi così, sperando di scacciare il buio che mi sta avvolgendo. Tutto attorno a me sta diventando nero.

Il treno entra nella stazione di Springfield alle 15.05. Quattro ore dopo anche i medici si arrendono. Le mie ultime parole sono per mamma.

«Sono molto stanco, portami a casa

Mio padre non merita un ricordo neppure nel momento del delirio.

L’amico e manager Wilson Mizner non vuole crederci.

«Lui non può essere ucciso. Se lo è, cominciate il conteggio. Perchè, statene certi, Stanley si rialzerà prima dell’out».

Non va così. Due giorni dopo riportano il mio corpo a Belmont, nel Michigan. Il funerale è affidato alla “Ely Paxton”, l’agenzia che sulla porta di ingresso mostra uno strano cartello.

«Per cortesia, pulitevi i piedi prima di entrare a vedere i cadaveri».

Una banda militare polacca suona tristi melodie mentre il carro funebre bianco procede a passo lento. Ci sono tante ragazze. Brave figliole che probabilmente da vivo non mi avrebbero neppure avvicinato. Ma ora stanno rendendo omaggio al mito. E alla loro curiosità.

Jewell Bovine, che dice di essere la mia fidanzata, tenta il suicidio ingerendo acido fenico. Non fa in tempo a morire, la salva il colonnello R. P. Dickerson. Altre giovani donne lanciano fiori lungo il percorso del corteo funebre.

Una volta l’anno, per ventidue anni dopo la mia morte, una piccola dedica appare sulle colonne dei necrologi del San Francisco Chronicle.

«Ketchel

Stanley

Nella memoria adorata di Stanley Ketchel, morto il 15 ottobre 1910

0.».

Il mistero resiste a lungo. Solo molto tempo dopo si scopre che quella O. sta per Olga Harting, una delle ragazze delle Ziegfield Follies. Non fatevi strani pensieri. Non siamo mai stati assieme. Ero il suo idolo giovanile e lei si è sentita in dovere di mostrare il suo affetto.

Sono sepolto all’Holy Cross Cemetry di Grand Rapids, sulla lapide c’è scritto

Stanislaus Kiecal

nato il 14 settembre 1986

morto il 15 ottobre 1910

Un buon figlio e un amico fedele

Ho appena compiuto 24 anni e la mia vita è già finita.

(da “E chiamavano me assassino. Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring” di Dario Torromeo)

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