In difesa della boxe

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UN AMICO mi ha chiesto di commentare l’ennesima campagna per l’abolizione del pugilato. Il dramma di Magomed Abdusalamov, entrato in coma il 2 novembre scorso dopo il match perso ai punti contro Mike Perez, ha scosso l’opinione pubblica. Il russo era imbattuto in 18 incontri, tutti vinti prima del limite. Pochi giorni prima il peso gallo Francisco Franky Leal era morto in seguito ai colpi subiti contro Raul Hirales, che l’aveva superato per ko 8. Un medico inglese, John Hardy dell’University College di Londra, ha pubblicato sulla rivista New Scientist un duro atto d’accusa contro questo sport chiedendo che sia vietato nel mondo.

Ho provato a rispondere al mio amico. Ho cercato di farlo tralasciando i rituali raffronti con altri sport. Football americano e hockey su ghiaccio, ad esempio. Discipline di contatto che fanno dello scontro fisico il momento principale e hanno nelle statistiche degli infortuni numeri inquietanti. Più della boxe. Ho provato a rispondere guardando dentro di me e cercando di essere il più sincero possibile.

Per prima cosa, gli ho detto, posso offrirti le parole della scrittrice americana Joyce Carol Oates: “Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a conannarla pienamente negli altri… Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

Poi, ho continuato, posso risponderti meno nobilmente con le parole che ho usato nel mio libro “E chiamavano me assassino”: “Sul ring la sofferenza è solo per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto soltanto il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato.

Sono successivamente sceso su un piano più pratico.

Nel pugilato moderno il coefficiente di rischio è stato ridotto al minimo nella maggior parte dei Paesi del mondo. Ma resta. Ed è con quel “minimo” che devono confrontarsi gli uomini di coscienza.

Il pugilato ha salvato tanti ragazzi. Non solo con la sicurezza economica che ha accompagnato il successo. Ma anche con alcuni fondamentali insegnamenti di vita.

Il rispetto delle regole e degli altri, cosa assai rara in una società moderna che perdona qualsiasi scorciatoia se finalizzata al raggiungimento del traguardo.

Il rispetto per il proprio corpo, consci che sul ring non si può bluffare.

La cultura del sacrificio, consapevoli che solo facendolo diventare parte della propria esistenza si possano realizzare i sogni.

La capacità di incanalare la forza fisica attraverso un percorso strategico che richiede intelligenza e autocontrollo.

La certezza che la paura va affrontata. La boxe è uno dei rari momenti della vita in cui vai incontro al dolore, anziché fuggirne, perché sai che è l’unico modo per riuscire a farcela.

Ma tutto questo non mi impedisce di chiedere alcuni accorgimenti a un mondo che amo, certo del fatto che le storture non siano nell’anima del pugilato quanto nei comportamenti delle persone che ne fanno parte.

Bisognerebbe togliersi dalla testa l’equazione pugilato = machismo. La boxe forma l’uomo, non lo trasforma in “macho” vocabolo che, riportando la definizione della Treccani, significa: “un uomo che tenda a esibire una virilità esagerata e appariscente, assumendo in generale atteggiamenti tali da esprimere sicurezza, forza, aggressività.

Se facessimo nostro questo punto di partenza, riusciremmo più facilmente ad accettare l’idea che spingersi oltre il limite non sia un atto di coraggio, ma un errore. Il pugile in sofferenza palese va fermato e questo possono farlo soprattutto l’arbitro ed il suo angolo.

Non mi sono mai scagliato contro uno stop anticipato.

Prendiamo il clan del pugile. Un ragazzo affida nelle mani del maestro la propria vita. Esatto, la propria vita. Perché nel corso del match spesso non ha sufficiente serenità per giudicare le sue condizioni fisiche (il 90% dei pugili a cui, durante un incontro, si chiede: te la senti di andare avanti?, risponde “sì”). Tocca al maestro capire esattamente la situazione, imporre tempi di combattimento, ma anche fermare la sfida quando pensa sia diventata troppo pericolosa. Molte delle tragedie del ring sarebbero state evitate se gli uomini d’angolo fossero stati sufficientemente accorti.

L’arbitro è l’altra persona a cui è affidato il compito di bloccare il combattimento nel caso in cui i rischi superino il lecito. Quante volte abbiamo visto un pugile subire una punizione drammatica senza che il terzo uomo sul ring intervenga?

Riducete poi la pretesa di trovarvi ogni volta davanti a una guerra. Non sto dicendo di trasformare la boxe in un match di scherma. Dico solo che non mi sembra necessario portare fino all’estremo un match, non è lecito accusare di codardia un atleta che chiede di essere fermato se non se la sente più di andare avanti. La boxe ha la sua forza nel rispetto che insegna. Per  l’avversario, per gli altri, per se stessi. Il coraggio un pugile lo dimostra già salendo sul ring. Tifosi e addetti ai lavori dovrebbero ricordarlo. Sempre. Un pugile che vince prendendo pochi colpi non è da fischiare, è da applaudire.

Infine voglio parlare dei cosiddetti “collaudatori”. Lo so, sono indispensabili nella crescita di un atleta che abbia qualità e ambizioni per arrivare in alto. Ma anche qui bisognerebbe fissare dei limiti. Girano l’Europa, il mondo, pugili che hanno una collezione infinita di sconfitte. In molti giustificano la loro presenza sul ring con il fatto che siano “bravi perdenti”, gente che cede quasi sempre ai punti. Non penso sia una giustificazione, sono invece certo sia un’aggravante. Ma credete davvero che continuare a prendere colpi match dopo match, per l’intero arco dell’incontro, sia un fatto positivo? La somma dei pugni raccolti durante 30, 40, 50 sconfitte produce quasi sempre un risultato terribile. Trasforma le statistiche in un elemento a favore di chi vorrebbe condannare alla scomparsa questo sport. E, soprattutto, rovina degli uomini. Ricordiamolo.

Il pugilato con il passare degli anni ha fatto passi da gigante nella tutela degli atleti. Resta però quel minimo coefficiente di rischio (minimo, non perché lo dica io, lo testimoniano le cifre). E allora ognuno di noi dovrebbe chiedersi se sia giusto o meno affrontarlo per avere in cambio i benefici che ho sopra esposto.

Per quanto mi riguarda ho deciso. Io sto con la boxe.

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