Autunno del 1959.
Alvin, che tutti chiamano Al, entra con un complice in una farmacia. È l’ennesima rapina della sua vita. Finisce male, il proprietario si ribella, i due lo colpiscono alla testa. Arriva la polizia. Il ferito viene ricoverato in ospedale, loro due finiscono in carcere. L’uomo muore.
Alvin “Blue” Lewis viene condannato a una pena che va da 20 a 35 anni da scontare nella prigione di Jackson State. Anche lui, come Cassius Clay, ha diciassette anni. In prigione, Al trova due dei suoi fratelli, ma scopre anche uno sport che gli piace subito. La Jackson State Prison ospita un torneo di boxe. Lewis lo vince per cinque volte consecutive. Durante la detenzione cresce molto. Adesso è alto 1.80 e pesa poco meno di cento chili. È cambiato anche nella testa.
Alvin Lewis nasce a East Detroit. Chi viene dall’inferno di Black Botton non ha molte alternative. Soprattutto se in casa le bocche da sfamare sono diciassette, quindici figli e due genitori. Da quelle parti puoi scegliere tra tre strade. Il basket degli Harlem Globe Trotters, la boxe di Joe Louis che viene qui ad allenarsi, la musica con Diana Ross a fare da apripista. Lui opta per la quarta via, quella della delinquenza.
E paga.
Forte e robusto, il pugilato in carcere gli sembra un modo per tenersi in forma e focalizzare i pensieri su un obiettivo. Dopo il quinto torneo vinto consecutivamente, Steve Eisner, un promoter locale, lo avvicina.
“Se, per miracolo, riuscissi a uscire da queste mura, vieni da me. Ti farò diventare un pugile professionista”.Al Lewis è sempre in carcere.
A inizio ‘66 nella Jackson State Prison scoppia una rivolta. I detenuti si impossessano dei locali, la violenza è padrona di ogni zona. Al salva una guardia carceraria che sta per essere uccisa. È un atto di coraggio che viene ricompensato.
Gli concedono la libertà sulla parola.
Esce di prigione.
La prima scelta della nuova vita è una visita a casa di Steve Eisner. Il promoter mantiene la parola.
Il 21 giugno del 1966 Al esordisce al professionismo e batte per ko 1 Art Miller, detto “il clown”.
Estate del ’72.

È il 19 luglio e Cassius Clay è diventato Muhammad Ali e si è ricostruito una totale credibilità. È quasi pronto per una nuova sfida al titolo. Sul ring del Crock Park di Dublino affronta Al. Un match, addirittura sulle dodici riprese.
Ali, che prende una borsa di 200.000 dollari. Arriva in città otto giorni prima del combattimento. Riceve un trattamento da re.

“Era dal giorno in cui il presidente John Fitzgerald Kennedy era venuto in Irlanda, nel 1963, che un visitatore straniero non aveva una simile accoglienza” scrive il Cork Examiner.
Incontra l’attore Peter O’Toole, il regista John Huston, il governatore della California, quel Ronald Reagan che si è battuto per non fargli restituire la licenza. Ma soprattutto viene ricevuto in Parlamento dal primo ministro Jack Lynch.
Otto giorni indimenticabili per gli abitanti di Dublino.
Uno di loro, il giornalista Dave Hannigan, ci scriverà addirittura un libro: The Big Fight, edito dalla Yellow Jersey Press e venduto per 10 sterline.

La borsa di Lewis è di 35.000 dollari.
Nel viaggio di ritorno li nasconderà in una custodia segreta della camicia. Gli serviranno per comprare una casa, completa di mobili, per la mamma. In famiglia nessuno ne aveva mai posseduta una.
Gong, si comincia.
Ali ha un record di 38-1, quello di Lewis è 27-3.

Nelle riprese iniziali del match Al se la cava, mette a segno qualche bella azione, riesce a tenere il ring. Poi, nel quinto round, un destro corto dell’ex campione del mondo lo centra alla mascella e lo manda al tappeto.
L’arbitro Lew Eskin conta fino a 9, poi fa riprendere l’incontro.
Angelo Dundee urla dall’angolo di Ali.
“Ehi arbitro, è rimasto giù più di venti secondi. Sono forse cambiate le regole?”
Eskin finge di non sentire.
Dundee ha ragione, Lewis è rimasto al tappeto per sedici secondi.
Il suono del gong che chiude il round, lo salva.

Sta per iniziare l’undicesima ripresa, Muhammad Ali è in totale controllo del combattimento. Prima che suoni il gong, guarda negli occhi il suo manager e gli dice qualche parola che è ben udibile anche da bordo ring.
“Non ce la faccio più! Devo pisciare. Ho fretta”.
Gong.
Ali balla e colpisce. Colpisce e balla.
Sinistro, sinistro, destro lungo. Gancio, sinistro, sinistro.
L’altro non ce la fa più. Le gambe gli tremano, non si regge in piedi.
Finalmente Lew Eskin si decide a fermare la sfida.
Muhammad Ali batte Al Blue Lewis per kot dopo 1:15 dell’undicesimo round.
Festa sul ring, interviste, lenta camminata verso gli spogliatoi.
Solo venticinque minuti dopo il verdetto Ali può finalmente raggiungere il bagno e soddisfare i suoi bisogni.

Da quel 19 luglio 1972 nessu pugile è più salito su un ring posto sul campo del Croke Park. Sabato la boxe torna nello stadio, Katie Taylor e Flora Pili si batteranno per il titolo mondiale unificato dei superleggeri.
TELEVISIONE. DAZN diretta dalle ore 20:00 di sabato. Il mondiale attorno alle 23:00.


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