Quella volta che ho intervistato Ali. La boxe, l’Islam, il Parkinson, la vita…

Milano, dicembre 1991.
Lui si muove a fatica all’interno del ristorante. Cammina lentamente e anche questo sembra costargli uno sforzo enorme. Il braccio sinistro trema, la spalla è bloccata da un’artrite che lo tormenta da tempo. La voce è il segnale più inquietante della presenza del Bastardo che, oltre alla salute, cerca di togliergli la dignità. Almeno su questo versante, penso sarà assai difficile che il Parkinson abbia la meglio. Ha una voce bassa, resa ancora più inquietante da un tono roco, cavernoso. Il Bastardo lo tormenta.
Ci sediamo attorno a un grande tavolo tondo. Incrocio il suo sguardo, mi accorgo che gli occhi non trasmettono più quei lampi con cui incantava il mondo. Ora la luce fatica a venire fuori. È coperta dalla cenere della sofferenza. Accanto ha la moglie Lonnie, la figlia Miwa. Poco più in là ci sono Howard Bingham, fotografo, portavoce e confidente. E il vecchio amico italiano Gianni Minà., il cui intervento ha reso possibile questa mia intervista con l’unico e solo Muhammad Ali.

C’è qualcosa nella tua carriera che non rifaresti?
“Mi sono allenato male in vista del primo match contro Joe Frazier. E sono stato giustamente punito con la sconfitta. Ho capito lo sbaglio e mi sono ripreso il titolo. Ma, sinceramente, rifarei quell’errore. Mi ha permesso in seguito di diventare l’unico peso massimo a conquistare per tre volte la corona mondiale”. 
Il primo match con Sonny Liston ha scatenato mille polemiche, molti pensano che il colpo che lo ha messo knock out non ci sia mai stato. 
“Quel pugno è stato talmente veloce che in pochi l’hanno visto. È bastato che chiudessero per un attimo le palpebre per perderselo. Ho tirato un colpo più veloce di un battito di ciglia”. 
Cosa pensi della boxe di oggi? 
“Non è bella come quella degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta. Il più bravo è senza dubbio Mike Tyson, ma in giro non ci sono più grandi campioni come Joe Frazier, George Foreman, Floyd Patterson”. Che ricordo hai dell’Italia? 
“È qui che ho ottenuto il mio primo successo importante, l’oro olimpico. Conosco poche parole nella vostra lingua. Quelle che ricordo meglio sono “bello, bello bambino”. Me le disse una donna durante i Giochi di Roma”.
Ti sei rifiutato di andare in guerra nel Vietnam. Avresti partecipato a quella del Golfo? 
“Giornali e televisioni hanno dato al pubblico americano e a quello di tutto il mondo l’impressione che io avessi solo due alternative: andare in guerra o andare in prigione. In realtà ne esisteva un’altra ed era la giustizia. Ma sembrava che non interessasse a nessun giornalista. È l’idea della guerra che non sopporto. In nessun caso. Sia essa quella del Vietnam, quella del Golfo o qualsiasi altra. Mi sono rifiutato allora, avrei fatto altrettanto dopo”. 
La religione islamica, quanto ha cambiato la tua vita? 
“Ha cambiato il modo di affrontarla. Avevo conquistato il mondo, ma non mi sentivo felice. Mi ha dato la consapevolezza di sapere chi sono, di sapere che non voglio essere quello che voi volete che io sia. Di essere libero, di essere me stesso. Ogni religione dice cose giuste, ma gli uomini fanno cose sbagliate in nome di quella religione. Mi ha portato a pregare con maggiore frequenza e intensità, a non mangiare il maiale, a non fumare, a non bere alcol. Tutto questo non ha fatto altro che rafforzare il mio spirito e fortificare il mio corpo”. 
Oggi sei malato. Come vivi questa condizione, dopo avere conosciuto lo splendore fisico? 
“Non soffro, non ho dolori. Mi tremano le mani e ho difficoltà nel parlare. Prendo due pillole quattro volte al giorno per interrompere il tremolio. Ma non ho dolori. E poi, nella prima parte della mia vita, Allah mi ha regalato talmente tanto che se adesso mi ha tolto qualcosa, la partita resta sempre almeno in parità”.
Come racconteresti la tua vita?
“A questa domanda rispondo sempre allo stesso modo, usando le parole di Malcom X. “Ho predicato la verità che può avere aiutato a combattere il cancro razzista che è nel cuore dell’America. Il merito di tutto questo è di Allah. Solo gli errori mi appartengono.”
Foreman, molti anni dopo la vostra sfida., mi ha detto: “Ali aveva qualcosa per cui combattere, oltre ai soldi e al titolo di campione. Un uomo che ha una ragione per combattere diventa praticamente imbattibile”. 
Sorride. 
“Quando l’ho affrontato io, non mi era sembrato uno stratega del ring, poi è migliorato”. 
Pochi pensavano potessi farcela. 
“Foreman era la forza, il mondo aveva bisogno di intelligenza per trionfare. Avevo detto che avrei vinto, nessuno ci aveva creduto. Avevo detto che sarebbe caduto da solo e così è stato. Il mio diretto destro, quello che aveva chiuso il match all’ottavo round, era molto buono, ma non era potente. È caduto perché aveva la sconfitta nell’anima e io avevo il trionfo nel sangue. Ero il migliore, ero invincibile.” 
In quale momento della tua vita ti sei sentito davvero campione?
“Mi sento ancora campione quando, vedendo un uomo con il viso triste, riesco a farlo sorridere”. 
Un’ultima domanda. Ali, ti manca la boxe? 
“Sono io che manco a lei”.  


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