
Dieci anni fa Muhammad Ali se ne è andato via per sempre. Da quel 3 giugno 2016, ogni giorno qualcuno lascia un ricordo, un pensiero, un oggetto sulla sua tomba al Cave Hill Cemetery di Louisville.
Sulla lapide c’è una scritta.
“Assistere gli altri è l’affitto che paghi per la tua stanza in Paradiso.”
Nn è stato il migliore di sempre, nella sua categoria Joe Louis gli è stato superiore. È stato il più popolare sportivo di ogni tempo. Ha attraversato il mondo della boxe con la forza di un vento impetuoso. E ha spazzato via tutto. Vinceva per ko, quasi sempre senza apparire brutale. Sul ring aveva il carisma di un poeta romantico, parlava un linguaggio universale, quello della bellezza del gesto. Anche per questo era amato da nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani.
Milano, dicembre 1991
È entrato nelle nostre case nell’estate del 1960, si chiamava ancora Cassius Clay. Aveva cominciato a ballare sul ring del Palazzo dello Sport romano, spiegando al mondo che anche il pugilato dei colossi poteva essere arte. Aveva vinto l’oro olimpico nei mediomassimi. Col tempo avrebbe perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.
Sa qualche parola di italiano?
“Ricordo solo “bello bambino”, me lo dicevano durante l’Olimpiade. È stata una delle più felici esperienze della mia vita”
Siamo seduti attorno a un tavolo tondo, all’interno di un ristorante di Brera. I suoi occhi non trasmettono più quei lampi che incantavano il mondo. Ora quella luce è coperta dalla cenere della sofferenza. Accanto lui, la moglie Lonnie e la figlia Miwa. Poco più in là c’è Howard Bingham, fotografo, portavoce, confidente.
Come racconterebbe la sua vita?
“Userei le parole di Malcom X. Ho predicato la verità che può avere aiutato a combattere il cancro razzista che è nel cuore dell’America. Il merito di tutto questo è di Allah. Solo gli errori mi appartengono.”
Abbiamo un accordo. Risponderà alle mie domande tramite Paolo Tufano, l’interprete che lo segue nell’avventura italiana. Non si sente sicuro della sua voce, il pudore gli impedisce di parlare in pubblico, preferisce confidarsi solo con chi sente amico. E a un amico comune mi sono affidato anch’io. L’intervento di Gianni Minà ha reso possibile l’intervista in esclusiva.
Chi potrebbe prendere il posto di Ali?
“Nessuno può imitarmi. Per essere come me devi sapere prendere decisioni importanti come quella di non andare a combattere in Vietnam o aderire alla religione mussulmana. Se fossi stato solo un pugile non sarei stato popolare come lo sono ora. La mia e quella del papa sono le facce più famose del mondo.”
Quale è il suo segreto?
“Sono nato negli Stati Uniti. Lì, fin da bambino, ti insegnano che la cosa più importante è vendersi bene”
Il titolo mondiale lo ha conquistato, quando ancora si chiamava Cassius Clay (“Il mio nome da schiavo”), contro Sonny Liston. Un ex carcerato campione dei massimi e un giovane folle pronto a sfidarlo. Non c’era pace per l’America.
Malcom X era al suo fianco.
«Questa sfida rappresenta la Verità. La Croce contro la Mezza Luna che combattono in un match professionistico. Un Cristiano e un Mussulmano che si affrontano con la televisione pronta a mandare le immagini in ogni Stato, con il mondo che aspetta solo di vedere come finirà. Credi che Allah abbia messo in piedi tutto questo, pensando che tu possa lasciare il ring senza essere il campione?»
Così era andata, ma qualcuno aveva sollevato dei dubbi.
Molti pensano che il colpo che ha messo ko Liston non ci sia mai stato.
“Quel pugno è stato talmente veloce che in pochi l’hanno visto. È bastato che chiudessero per un attimo le palpebre per perderselo. Ho tirato un colpo più veloce di un battito di ciglia”.
Ha combattuto sfide al limite della tragedia. Con Foreman nella notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.
Joe Frazier è stato il primo a batterlo, spezzando così una serie di trentuno vittorie consecutive. Poi, è arrivata la riscossa, consacrata dalle magie e dai timori della notte di Thrilla in Manila.
Esausti i due protagonisti si preparavano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.
“Angelo, cut off. Cut ’em off”.
Ali non grida, non ha la forza per gridare. La sua richiesta di aiuto arriva dal fondo dell’anima.
“Angelo tagliami i guantoni. Tagliali”.
Vuole finirla lì, ha esaurito ogni forza.
Ha le braccia appoggiate sulle corde, lo sguardo rivolto verso il basso, fissa il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.
“Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo.”
Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo al dramma. Solo così, ancora una volta, saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori.
All’altro angolo, Frazier respinge la scelta del suo maestro.
“Eddie no, EDDIE NON FARLO!”
Le grida della folla coprono le urla del pugile di Filadelfia.
Tutto finisce come la storia ci ha insegnato.
Eddie Futch chiama l’arbitro Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.
Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring. Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.
Quale è stato l’errore più grande della carriera?
“Mi sono allenato male in vista del primo match contro Joe Frazier. E sono stato giustamente punito con la sconfitta. È stato il mio avversario più forte. Ma la notte in cui mi ha battuto è cominciata la sua fine. Ha vinto una battaglia, non la guerra. ”
Ha sconfitto George Foreman a Kinshasa.
Gli ricordo le parole che Foreman ha detto molti anni dopo quella sfida.
“Ali aveva qualcosa per cui combattere, oltre ai soldi e al titolo di campione. Un uomo che ha una ragione per combattere diventa praticamente imbattibile.”
Sorride.
“Quando l’ho affrontato io, non mi sembrava uno stratega del ring, poi è migliorato. Foreman era la forza, la boxe ha bisogno di intelligenza per trionfare. Avevo detto che avrei vinto, nessuno ci aveva creduto. Avevo detto che sarebbe andato giù da solo e così è stato. Il mio diretto destro, quello che ha chiuso il match all’ottavo round, era molto buono, ma non era potente. È caduto perché aveva la sconfitta nell’anima e io avevo il trionfo nel sangue. Ero il migliore, ero invincibile.”
Non si è mai tirato indietro. Non l’ha fatto neppure quando è stato chiamato per combattere in Vietnam.
Perché ha tanta rabbia nei confronti della società americana?
“Rispondo con una domanda. Ero ragazzo, c’era una situazione razziale incredibile, tutto partiva dalla religione cristiana. Ci presentava un Gesù biondo e con gli occhi celesti, anche gli angeli erano dipinti così. Se Gesù e gli angeli fossero stati dipinti di nero, voi bianchi non vi sareste arrabbiati?”
Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.
Il Parkinson è stato il grande nemico.
Come vive questa condizione, dopo avere conosciuto lo splendore fisico?
“Non soffro, non ho dolori. Mi tremano le mani e ho difficoltà nel parlare. Prendo due pillole quattro volte al giorno per interrompere il tremolio. Ma nella prima parte della mia vita, Allah mi ha regalato talmente tanto che se adesso mi ha tolto qualcosa, la partita resta sempre almeno in parità.”
Ha la mente lucida. E questo rende ancora più acuto il dramma, perché lo obbliga a rendersi conto di quanto terribile sia non riuscire a gestire il corpo malato. Gli mancano anche le piccole cose. I giochi che faceva quando incontrava un nuovo amico, scherzi imparati da bambino.
“Mi sento un campione quando, vedendo un uomo con il viso triste, riesco a farlo sorridere.”
Faccio l’ultima domanda, la risposta arriva veloce, devastante e precisa come uno dei suoi mitici jab.
Ali, le manca la boxe?
“Sono io che manco a lei.”
Dieci anni fa ci ha lasciati l’uomo che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi, quando in fondo siamo tutti così uguali. Applausi e lacrime sono arrivati dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.
Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto.
I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.


Lascia un commento