Così la campionessa riproponeva “a modo suo” il concetto di uguaglianza …

8 marzo. 
E se provassimo a viverla come se fosse una giornata normale? 
Non c’è bisogno di una festa per ricordare al mondo quanto le donne siano importanti nella nostra società. Da tempo si sono conquistate quello che era un diritto che non avrebbe mai dovuto essere messo in discussione. La parità. Eppure, c’è ancora in giro tanta gente (uomini soprattutto) che non l’ha accettato. Così cercano, con la violenza del corpo e del potere, di respingere un concetto base della convivenza. civile.
L’uguaglianza. 
 
8 marzo.
Torno nel mio campo. Ripropongo un articolo in cui racconto una grande pugile, un’amica, Simona Galassi (sulla sua vita, assieme a Flavio Dell’Amore, ho scritto un libro: A modo mio). Ha tirato e preso cazzotti per lavoro e per passione. Se proprio devo dire qualcosa in questo giorno, lo faccio ricordando la notte in cui la romagnola ha scritto una grande pagina di sport. Alla fine ha perso di misura, ma negli occhi ho ancora le sue magie.
Parlo del mondiale contro Deborah Dionicius a Manerba del Garda. Era il 26 giugno del 2015.

Ho visto Simona Galassi boxare e ho capito ancora una volta quanto possa essere bello il pugilato. Non maschile o femminile, ma solo e semplicemente “il pugilato”. Con lei la nobile arte torna ad essere tale, vederla mi ha ricordato i poeti del ring. Ricami di colpi che sono un godimento per la vista e per lo sport.
Mi sono entusiasmato guardando come usava le corde, mi ha fatto venire in mente i grandi di questo sport. Si appoggiava, ne faceva la propria casa. Era logico che lì fosse lei a comandare, la lingua usata era quella della tecnica. E lei ne è professoressa insigne.
Si difendeva con la spalla alta e a pugno aperto, schivava e rientrava (le ore in palestra con Alessandro Duran avevano prodotto frutti generosi). Bene anche in allungo, quando portava il jab sinistro o il diretto destro dalla distanza. Meno esaltante il lavoro da vicino, negli scambi a corta distanza, lì dove Deborah Dionicius a mio avviso ha vinto il match.

E sì, perché io alla fine avevo un punto per l’argentina. Credo se lo sia conquistato soprattutto nella parte centrale della sfida, quando ha alzato il ritmo e Simona non è stata in grado di fare altrettanto. La campionessa in carica ha sbagliato molto, ma ha comunque messo a segno tanti colpi alla figura.
Ho sentito dire in giro: “Ma non facevano male”. Dico: i pugni erano puliti, regolari, da tenere in considerazione al momento di stilare il cartellino. E non erano meno incisivi di quelli della Galassi.
Certo, la romagnola è più brava. I colpi migliori sono stati i suoi. È un piacere vederla sul ring. È stato bello riscoprirla padrona della scena. Da un po’ di tempo aveva perso qualcosa. Un po’ nel fisico, ma soprattutto nella testa. Sembrava le mancasse la convinzione, la consapevolezza del suo valore. Aveva dei dubbi che la portavano a combattere come se ci fosse qualcuno che la tirasse indietro per la maglietta, le mancava serenità. Stavolta no. È stata quasi perfetta contro una rivale molto forte, ma la notte del 26 giugno ci ha ricordato che per vincere un mondiale devi essere perfetta. Il “quasi” non basta. 
A Manerba del Garda ho assistito a un grande match di boxe, molto equilibrato, quasi su un livello di parità. Uno spettacolo da applausi. Un regalo al pugilato, senza distinzioni (in questo caso inutili) tra uomini e donne. Hanno combattuto a un ritmo intenso e senza prendersi una pausa per dieci riprese, e voi state ancora a fare differenziazioni di sesso?
Vero, molte volte un verdetto così stretto viene assegnato a chi è di casa. Ma io non sono mai stato su questa linea di pensiero. Come non sono mai stato d’accordo con chi sostiene che per strappare un titolo lo sfidante deve fare molto di più del campione.

Ogni round il giudice stila un verdetto, alla fine si tira una riga, si fanno le somme e chi è davanti vince. È questa l’unica regola che conosco. Il resto è nella testa della gente, a volte (purtroppo) anche in quella dei giudici. La boxe è semplice e difficile allo stesso tempo. Non ce la faccio a gridare allo scandalo, l’ho detto anche a Simona subito dopo il match. Ma, ragazzi, bastava una sola ripresa chiusa in modo diverso e la cintura mondiale sarebbe rimasta in Italia. E questo che fa rabbia, non tutto il resto.

“La ragazzina”, come la chiama Alessandro Duran, che l’ha allenata dopo Valerio Nati, ha scritto la storia del pugilato femminile. Aveva talento, grande tecnica, determinazione, senso tattico. Una campionessa nel senso pieno della parola.
Guardavo con diffidenza le donne che salivano sul ring. Quando ho visto combattere Simona ho capito che potevo cestinare ogni pregiudizio.

(da Storia della boxe italiana, Diarkos Editore)


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