AJ è un brocco, come scrivono sui social, o un campione moderno?

Anthony Joshua non è un pugile.
Questo in sintesi il verdetto espresso dagli esperti di pugilato che popolano i social media. Per loro è pompato, brocco, debole, tecnicamente povero, incapace. Il suo incontro con Olexsandr Usyk sembrava truccato, Jake Paul scatena più interesse di lui. È lo Scardina nero. Quest’ultimo doppio insulto (per AJ e Scardina) conferma come gli esperti ignorino una regola fondamentale delle relazioni umane.
Il rispetto, prima di tutto.
Bisognerebbe usare anche una seconda regola, portare numeri e fatti a sostegno delle proprie tesi. Ma costa fatica, meglio l’insulto libero.
Tra il ritiro di Lennox Lewis (6 febbraio 2004), e l’arrivo di AJ (9 aprile 2016), sono stati (tra gli altri) campioni del mondo dei pesi massimi: Byrd, Jones jr, Sanders, Ruiz, Brewster, Rahman, Vitali Klitschko, Lyakhovich, Valuev, Maskaev, Briggs, Chagaev, Ibrajimov, Peter, Haye, Povetkin, Parker, Stiverne, Martin, Wilder. Non mi sembra di vedere nessun Rocky Marciano e tantomeno Joe Louis nella lista.
Anthony Joshua diventa campione IBF nel 2016.
Il 29 aprile 2017 batte per kot 11 Wladimir Klitschko, aggiunge al suo record le cinture WBA, IBO, restituisce popolarità e dignità alla categoria.
Il 31 marzo 2018 supera Joseph Parker e porta a casa anche la corona WBO.
Campione di quattro enti su cinque.
Passa professionista firmando un triennale con Matchroom, nel 2018 rinnova per 100 milioni di sterline. Nel giugno scorso sigla un accordo pluriennale con DAZN per 100 milioni di dollari a stagione. Nell’ultimo match contro Usyk (tra borsa, percentuali sulla pay per view e sull’incasso) porta a casa 60 milioni di dollari più altri trenta di bonus versati dalla società che ha comprato l’evento.
I soldi non li regala nessuno. Se ti danno 100, vuol dire che la tua presenza sul ring ne genera almeno il doppio.
Ho anche letto anche: Jake Paul porta al pugilato più interesse di Joshua.
Quello non è pugilato. Quelli sono spettacoli paragonabili al wrestling. Sono farse, sceneggiate. Fatti e numeri. Cinque match da professionista, cinque vittorie per ko. Contro uno YouTuber come lui, un ex giocatore di pallacanestro vicino ai 37 anni, un lottatore che a 37 anni era già fuori dal giro, e per due volte contro un ex lottatore dell’UFC a un passo dai quarant’anni. Questi gli uomini con cui è salito sul ring. Nessuno di loro aveva mai combattuto prima, nessuno di loro ha mai combattuto dopo. Jake Paul è stato l’unico contatto che hanno avuto con la boxe. Avete sbomballato le pelotas per Conor McGregor (e lì ero d’accordo con voi) che era pur sempre due volte campione del mondo UFC e applaudite Jake Paul. Fate pace con voi stessi.
AJ è campione di popolarità.
Il match contro Klitschko ha segnato 1.532.000 clienti in pay per view nel Regno Unito, record assoluto.
Quello con Joseph Parker si è fermato leggermente sotto: 1.457.000 in Gran Bretagna, più 860.000 (tra diretta pomeridiana e replica serale) negli Stati Uniti.
Le sfide con Martin e Molina hanno portato un milione di clienti in ppv.
La notte del 31 marzo 2018, per la sfida a Parker, c’erano 78.000 spettatori paganti al Principality Stadium di Cardiff per un incasso di quasi 11 milioni di sterline.
Il 29 aprile 2017 a Wembley erano in novantamila per il match con Klitschko, 50.000 biglietti venduti in quattro ore a quattro mesi dal match.
Un campione costruito?
Sul piano tecnico/atletico sicuramente. Come dovrebbero esserlo tutti i pugili. Il talento, da solo, non basta. Un aiuto lo ha avuto, se è vero che fin dall’inizio ha lavorato in un centro di allenamento con un coach, un nutrizionista, uno psicologo, un fisioterapista e un preparatore atletico. È la boxe dell’era moderna, non un punto di demerito.
Tecnicamente è bravo.
Le undici riprese contro Wladimir Klitschko lo hanno confermato. In quella sfida ha dimostrato anche personalità. Un diretto destro pazzesco, devastante. Una fucilata che lo ha spedito gambe all’aria. Il carattere gli ha consentito di rialzarsi, riprendere fiato e ricominciare. Poi, il capolavoro. Un montante destro da applausi. È il pugno dei campioni, se lo tiri devi avere coraggio, sei consapevole che ti stai esponendo in modo imbarazzante alla reazione del rivale. Lui l’ha scagliato con abilità tecnica, ottima scelta di tempo e grande potenza.
Nella rivincita contro Andy Ruiz jr gli ho visto fare cose apprezzabili sul piano tecnico/tattico. Scivolava, ballava, non concedeva punti di riferimento. L’altro non poteva portare le serie perché davanti aveva un fantasma. Era qui, era lì, era in ogni parte del ring. Ma serviva ancora qualcosa. E allora il destro del britannico scattava come una freccia. Centrava Andy al volto, lo scuoteva, lo faceva innervosire. Un match perfetto.
Popolare, preparato, grande fisico, moltiplicatore di incassi, bravo tecnicamente.
Non è Muhammad Ali e non è certamente Joe Louis. E allora? Eliminiamo tutti quelli che sono sotto quel livello? Con questo criterio di giudizio, dopo Pelè e Maradona il calcio avrebbe dovuto chiudere.
Secondo molti, dopo una sconfitta, qualsiasi campione dovrebbe vergognarsi per l’eternità. Accettano le pagliacciate, le buffonate, le farse di youtuber, influencer, vecchi campioni, lottatori e umanità varia. E spernacchiano Anthony Joshua, uno che ha vinto il titolo mondiale massimi di quattro enti, porta novantamila persone allo stadio, fa pagare 30 sterline a oltre un milione e mezzo di persone per poterlo vedere in pay per view. Uno che ha sconfitto Pulev, Kltschko, Ruiz jr, Parker, Povetkin, Breazeale, Whyte. Certo non sono Foreman, Ali, Frazier, Louis, Lewis, Holmes. Ma voi, Tyson Fury escluso, vedete in giro qualcuno che oggi possa essere sui livelli di Foreman, Ali, Frazier, Louis, Lewis, Holmes?
Ha perso due volte contro un fuoriclasse come Usyk, un massimo leggero. Vero. Ma nel secondo match ha dimostrato di avere capito la lezione. Ha disputato un buon combattimento. Ha avuto carenze di autostima, di personalità, ha pagato un eccesso di pressione. Ma è stato comunque bravo.
Anthony Joshua non è un fenomeno. Ma è un campione. Ha 32 anni, e da almeno dodici combatte ai massimi livelli tra dilettantismo e professionismo. È un catalizzatore di popolarità, interesse. Il pugilato, soprattutto quello confuso e irrispettoso di questi ultimi tempi, dovrebbe tenerselo stretto.

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