Carnera, novant’anni fa. Il mistero si nasconde sugli spalti

Forse il compito di chi ama gli uomini
è di far ridere della verità,
perché l’unica verità è imparare a liberarci

dalla passione insana per la verità.
(Umberto Eco)

Un giovedì di novant’anni fa.
Anthony parte da Hoboken con grande anticipo. Lo stadio dista solo quattro miglia da casa, ma sa che ci sarà il pieno stasera al Playgrunds Stadium di West New York e non vuole arrivare tardi.
Anthony ci ha provato, ha addirittura cambiato nome per essere un pugile professionista. È un emigrante, viene da Catania. Per gli americani gli italiani sul ring hanno una cattiva reputazione. Così è diventato Marty O’Brien e si è lanciato in quell’avventura per più di dieci anni. Non è andata bene. Alla fine ha chiuso con sei vittorie, otto sconfitte e un pari. Ma la passione è rimasta. Adesso fa il pompiere e l’amore per la boxe l’ha trasmesso al figlio, che quel pomeriggio siede in macchina accanto a lui.
Francis Albert è affascinato dai combattimenti, sta cercando di imparare. Ha 16 anni e frequenta una palestra. Presto esordirà tra i dilettanti.
Vanno a vedere una riunione con due incontri tra pesi massimi.
C’è Tony Galento, nato Dominick Anthony Galento e soprannominato Two Tons. Piccolo, robusto, una macchina da pugni. Affronta Charley Boyette.
E c’è Primo Carnera, la montagna umana. Il gigante di Sequals, dicono sia alto più di due metri. Sono due anni che si esibisce negli Stati Uniti. È accaduto tutto in fretta. Il manager Walter Friedman ha convinto Leon See. Sono andati dal boss Owen Madden, che gestisce l’attività per la mafia di New York, e hanno cominciato a lavorare.
Primo è all’oscuro di ogni manovra, lecita o meno.
In due anni ha disputato quarantacinque incontri, vincendone quarantadue.
James J. è ancora a casa, lui abita vicino allo stadio, potrebbe quasi andarci a piedi. Fa il pugile professionista, l’ultimo match è andato decisamente male. Tre giorni fa ha combattuto al Madison Square Garden Bowl di Long Island, nel Queens, New York. E ha perso ai punti in otto riprese contro Tony Shucco. Adesso cerca qualcosa che lo distragga, che gli tolga il pensiero fisso della sconfitta che occupa la sua mente. Una riunione di pesi massimi è l’antidoto migliore per disintossicarsi.
Anche Charles William ha scelto la boxe per quel giorno. Le strade di Bayonne sono dei ring a cielo aperto, solo che lì si combatte senza regole. Meglio godersi uno sport in cui c’è un arbitro pronto a farle rispettare. Ha salutato Dolores, la moglie, è salito sulla macchina di un amico e sono partiti. Hanno lasciato il New Jersey, sono entrati nello Stato di New York per poi tornare nel N.J. Dopo diciotto miglia hanno parcheggiato. Lo stadio di West New York è davanti a loro.
Tony Galento si libera in meno di dodici minuti di Charley Boyette, finito kot al quarto round. Carnera rimane sul ring per una sola ripresa in più.
“Ehi Jimmy, stasera ti tocca un vero italiano” dice l’organizzatore a Jimmy Manley. È un arbitro esperto e di italiani di seconda generazione ne ha visti e arbitrati tanti.
Tony Falco, Joey Costa, Frank Marschello, Al Ettore, Mickey Sciortini, Tony Brescia, Lou Lombardi, Carl Duva, Norman Pallardo, Lou Scotti, Charley Massera, Joe Ferrara, Michey Bottone e altri ancora. Arbitra da dieci anni, sempre nel New Jersey e quelli sono i nomi degli italo americani che salgono sui ring dello Stato.
L’avversario di Primo ha le radici nell’Est Europa, è nato a New York e vive a Brooklyn. Dicono abbia il pugno pesante.
Jerry Pavelic è stato un buon dilettante, vincitore di un Golden Glove. Buon avvio nel professionismo (tre vittorie e una sconfitta), poi l’inizio di una lenta discesa. E adesso affronta Primo Carnera, la nuova attrazione del pugilato americano.
Dopo cinquantuno secondi del quinto round, Manley ferma l’incontro.
Pavelic è appena finito knock down per l’ottava volta!
Applausi dalle gradinate.
Anthony Martin Sinatra guarda negli occhi suo figlio Frank. Il ragazzo diventerà famoso nel mondo come The Voice. Scriverà di lui il musicista Pierluca Buonfrate: “Il suo timbro è una combinazione di voce piena e di venature più aspre, sempre allo stesso livello di perfezione in tutti i registri. Ogni pezzo è cantato e recitato allo stesso tempo, con tutte le sfumature del caso, ogni parola pesa un quintale ed è perfettamente comprensibile”. E la boxe? Disputerà qualche match da dilettante, farà anche l’organizzatore. Il 23 giugno 1947 sarà il promoter di una riunione al Gilmore Stadium di Los Angeles. Sei incontri pro con il clou tenuto dalla sfida tra i pesi massimi Jersey Joe Walcott (35.000 dollari di borsa, niente male per l’epoca) e Joe Maxim. Sfida vinta ai punti con decisione contrastata da Walcott.
Frank Sinatra diventerà il manager di Cisco Andrade e gestirà una quota del peso massimo Tami Mauriello, che si batterà per il titolo mondiale contro Joe Louis il 18 settembre del ’46, venendo sconfitto per ko alla prima ripresa.
I Sinatra sono contenti. L’italiano si è fatto onore, possono tornare a casa soddisfatti.
Anche Jimmy J. Braddock, non ancora Cinderella Man, batte le mani. Il 13 giugno del 1935 supererà Max Baer, ai punti in 15 riprese, e conquisterà il titolo mondiale dei pesi massimi.
Charles tornerà a casa e per un paio di giorni tormenterà Dolores con il racconto di quello che ha appena visto. La coppia sei anni e sette mesi dopo festeggerà la nascita del secondogenito: Charles Chuck Wepner, il “vero Rocky”. L’uomo che con la sua epica resistenza contro Muhammad Ali, complice un atterramento del “più grande”, darà a Sylvester Stallone l’idea per la fortunata serie di film.
Tutti del New Jersey, tutti residenti a poche miglia dal Playgrounds Stadium di West New York dove hanno assistito a una riunione di pugilato.
Loro e altri 18.500 spettatori…
Era il 28 luglio del 1932.

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