Jimuel, il figlio di PACMAN, va a scuola da Canelo Alvarez…

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Casa Pacquiao, interno sera.
Lì, dove tutto è cominciato.

Jimuel: “Papà, voglio fare il pugile”.
Manny: “Figliolo mio è uno sport duro, fatto di sacrifici e privazioni. Puoi sceglierlo perché la povertà ti spinge a farlo, ma non credo che questo sia il tuo caso”.
Jimuel: “L’ho scelto perché lo amo”.
(voce di donna, Jinkee) “Tu mi spezzi il cuore”.
Jimuel: “Mamma, non puoi uccidere i miei sogni”.
Emmanuel, che tutti chiamano Jimuel, aveva 18 anni quando ha raccontato ai genitori quale fosse il futuro che sognava. Aveva scelto di percorrere la strada più difficile. Manny e Jinkee temevano potesse farsi male, rimanere deluso, soffrire.

“Stiamo cercando di scoraggiarlo. In casa non ci sono guanti o attrezzature da boxe. Gli ho detto che io ho cominciato a fare pugilato solo perché eravamo poveri. È stato un modo per sostenere la mia famiglia. Per lui è diverso, come può essere motivato se la sua vita va bene? Questa è la grande domanda. Ecco perché gli saremo vicini, lo controlleremo. Lo supporteremo, ma lo osserveremo da molto vicino. Gli ho detto che la boxe non è solo allenamento, ma duro lavoro. Devi avere dedizione, concentrazione. Mentalmente, fisicamente e spiritualmente'” (cit. da due interviste di Manny Pacquiao a ABS-CBN News e rappler.com).
Ottenuto il permesso, il ragazzo si è dato da fare.

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Si è allenato, preparato. E ha fatto il primo match. Anche se chiamarlo match mi sembra davvero esagerato, in realtà è stata niente più che un’esibizione in palestra ad Alabang. Era il 9 febbraio 2019. Sparring con l’amico e compagno di allenamenti Lucas Carson, arbitro il maestro. Tre round di scambi, senza cartellini, giudici o verdetto finale. Anche se qualcuno ha propagandato l’incontro annunciando un improbabile pari. Non era niente più che una sessione di guanti.
Eppure c’era tanta gente in palestra, c’erano le televisioni, i fotografi e quando il video di quei momenti è stato postato su YouTube, oltre 210.000 persone hanno cliccato per vederlo. Jimuel aveva una conchiglia protettiva rossonera con la scritta PACMAN.
Jinkee, la mamma, non si è arresa
“Hai tutto quello che puoi desiderare, perché vuoi fare il pugile?”
“Perchè ho un sogno. Voglio rappresentare le Filippine all’Olimpiade”.

San Diego, California.
Interno giorno.

Parigi 2024 è lontana, ma sognare non costa nulla. E poi, a volte, i sogni si avverano. Soprattutto se ti chiami Pacquiao e sei il figlio di uno che è stato pluricampione del mondo, una leggenda.
Jimuel è andato a San Diego, in California. È stato ospite nella palestra di Saul Canelo Alvarez, il pugile più popolare del momento. Si è allenato con lui e il suo maestro Eddy Reinoso.
Era felice come un bambino che sotto l’albero di Natale trova il regalo che inseguiva da una vita.

Manny Pacquiao voleva per lui una laurea in legge, un futuro da avvocato. E adesso fatica a convincersi che deve lasciarlo libero di percorrere la strada che ha scelto. Gli ha promesso di stargli vicino, di seguirlo passo dopo passo perché solo così potrà offrirgli la sua esperienza. O forse perché spera di mostrargli la montagna di rinunce che dovrà fare per arrivare a sognare il traguardo.
“Devo fargli capire quanto sia duro scegliere questo mestiere”.
In un’intervista televisiva si è commosso fino alle lacrime commentando il desiderio del figlio.
La mamma non si è ancora arresa.
“Non mi convincerete mai che sia una scelta giusta”.

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