Manny Pacquiao, la storia del piccolo gigante del ring

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Ha cominciato a boxare da professionista nel gennaio del ’95. Ha smesso il 21 agosto scorso. In questi ventisei anni ha vinto sei mondiali in altrettante categorie e segnato alcuni importanti primati. Il suo match contro Floyd Mayweather è il più ricco nella storia della boxe: 4,6 milioni di case collegate in pay per view per un’incasso di 400 milioni di dollari; 72,2 milioni di dollari al botteghino. In carriera ha disputato combattimenti che hanno generato 1,2 miliardi di introiti per chi li ha prodotti in ppv. I suoi guadagni (fonte Forbes Magazine) ammontano a 455 milioni di soli ingaggi.
Ha scritto la storia di questo sport, cominciando dal nulla.

Manny, quando era ancora un bambino, vendeva ciambelle e sigarette in strada. Tra i suoi clienti c’erano uomini della mala. Frequentava le vie di General Santos City, nel sud delle Filippine. Lì dove ogni giorno morivano uomini e donne, vittime della battaglia tra i separatisti islamici e il governo. Se era un giorno fortunato, Manny faceva a pugni in cortile. Si batteva a mani nude per soldi. Cento pesos, poco più di due dollari americani, per ogni sfida. Dionisia, la mamma più dura del ferro, era una donna molto religiosa. Voleva che il figlio diventasse prete. Ma faticava a controllarlo. Lei faceva lavori saltuari, vendeva verdure ai bordi delle strade, non aveva abbastanza soldi per assicurare cibo tutti i giorni ai sei bambini.
Liza e Domingo erano figli del primo matrimonio. Isidra, Alberto, Rogelio ed Emmanuel (detto Manny) erano nati dalla relazione con Rosalio. Per amore di lei era andato a lavorare in un’altra città, quando Dionisia aveva scoperto che aveva una nuova compagna, avevano divorziato.
Manny era piccolo. Faceva ancora le scuole elementari. Ma già contribuiva al bilancio familiare. In casa avevano bisogno di lui. Vendeva ninnoli lungo strade piene di buche, dove bambini mezzi nudi e dai capelli arruffati inseguivano per divertimento vecchie ruote arrugginite di biciclette.
A Manny piaceva studiare e non voleva crescere in un posto senza futuro. General Santos City, Cotabato del Sur, lo era. Aveva così cominciato a coltivare un sogno. Un giorno sarebbe diventato un pugile, sarebbe diventato ricco con lo sport. Ogni pomeriggio avvolgeva attorno alle manine dei minuscoli asciugamani e mimava le azioni che aveva visto fare agli amici più grandi. Solo molti anni dopo avrebbe capito che quei colpi sparati all’aria sarebbero diventati il cibo principale nel quotidiano menù della fatica.
La boxe, quella vera, l’ha scoperta a quattordici anni. In casa, per punirlo della sua ennesima bravata, lo avevano privato del cagnolino a cui lui era molto affezionato. Divorato dalla rabbia, Manny era entrato in una palestra e aveva deciso che lì avrebbe costruito il suo futuro.

Il primo a credere che avrebbe potuto farcela era stato Dizon Cordero, un ex pugile che da dilettante era riuscito a vestire la maglia della nazionale filippina. Gli aveva insegnato l’arte, gli aveva imposto la disciplina. Lo aveva portato in casa, dove aveva potuto assicurargli un pasto e un letto per dormire. Dopo un solo mese di allenamento il ragazzino aveva fatto l’esordio sul ring. E aveva vinto per k.o. al primo round. Il destino era già segnato…
A 16 anni era già professionista. Oggi ha in bacheca sei titoli mondiali in altrettante categorie di peso. Ha cominciato da mosca, è arrivato ai superwelter. È sposato con Jinkee, sul braccio sinistro ha tatuati i nomi della moglie e dei loro figli. Su di lui sono stati scritti due libri, è stato girato un film. Ha fatto pubblicità a detergenti, medicinali, cibo, telecomunicazioni. È stato attore e cantante. Ha presentato un famoso show televisivo e tenuto una rubrica fissa sul più popolare quotidiano delle Filippine. È entrato in politica, ha fondato un partito: People Champ’s Movement. È diventato membro del Senato filippino con la United National Alleance, prendendo oltre sedici milioni di voti. Resterà in carica fino al 2022, quando sarà uno dei candidati alle elezioni del 9 maggio per la presidenza delle Filippine.

Ama la vita notturna ed è stato al centro di qualche gossip e di uno scandalo clamoroso: la denuncia per evasione fiscale di qualche anno fa. Ma è anche uno che non dimentica le sue radici. Ha fatto e fa grandi donazioni in beneficenza. Ha fatto il giro delle zone più povere della provincia di Sarangani per distribuire derrate alimentari e medicine. A Maasim, municipalità situata nella regione di Soccskargen, ha aiutato circa duemila persone trascorrendo intere giornate impegnato nella distribuzione dei soccorsi.
È ricco e famoso. Ha guadagnato 455 milioni di dollari (fonte Forbes magazine). Ha un allevamento di galli da combattimento, è proprietario di una squadra di basket e di un’organizzazione pugilistica. Ma non si è mai dimenticato della sua gente. In preparazione del match contro Cotto ha interrotto gli allenamenti per tornare nel suo Paese sconvolto da un tifone di violenza inaudita. Si è dato molto da fare nei soccorsi, è andato in giro a distribuire medicine, ha pagato i funerali di chi non poteva permettersi di seppellire i propri cari, ha offerto soldi per comprare generi di prima necessità.
Nelle Filippine è un eroe popolare, quando combatte cala addirittura il tasso di criminalità.
Questo e altro è Manny Pacquiao, 42 anni, 166 centimetri di altezza. Un gigante del ring.

Per raccontare Pacquiao pugile, ho pensato di riproporre l’articolo che ho scritto in occasione della sua ultima vittoria. Era il 7 luglio 2019.

Il tempo è una delle variabili che regolano la nostra vita, Manny Pacquiao ha trovato la strada per gestirlo a suo piacimento. A dicembre compirà 41 anni, ieri notte ha combattuto con la freschezza di un giovanotto che ha appena intrapreso il duro cammino della boxe.
Davanti aveva Keith Thurman, pugile più  grosso, più giovane, meno toccato dai colpi dati e presi in carriera. Lo ha sconfitto ai punti, in maniera chiara, netta.
Non tanto nella dimensione del punteggio, quanto nel modo di concepire il match, di affrontare la sfida.
Alla fine i giudici hanno espresso un verdetto di split decision, due cartellini per il filippino (115-112 per entrambi), uno per lo statunitense (114-113). Io avevo due punti per Pacquiao, supercampione mondiale dei welter targati WBA.
Ma non è nella dimensione del punteggio che si vede l’impresa di un uomo che ha saputo vincere il titolo in sei differenti categorie, è nel modo in cui ha condotto il combattimento dall’inizio alla fine che è scritta la firma del campione.
Ha comandato il match con il suo jab destro, cosa di per sè strana in simile contesto. L’altro è più alto, più massiccio. Avrebbe dovuto essere lui a dettare i tempi con il diretto sinistro lungo. E invece è stata la scelta di tempo di Pacquiao, la maggiore velocità di braccia a marchiare l’incontro.
Un knock down nel primo round, gancio destro in piena mascella, ha permesso a Manny di partire nel modo migliore. Thurman è andato giù, non è sembrato accusare il colpo più di tanto, ma resta il fatto che l’ha preso e l’unico a finire al tappeto nell’intero match è stato lui.
È stato un incontro di incredibile intensità, senza un attimo di pausa, senza un secondo per riprendere fiato. Sempre con il piede sull’acceleratore, sempre in spinta.
Pressione e colpi, pressione e colpi.
Dieci anni di differenza e non sentirli. Quando superi i 40 dovresti perdere intensità, dovresti avere necessità di maggiori tempi di recupero, dovresti sentire nel finale il peso dell’età sulle braccia e nelle gambe.
Vale per molti, non per Manny Pacquiao un campione senza tempo.
È stato un bel match, uno di quelli che riportano alla mente le grandi sfide di una volta.
A Thurman è mancata la consistenza e la continuità. Ha espresso un grande pugilato, ma solo a sprazzi, solo per  qualche round. Ha tenuto il piede nella battaglia in ogni momento, ma non mi ha dato mai l’impressione di poterla dominare. Cosa che per lunghi tratti ha invece fatto Pacquiao.
Un mondiale che riconcilia con la boxe, se mai fossimo stati così ingenui da smettere di amarla. Un match incerto, vinto dal migliore. Colpi a segno, capacità di esprimersi su alti livelli per l’intero incontro.
Se  proprio qualcosa è mancata lungo il cammino è stata la perfezione nella fase difensiva. Grandi in attacco, meno in difesa. In prima fila, spettatore ammirato, c’era Floyd Mayweather: uno che sul tema avrebbe molto da dire.
Ma i fatti parlano chiaro.
Keith Thurman è appena un gradino sotto, ha perso reggendo bene la scena.
Manny Pacquiao è un fenomeno che a quarant’anni ha scritto un’altra pagina della sua leggenda.

MANNY PACQUIAO

Nato a Kibawe (Filippine) il 17 dicembre 1978
Altezza: 1.66
Peso: 66 kg.
Stato civile: sposato con Jinkee
Figli: cinque
Record: 62-8-2, 39 ko
Titoli: campione del mondo Mosca WBC, Supergallo IBF, Superpiuma WBC, Leggeri WBC, Welter WBO e WBA, Superwelter WBC.

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