Griffith, la drammatica vita di un gay nell’America degli anni Sessanta…

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Emile Griffith per noi anziani era il nemico. Bravo, un artista del ring, pugile di livello assoluto. Ma restava comunque un nemico. Lo era stato soprattutto in un evento magico, il 17 aprile del 1967. Aveva 29 anni e veniva da Saint Thomas, Isole Vergini. Non potete aver dimenticato quella notte. Attaccati alla radio. Legati a una vicenda di intimità familiare, con il vostro papà che vi aveva svegliato in piena notte per ascoltare assieme a lui la voce di Paolo Valenti che arrivava da così lontano, dall’America.
Emile aveva la vita stretta, torace da statua greca, una vocina flebile e un’ombra a fargli da compagna inseparabile. Una zona scura in cui lo regalavano i poveri di spirito, gli uomini forti solo a parole, quelli che non discutono. Quelli che accusano e decretano condanne a vita senza bisogno di confrontarsi. Quelli che hanno paura e nutrono un’avversione sfrenata per l’omosessualità. Gli omofobi, insomma.
Per il resto del mondo Emile Griffith era quello che il 24 marzo 1962 sul ring del Garden aveva incontrato Benny Kid Paret, pugile di origini cubane, in palio il mondiale dei welter.
Alla dodicesima ripresa l’aveva chiuso all’angolo, i suoi pugni lo avevano reso incosciente. La testa ed il braccio sinistro di Paret erano rimasti intrappolati nell’ultima corda. Ma Emile aveva continuato a picchiare, picchiare, picchiare. Sedici colpi alla testa, senza che l’altro potesse difendersi, senza che l’arbitro Rudy Goldstein avesse il coraggio di intervenire in quei cinque secondi che avrebbero consegnato il cubano alla morte. Paret era entrato in coma e nove giorni dopo aveva lasciato questo mondo.

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Non so quanto abbia influito l’omofobia in quella tragedia, perso però che, almeno a livello inconscio, la furia devastatrice di Griffith, sia stata esaltata da quanto accaduto la mattina alle operazioni di peso.
Norman Mailer
era stato il primo a scrivere quello che molti già dicevano nelle palestre, nei bar, nelle strade d’America. Quella mattina Paret aveva toccato il culo di Griffith e quando Emile si era girato, gli aveva urlato in faccia “maricon”, frocio. L’altro non l’aveva perdonato. Essere gay nell’America degli anni Sessanta era un lusso che potevano permettersi gli intellettuali, non certo i pugili. Lui aveva deciso di non rivelare la sua natura, quasi fosse un crimine di cui vergognarsi. Oggi è meno difficile decidere di fare coming out, sessant’anni fa significava sfidare una cultura totalmente machista che non ammetteva deroghe. Soprattutto nello sport. Ci voleva coraggio, indipendenza e nessun condizionamento. All’uomo delle Isole Vergini mancavano due requisiti su tre.
Emile aveva una vocina sottile, gli piacevano tanto i cappellini da donna. Aveva lavorato a lungo in una fabbrica sulla 39esima e il gusto per le acconciature stravaganti gli era rimasto dentro.
Senza papà, era cresciuto all’ombra di una mamma forse troppo ingombrante che si era presa anche parte della sua vita. Faceva la cuoca a Portorico, poi si era spostata a New York. Ed Emile le era sempre stato accanto.
C’era stata anche una moglie nella vita di Griffith. Una copertura, come si usava tra gli omosessuali che non volevano rivelarsi. Lei si chiamava Sadie Donastorg. L’aveva conosciuta in un locale di St Thomas, in un posto che si chiamava “Bamboshay”. Avevano ballato una notte intera, due mesi dopo si erano sposati. Lui aveva adottato Christine, la figlia di Sadie. Due anni dopo si erano lasciati.
“Sesso?”
«Poco, anzi niente. Diceva che intralciava la sua carriera», ha sempre ripetuto la signora Donastorg.
Molti anni dopo il ritiro dalla boxe, la Nbc, uno dei tre grandi network televisivi americani, ha girato un documentario. L’ha intitolato “Ring of fire”. Come gran finale ha scelto di fare incontrare al Central Park di New York il figlio di Paret e Griffith. Un abbraccio, poche parole, tante lacrime, il perdono.
Lucy non c’era. La moglie di Benny Kid Paret non ha mai perdonato.

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Sul ring Emile Griffith era dannatamente bravo. Un welter naturale che era salito di peso fino ad approdare nei pesi medi. In entrambe le categorie aveva conquistato il titolo mondiale. Sapeva fare la boxe come pochi, aveva coraggio, personalità e tecnica. E non credete a quelli che dicono non facesse male. Le sue mani piccole e quelle dita affusolate con nocche dure come noci, provocavano autentiche scosse elettriche ogni volta che andavano a segno.
La sua storia con Benvenuti è stata un romanzo in tre puntate. Sconfitta, vittoria, sconfitta. Con Nino era rimasto a lungo amico, aveva anche fatto da padrino a suo figlio Giuliano. Era con se stesso che Emile era stato sempre in guerra. Una lotta tra quello che era e quello che la gente avrebbe voluto che fosse.
Nel 1992, uscendo da Hombre, un bar frequentato soprattutto da omosessuali sulla 41esima nel West Side a New York, era stato pestato a sangue da un gruppo di delinquenti. L’avevano picchiato con mazze da baseball, preso a calci, ridotto quasi in fin di vita. Solo, con pochi soldi in tasca, aveva trascinato la sua esistenza fino a quando l’Alzheimer non l’aveva travolto, confinandolo in una demenza senile che lo aveva costretto a vivere nella nebbia della malattia. Niente più ombre, brutti ricordi, sentimenti da tenere nascosti.
Nessuno ha chiesto più nulla al grande Griffith, sino a quando il 22 luglio 2013 ci ha lasciati per sempre.
Amico di una vita, Nino Benvenuti gli è stato accanto fino a quando Emilio, come lo ha sempre chiamato il nostro campione, ha lasciato questo mondo. Aveva 75 anni, molti dei quali vissuti nel dramma di una vita che non era mai riuscito ad affrontare come avrebbe voluto.

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