Quel rivale di Foreman bloccato dalla sicurezza: “Tu contro Big George? Ma non farci ridere!”

Atlantic City, 26 giugno 1988

Mentre sorseggio il cappuccino, prendo dal tavolo accanto un giornale stropicciato, vecchio di una settimana. Una foto sulla prima pagina del tabloid attira la mia attenzione. L’hanno scattata a Roma. Una donna e un uomo nel giardino dell’Hilton Hotel, la coppia è ritratta in un atteggiamento che rivela intimità. Quell’immagine sancisce la fine di un matrimonio, Bruce Springsteen e Julianne Phillips non stanno più insieme. Lui adesso ama Patti Scialfa.
La notte prima, racconta l’articolo che accompagna lo scoop, in una Piazza di Spagna quasi deserta Bruce si è fatto prestare una chitarra da due musicisti di strada e davanti a un incredulo pubblico di una quindicina di persone (c’erano anche tre netturbini al lavoro) ha suonato I’m On Fire, The River e Dancing In The Dark.
Il Boss era a Roma per il Tunnel Of Love Tour al Flaminio.


Io sono dall’altra parte dell’Oceano, lontano da casa.
Sono ad Atlantic City. A meno di novanta chilometri da qui, direzione nord, è nato il Boss.
Carlos Hernandez vive a Union City, sempre nel New Jersey. Dall’altra parte del fiume c’è Manhattan, New York. Negli ultimi tempi la città ha subito una forte immigrazione di ispanici, così adesso la chiamano L’Havana sull’Hudson.
Carlos è arrivato da Cuba quando aveva solo dieci mesi.
Stasera combatterà ad Atlantic City. Si è messo il vestito buono, jeans e T-shirt, e si è incamminato verso il Tropicana Hotel sulla boardwalk. Si è diretto con passo lento all’ingresso atleti.
Sono da quelle parti quasi per caso. Alloggio poco distante e ho deciso di godermi il match di Foreman. Mi sento come se dovessi scusarmi per non avergli creduto. È al decimo incontro dopo il rientro, i primi nove li ha vinti tutti per ko. Domani siederò a bordo ring della Convention Hall per Tyson vs Spinks, questa sera il mio posto a bordo ring è al Tropicana.
Sono vicino all’entrata dei pugili quando sento uno scambio di parole piuttosto pesanti, il tono delle voci si alza. Due omoni discutono al limite della rissa.
Carlos Hernandez è quello che strilla di più.


“Ti ho detto che sono l’avversario di George Foreman, devo entrare altrimenti salta il combattimento principale della serata”.
“Mi dispiace, non sei nella lista. Quindi, non entri”.
“Non sarò su quella fottuta lista, ma sul ring devo esserci!”
“Tu contro Big George? Non farmi ridere”.
“Io ti faccio piangere se entro trenta secondi non mi fai entrare”.
L’omone, un dipendente della sicurezza dell’albergo, chiama via radio qualcuno all’interno.
“Qui c’è un tizio che dice di essere un pugile”
“Non dico di essere un pugile, sono un pugile!”
“Stai ancora parlando, questo vuol dire che non hai alcuna voglia di provare a entrare”
“Perché non chiedi a qualcuno che ne sappia più di te?”
Io non so se ridere o piangere. La situazione sta assumendo contorni comico drammatici. Finalmente dall’interno dell’albergo esce qualcuno che ha in mano la lista giusta.
Carlos Hernandez fa il suo ingresso al Tropicana.
Non combatte da un anno, l’ultima volta contro Donovan Razor Ruddock è stato squalificato. Ha buttato il canadese al tappeto con una mossa di lotta libera e quando l’arbitro Vincent Rainone è intervenuto, ha tentato di fare la stessa cosa anche con lui.
Ma adesso ha l’occasione giusta.
Il record non è poi così male: 18-6 con 13 successi per ko. Peccato che cinque di quelle sei sconfitte le abbia rimediate negli ultimi sei match.
Hernandez ha un fisico compatto, una muscolatura pronunciata e il faccione che lo fa somigliare a uno di quei mafiosi italo-americani che riempiono le pellicole di seconda categoria. La struttura è quella di un cruiser, ma combatte nei massimi. Rende dieci chili di peso e almeno dodici centimetri in altezza al vecchio rivale.
Mi raccomando però, nessuno pronunci la parola vecchio alla presenza di George Foreman.
“Sono vecchio, ma sono come il vino che invecchiando migliora. Mike Tyson e l’intero mondo dei pesi massimi mi evitano. Stasera vincerò per ko giocando. È tempo di passare alla fase successiva”.
Un giornalista lo attacca.
“Parli di Tyson e intanto ti batti contro pugili senza peso come Carlos Hernandez. Perché?”
“Se continuerai a fare queste domande, masticherò parte del tuo orecchio e lo sputerò a terra.”
Big George non voleva affrontare Hernandez.
Lo aveva fatto presente agli organizzatori.
“Non mi va di combattere contro questo tipo, è capace di fare qualsiasi scorrettezza sul ring”.
Carlos è pugile tosto, quando si innervosisce urla e scalcia. E non sempre combatte secondo il regolamento.
“Hai firmato un contratto e devi rispettarlo”.
“Sì, ma sul contratto non c’era scritto il nome dell’avversario contro cui avrei dovuto battermi”.
“Proprio per questo salirai sul ring contro Carlos Hernandez. O lui o nessuno. Se non ti sta bene, puoi anche andartene”.
Proposta indecente.
Il match va in porto.
Hernandez entra finalmente nello spogliatoio.
Indossa un paio di pantaloncini neri, piccoli e attillati, non sembrano neppure i suoi.
Big George sfoggia un paio di pantaloncini grossi e rossi.
È domenica, giornata che solitamente Foreman dedica alla preghiera assieme ai fedeli che riempiono la sua chiesa.
Adesso è qui.
E sa già cosa farà domani, lunedì 27 giugno 1988.
“Sarò in platea a vedere Mike Tyson vs Michael Spinks e sfiderò il vincitore”.
“Ma non sei un po’ troppo in là con gli anni per questo genere di cose?”
“Ehi reporter, io sono solo un ragazzo che cresce”.


Sul ring Hernandez si agita molto, sembra scalpitare e quando si comincia parte a razzo. Centra Foreman con un gancio sinistro alla mascella e lo fa sbarellare. Sono trascorsi solo dodici secondi dal primo gong. La sorpresa dura un attimo, poi il match prende il suo corso naturale.
Foreman picchia, Hernandez incassa.
Big George ha conservato la potenza di un tempo, ma è ancora più lento di prima. Si muove strascinando i piedi, agitando le braccia alla ricerca della botta giusta. E nella quarta ripresa trova la combinazione che gli serve. Centra Carlos dietro l’orecchio, poi lo costringe a indietreggiare e lo travolge con ripetuti colpi alla testa.
Hernandez perde il paradenti, Foreman guarda l’arbitro Paul Venti.
“Fagli recuperare il paradenti”.
“Combatti George”.
“Ma non può continuare così…”
“Ho detto combatti!”.
A match finito gli chiederanno il perché tanta insistenza.
“Odio il fatto che tra vent’anni questo ragazzo possa entrare nella mia chiesa ad ascoltare il mio sermone e nel momento in cui cercherà di dire qualcosa, tutti si accorgeranno che è senza denti perché glieli ha fatti saltare il predicatore”.
L’arbitro ignora le richieste di Foreman e allora lui chiede all’angolo di Hernandez di fermare il match. Niente da fare.


Si ricomincia.
Prima un sinistro e poi un destro centrano al volto l’ex cubano.
Finalmente, dopo 1:36 del quarto round, Paul Venti dice che può bastare.
Carlos Hernandez urla e strepita. Vorrebbe continuare.
Ma l’arbitro ha senza alcun dubbio ragione.
Big George è davanti ai microfoni della tv.
“Ho vinto ancora prima del limite. Io affronto tutti, degli altri non posso dire la stessa cosa. Voglio Tyson, voglio metterlo via”.
Carlos Hernandez esce di scena, ha faticato a farsi riconoscere prima che la sfida cominciasse. Non è stato certo questo il match che lo ha reso popolare come sognava.
George Foreman si incammina verso la notte di Atlantic City. Vuole essere a letto presto. Domani sera ha la sua recita da fare. E non può commettere errori.

(da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 250 pagine, 16 euro, 2017)

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