Accadeva vent’anni fa, Tyson contro Big Dog a Manchester…

Manchester, 29 gennaio 2000

Vado da Julius Francis, il rivale britannico.
È un ormone, ma non riesce a convincermi di poter rappresentare un pericolo per Iron Mike.
Ha due piccoli tatuaggi sulla mano destra: JW, le iniziali di John Williams. È l’amico del cuore morto di cancro a 37 anni.
“La vita mi ha messo davanti pericoli ben più grandi di Tyson”
Aveva dieci anni quando è stato dato in affidamento ai genitori adottivi. La mamma era morta quando lui era ancora un bambino e il papà lavorava come camionista, sempre fuori. Non poteva occuparsi di lui.
La compagnia l’aveva trovata all’interno di una gang. Metà della gioventù la passa in galera.
Veniva accoltellato alla milza, rischiava di morire. Per suturare quella ferita erano stati necessari sessanta punti.
Gli sparavano, la pallottola per sua fortuna sfiorava la tempia. Una sottile striscia di sangue, il terrore negli occhi.
Rubava, rapinava, spacciava droga.

Il futuro sembrava non esistere per questo giovanotto venuto su a Peckham, nella zona sud-est di Londra.
Quattro figli, da quattro donne diverse. In prigione anche il giorno in cui la primogenita Lonnie stava festeggiando il primo compleanno.
In cella cominciava a leggere la Bibbia, aderiva alla Chiesa dei Cristiani Rinati. Quando usciva, la vita aveva un sapore diverso, poteva cominciare una nuova avventura.
In palestra è entrato a 25 anni, tre stagioni dopo è diventato professionista. Frank Maloney è il manager, Mark Roe il maestro. Anche loro vengono dalle lotte tra gang.
“Vivevamo in un’area controllata dai Richardson, se non eri nel crimine venivi considerato una mammoletta, un frocetto. Mi ricordo un Natale, ero con un amico e nel bagagliaio avevamo quattro casse di whiskey. Ci ferma la polizia e ne prende tre, poi ci lascia andare. Neppure Don King lavora con queste percentuali…” racconta Maloney.

Nessuno pensa che Julius Francis possa reggere l’urto di Mike Tyson, Non lo pensa neppure il Daily Mirror, tabloid londinese, che sponsorizza le suole delle scarpe del pugile inglese sborsando l’equivalenti di centocinquanta milioni di lire.
Big Dog, così lo chiamano i tifosi, alza le spalle e guarda avanti. Ogni notte sogna James Buster Douglas e quello che l’uomo di Columbus è stato capace di fare sul ring di Tokyo.
È il solo a credere che la favola possa ripetersi.
Non lo pensa sicuramente il clan di Tyson. Trenta persone che adorano l’uomo che paga i loro conti.
Si sono fatti tatuare sul corpo improbabili dediche.
A Andy, accanto la firma del campione e un enorme faccione che lo ricorda vagamente. Quei tatuaggi li hanno sulla schiena, sui bicipiti, sul braccio, sotto il cuore.
Esaudiscono ogni desiderio del boss, meglio di quanto farebbe il Genio della lampada di Aladino.
Mike ha la smania di vedere gli aerei?
Tutti in aeroporto.
Sente il bisogno di pregare?
Tutti alla Moschea.
Non lo lasciano mai solo, anche se lui è così che si sente in ogni momento della vita.

Quando esce per andare alle operazioni di peso una folla di duecento tifosi assale la Bentley dai vetri oscurati. Una ragazza si spezza le unghie nel tentativo di farsi notare, un’altra nella calca quasi ci rimette una gamba.
A due passi c’è Julius Francis. Nessuno lo degna di uno sguardo.
I giornali inglesi ci vanno giù pesanti
“Arriva Tyson, chiudete a chiave le vostre figlie” (Boxing Monthly)
“Tyson è il turista più schifoso di Londra. Lui e il suo clan offrono uno spettacolo repellente” (Evening Standard).
“Mordimi l’orecchio e ti faccio la pipì addosso” (Daily Star accanto a una foto di Tyson che bacia sulla guancia un bambino).
“Attento all’orecchio ragazzo” (The Sun, accanto alla stessa foto).
“Il clan di Tyson ha cercato di portare nel letto del campione Samantha Nuttall, ballerina di lapdance” (Sunday People).
Iron Mike si tortura le treccine ispide. Muove lentamente il polso facendo brillare un orologio tempestato di diamanti che ha acquistato a una cifra folle.
Julius si rimette il walkman e si isola dal mondo. Ascolta Keith Murray, rapper americano finito in prigione per avere pugnalato un uomo in un bar del Connecticut. Canzoni dure, parole e ritmi che colpiscono l’anima. Spera che la musica possa aiutarlo a trovare un’identità, a restituirgli corpo, anima e quella visibilità perduta inseguendo una sfida impossibile.

Poi arriva la sera del match e Big Dog si mette giù come un cagnone tranquillo, rispettoso del padrone. Cinque conteggi, compreso il kot finale in poco più di quattro minuti. I ventunomila della MEN Arena hanno avuto quello che volevano. Tyson  pianifica la distruzione come ai vecchi tempi. Prima gli bastava esibire i muscoli sul ring, battersi la testa con i pugni al suono del primo gong e poi avanzare verso la vittima di turno. Adesso no. Adesso deve faticare. Le gambe non hanno più la mobilità di un tempo. La difesa non ce la fa più a reggersi solo sulle oscillazioni del tronco. La potenza è rimasta intatta, ma per scatenarla Iron Mike deve avere mente e anima pulite. Accade raramente. E se non accade lui finisce ko contro Holyfield e gli morde l’orecchio nella rivincita, prova a rompere il braccio di Botha o a colpire Norris dopo il gong.
Anche stavolta rischia di perdere la testa.
A 24 ore dal match lascia furibondo il Crowne Plaza.
“Ne ho abbastanza di questa immondizia, portami all’aeroporto. Torno negli Stati Uniti” dice all’autista della Mercedes che è a sua disposizione a ogni ora del giorno e della notte.

Monica Turner, la moglie, è stata convinta a restare a casa perché si teme per la sua sicurezza.
E Frank Warren si rifiuta di pagare i tre miliardi di gioielli acquistati dal pugile a Londra.
Due macchine si lanciano all’inseguimento, lo raggiungono, gli mostrano una lettera su carta intestata. C’è scritto che l’organizzatore risolverà il problema con il gioielliere.
Tyson torna in albergo, il match è salvo.
Adesso tifosi con le facce lucide, i capelli bagnati e la voce impastata dall’alcool chiedono al loro eroe di scannare quei bastardi che hanno osato mettere in dubbio il suo valore.
“I wanted to bang him out”.
Voleva sbatterlo fuori.
Julius Francis non aveva speranze.
Party, balli e alcool sino a notte fonda. Alle 11 del mattino c’è il volo che da Gatwick riporta tutto il clan Tyson a Newark. Adesso, nella testa del campione, Big Dog è solo un cagnone pronto ad accucciarsi ai suoi piedi.
Lui è a caccia di altre storie violente da raccontare.

(da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

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