Storia di Amilcar Brusa, il maestro che ha creato il mito Monzon…

La notte del 9 aprile 1964, Carlos Monzon apriva l’ennesimo capitolo della sua vita. Aveva appena perso da Alberto Massi, un giovanotto di 24 anni che gli amici di Rio Cuarto chiamavano Pirincho e che Carlos chiamava con spregio “el gordo”. Il ciccione. Avevano combattuto a Cordoba. Monzon era più alto e più bravo, ma aveva perso.
«Non è vero. La verità è che sono stato derubato. L’ho battuto ogni volta che l’ho affrontato».
Alla fine sarebbero stati quattro i loro match, tre verdetti avrebbero parlato in favore del mito di Santa Fe.

Alberto del Carmen Massi, all’epoca cameriere (poi diventerà muratore e successivamente fuochista su una nave), era stato campione militare e aveva vinto i primi due match da professionista. Niente di speciale, il record di fine percorso l’avrebbe confermato. Giovane, inesperto e senza grandi potenzialità. La vittoria contro il santafesino sarebbe stato il ricordo più bello di una carriera anonima. Se lo sarebbe portato dietro per sempre, non l’avrebbe mai lasciato.
«Yo le gané a Carlos Monzón».
L’avrebbe scritto anche sul biglietto da visita, se solo ne avesse mai avuto uno.
All’angolo di Escopeta non c’era Amilcar Brusa, il maestro era a Santa Fe per assistere Roberto Chetta, che affrontava Federico Thompson. Per sostituirlo erano saliti sul ring, accanto al santafesino, addirittura in tre: Genaro Ramusio, Alfredo Luna, Manuel Hemida. Ma l’omone non aveva sostituiti. Era unico.

Amilcar Brusa era il maestro, il manager.
«Chi è questo negretto?»
«Senti Brusa, non mi piace che mi rubino sulle percentuali. So che tu non rubi. Per questo sono qui, mi prendi come allievo?»
«Sei pronto a soffrire?»
«Voglio vincere, mettimi alla prova».
Il ragazzotto aveva la pelle scura e lo sguardo da bandito. Aveva alzato la testa verso l’alto e aveva guardato negli occhi l’omone che non sorrideva mai.
Era lì per chiedere, ma era come se fosse lui a offrire qualcosa.
«Se vuoi che ti alleni, riporta indietro quelle borse che non sono tue. Poi vieni e vediamo che succede».

Il maestro avrebbe parlato con lui soltanto quando il ragazzo avrebbe restituito al legittimo proprietario quel borsone che portava sulla spalla, il borsone che aveva rubato al Club Union.
«Glielo ridarò, ma non mi sembra una cosa così grave».
«Lo è. Se non vuoi che gli altri rubino a te, tu non rubare agli altri».
Carlos piegava la testa, tirava su col naso, caricava il manico del borsone ancora più vicino al collo e se ne andava. Solo dopo essersi assicurato che la restituzione fosse avvenuta, Brusa aveva accettato di allenarlo.
C’erano già pugili di talento in quella palestra.
Josè Lemos, Adolfio Innocencio Robledo, Pedro Coria.
Adesso entrava nel gruppo un ragazzo alto e magro, con la faccia triste e scura. E una rabbia che nessuno degli altri possedeva.
Amilcar Brusa, 1.90 di altezza per centodieci chili di peso, era nato il 23 ottobre 1922 a Desvio Kilometro 140 y Abipones nel dipartimento di San Justo, provincia di Santa Fe nel nord dell’Argentina.
“El pueblo tiene más nombres que habitantes”.
Da pugile dilettante aveva combattuto come peso massimo, ma a 26 anni aveva già smesso dopo aver conquistato il “Guanto d’oro” e aver perso solo tre volte in carriera. L’ultima contro Rafael Iglesias, che poi avrebbe vinto la medaglia d’oro all’Olimpiade di Londra 1948.
Messi via i guantoni, aveva provato con la lotta libera. Si faceva chiamare El Enmascarado Rojo, un personaggio che faceva parte della troupe di Martìn Karadagian e del russo Ivan Zelezniak (El Hombre Montana). L’avventura sarebbe finita presto anche lì. Meglio fare l’allenatore di boxe.

Nel 1951, aveva diviso la giornata dedicando il tempo ai suoi lavori. La boxe era solo la via per inseguire un sogno, i soldi per vivere glieli davano gli impegni come impiegato civile dell’Aeronautica e del Banco Spagnolo di Rio. Non poteva dunque sprecare neppure un minuto. E quando aveva deciso di mollare tutto per dedicarsi solo al pugilato, l’aveva fatto non lasciando uno spazio libero neppure per se stesso. La scommessa era pesante, se voleva vincerla doveva rinunciare alla libertà.
Si svegliava alle 4 del mattino, andava nelle stanze dei pugili che dormivano nella casa/palestra e li buttava giù dal letto, dava loro le istruzioni per il footing, consumava la colazione sfruttando il tempo in cui i ragazzi correvano. Al loro rientro, passava alla pesatura e poi controllava che andassero tutti a dormire. Arrivava in palestra alle 7 per allenare i pugili che non vivevano lì, poi si dedicava alla seduta di allenamento con i “residenti”, sino all’ora di pranzo. Un breve riposo e alle due del pomeriggio era di nuovo in sala. Alla fine della giornata, puliva la palestra, preparava la cena, controllava gli abitanti della casa. E finalmente andava a letto per il meritato riposo. Una vita monacale, da recluso.
Una vita che amava da morire.
Il futuro campione del mondo dei pesi medi era entrato in quella palestra nel 1960.
Da quel momento i due avevano sempre lavorato assieme.
Solo tre volte Amilcar Brusa non era stato all’angolo di Carlos.
Le uniche tre volte in cui Monzon aveva perso…

(tratto da Monzon, il professionista della violenza di Riccardo Romani e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

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