Condò, Bertolucci, Sacchi, Sanchini e gli altri commentatori televisivi

Conosco Paolo Condò, dire che sono un suo amico mi sembrerebbe esagerato. Ci siamo incrociati quasi sempre per lavoro, con l’aggiunta di un paio di cene legate a un premio. Eravamo in corsa entrambi. Nessuno dei due ha vinto.
Questo per dire che quanto sto per scrivere non è figlio di frequentazioni intense, non abbiamo neppure lavorato nello stesso giornale.
Ecco, definita la cornice, parlo del quadro.
Un giornalista televisivo per me dovrebbe essere proprio come Paolo.
Ha competenza, non è supponente, parla usando un italiano pulito e non fa uso né di termini gergali, né di frasi astruse al cui interno si trovano parole che neppure esistono nella nostra lingua. Non urla, non insulta. Argomenta. Illustra tecnicamente, fa riferimenti storici, appoggia con i fatti le sue interpretazioni. Ha senso dell’umorismo e lo usa istintivamente, senza cercare l’applauso ma solo perché nel ritmo del discorso ci sta bene. E poi, gli viene naturale.
Appartiene a una razza in via di estinzione, quella dei commentatori televisivi ancora convinti che il protagonista delle trasmissioni sia lo sport, non il proprio ego.
La televisione deforma, stravolge il comportamento di professionisti che perdono di vista l’obiettivo, che è quello di fare chiarezza, attraverso la competenza, sullo spettacolo che il mezzo televisivo ci propone. Il loro racconto manca di lucide analisi, sostituite da frasi lontane dalla bellezza della nostra lingua, frasi che hanno il solo scopo di gonfiare chi le pronuncia.
Sono uno spettatore all’antica.
Mi piace il modo di proporsi di Paolo Bertolucci. In tempi passati chiacchieravamo sugli spalti degli stadi di tennis in ogni parte del mondo. Vedevamo assieme la partita e con un paio di frasi chiare, illuminanti, lui riusciva a spiegarmi tatticamente cosa stesse accadendo in campo, anticipando quello che sarebbe poi accaduto. Ottimo tennista, bravo commissario tecnico di Coppa Davis, quasi perfetto commentatore tecnico. E questo senza arrotolarsi in discorsi contorti che altri suoi colleghi, in sport più popolari, fanno. Ex calciatori che si intrecciano in sproloqui a mezza via tra la supercazzola del Conte Mascetti e i monologhi di Bergonzoni. Paolo commenta avvalendosi di grande competenza tecnica e di un buon senso dell’umorismo. Indispensabili se vai ad affrontare quattro ore di telecronaca.

Mi piace il modo di proporsi di Luca Sacchi, medaglia olimpica, specialista del nuoto. Ha un ritmo di telecronaca che mi tiene incollato al teleschermo, fornisce spunti tecnici interessanti e a volte mi regala qualche gustoso aneddoto. Nel calcio accade che le seconde voci tendano a non sbilanciarsi, a non inimicarsi l’ambiente, piuttosto che a entrare nel cuore dell’evento. Lui non lo fa. Racconta, critica, anticipa, azzarda. E fa tutto questo senza mai lasciarsi tentare da uno sproloquio linguistico. Anche il gesto tecnico, la frequenza delle bracciate, il ritmo di gara vengono narrati con un vocabolario comprensibile da chiunque. Senza arroganza.

 

Da qualche tempo seguo con sempre più interesse il motociclismo. Mi appassiona sempre di più.
Ho imparato ad amarlo dopo essere stato plagiato da Paolo Scalera: giornalista competente, bravo nella scrittura, informato. E simpatico.
Adesso seguo il Motomondiale su Sky e non perdo un Gran Premio. Mi piace il modo di raccontare di Guido Meda, il ritmo della sua narrazione, il suono più delle parole che servono al racconto. È come se seguissi un concerto rock, lui è il frontman che usa a volte un linguaggio da fumetti per rendere più appassionante la storia. A me sembra che quelle parole non stonino mai, ci sento dentro passione e conoscenza.
Meda, bravo di suo, ha la fortuna di avere a fianco Mauro Sanchini. Lo confesso, la prima cosa che mi è piaciuta di lui è stata la voce. Anche qui, vi ho trovato qualcosa di musicale che mi ha conquistato. L’inflessione dialettale a volte rende più armoniosa la frase, ma è soprattutto quello che dice a piacermi. Spiega, racconta, azzarda pronostici anche al centro di una situazione intricata. Fa il giusto controcanto alla voce guida, arricchisce i contenuti della telecronaca e (ancora una volta) ha senso dell’umorismo. Dote, quest’ultima, indispensabile per non esaltarsi sino a volare per poi sgonfiarsi improvvisamente.

Allinearsi con l’estasi.
La pulizia dell’assistenza.
Sino all’inquietante gioca con i piedi invertiti, espressione che mi procura angoscia e pena per quegli uomini in perenne difficoltà di deambulazione.
No, frasi come queste, e qualcuna anche peggio, non le sentirete mai dalla voce di Paolo Condò, Paolo Bertolucci, Luca Sacchi e Mauro Sanchini.
Fosse per loro Antani, blinda la supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra è stata, è e sarà un’esclusiva del Conte Mascetti (magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei). Non, come pensa qualcuno, l’espressione massima di competenza, il trionfo del sapere.
È un po’ come quelli che confondono serio e serioso, quelli che riempiono i loro articoli di termini incomprensibili.
Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Dominici, un grande giornalista del Corriere dello Sport. Mi ha spiegato che il nostro lavoro è quello di raccontare ciò che il lettore non può vedere (una volta accadeva, ora accade sempre più raramente). Di raccontarlo attraverso le emozioni, non discostandosi mai dalla realtà. Mi diceva che bisognava essere perennemente curiosi, per potere rispondere alle domande che i lettori avrebbero potuto farsi. Informarsi, narrare con passione e competenza, parlare un italiano corretto e semplice. Era il suo credo.
Ho conosciuto un prete, padre Guido, che aveva una grande cultura. Questa gli permetteva di comunicare con la gente della Garbatella, quartiere di frontiera nella Roma dei primi anni Sessanta.
Insegnava in una scuola media della zona, il Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati solo sulle pagine dei libri. Essere a contatto con quella natura che gli studenti dovevano imparare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
Padre Guido usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo suo sapere. Lo usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
Ecco, a me sembra che oggi pochi commentatori televisivi siano rimasti a contatto con la vita. Ancora di meno accettino di spartire il pane del sapere. Non raccontano, preferiscono spiegare. Sono in questo molto romani, anche se nati in qualsiasi altra parte d’Italia. “Mo te spiego…”.
Hanno dimenticato in fretta ruolo e contesto in cui operano.
Per questo ringrazio Condò, Bertolucci, Sacchi e Sanchin. Quando mi metto davanti alla tv e li ascolto, mi danno la conferma di come lo sport possa ancora essere un divertimento. Una passione, un’industria milionaria e spesso corrotta sì, ma anche un gioco che ci accompagna col sorriso in questa vita.

 

 

 

 

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