Il magico mondo di Meo, il maestro che spiega la vita tirando cazzotti

È colpa sua.
È per quelli come lui che la boxe è diventata la mia passione.

Meo ha passato i settanta e si porta ancora dietro il fuoco della ribellione giovanile. Prova un grande rispetto per quello che fa, non è cambiato molto negli anni.
Qualche ruga in più, il pendere leggermente in avanti di collo e testa. Una postura che a me, che ho avuto la fortuna di passare lungo tempo nel grande mondo del tennis, ricorda Pete Sampras quando andava sulla linea di fondo pronto a sparare servizi micidiali.

La voce poi. Quella la riconoscerei ovunque. È musicale. Si arrotola, poi diventa rauca, infine si ammorbidisce quando scivola nel dialetto romagnolo. O meglio in quello ravennate, perché in Romagna ogni zona ha il suo. Vocali allungate o chiuse, altre che si trasformano in un dittongo. Dialetti diversi, come la piadeina. Più bassa a Rimini, più alta e croccante a Forlì, addirittura grossa a Ravenna. Figuratevi se poteva essere unica quella che a ragione viene considerata una vera e propria lingua.

Meo parla quasi correndo, il suono che ne esce fuori evoca quello di un torrente in piena. Parla e si apre in un mezzo sorriso che quasi subito si stempera in un’espressione seria, per poi tornare sereno. Non riesce mai a stare fermo, neppure nella mimica facciale.

È un tipo curioso. È curioso della vita, del pugilato, delle parole degli altri. Le studia, le analizza. E alla fine le scrive su dei fogli bianchi che affigge sulle pareti della palestra, creando una sorta di gigantesco manifesto murale.

Non metto in fila i pugili a cui ha insegnato a boxare. Non è questa la storia che voglio raccontare. Lui ha insegnato a ragazzi e ragazze a essere cittadini del mondo, adulti maturi.

Scusate se è poco.

Ha spiegato loro la sua religione, l’ha fatto sin dal primo momento in cui hanno varcato la soglia di ingresso. La porta è sempre aperta. Gli ha insegnato il credo di chi ama davvero la boxe.

Sangue, sudore e lacrime.
Sacrificio, dedizione, rispetto.
Solo così si scatena l’energia che serve da propulsore in ogni fase della vita.

Ripetetelo due volte al giorno: prima di pranzo e dopo cena.

È alto e magro, ha i capelli completamente bianchi e sottili. È un uomo nobile, come lo sport che ha scelto. Il fisico è esile, nervoso, dà l’idea di una forza antica. Non c’è retorica nella gestualità del maestro. Basta poco per innamorarsi di quegli antri bui che lui chiama “il nostro regno”. Conquista i suoi allievi e fa apparire meravigliosa anche una piccola stanzetta che non ha neppure un rubinetto da aprire per fare uscire un po’ d’acqua per tirare via la fatica. Qui sono le ombre a farmi compagnia. Ma c’è anche la dignità di un uomo che non ha mai accettato di piegarsi.  “È dentro l’anima che un pugile si trasforma in un campione”.  L’anziano maestro si muove come se stesse cercando qualcuno a cui regalare il suo amore per la boxe. Dovrei sentirmi fortunato di essere qui. Ma alla mia età si fatica a capire cosa sia il bene, cosa sia il male.

È la descrizione di quello che Stanley Ketchel vede il primo giorno che entra nella palestra di Johnny Flanagan a Chicago, l’ho ripresa dal mio libro “Stanely Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring“.
E sì, ci vedo molto di Meo in quel ritratto.

Ho sempre sognato che la mia palestra diventasse un luogo  in grado di coinvolgere, in modo importante e trasversale, i giovani. Viviamo accanto  a ragazzi meno fortunati di noi, quando eravamo atleti mezzo secolo fa. Allora non esistevano i problemi che oggi pesano sulle spalle delle nuove generazioni. Problemi generati dalla difficoltà di trovare una identità personale, dall’emarginazione sociale, dalla mancanza di valori, lavoro e obiettivi e, per i più piccoli, il triste problema del bullismoAi miei tempi la boxe era la medicina per tutto questo. I miei punti di riferimento, i maestri che spiavo con famelico interesse, erano Poggiolini, Caneo, Rebecchi, Durelli, Salvatori e Speranza. Da loro ho succhiato il modo di costruire un progetto di vita e uno stile educativo per i miei allievi. Oggi anche la  figura del maestro di pugilato, educatore principe di una disciplina che insegna il rispetto per gli altri oltre a  saper domare la sofferenza e l’inquietudine, non è più al centro del mondo del pugilato nazionale e soprattutto non lo è la  società dilettantistica“.

Così racconta il suo sogno infranto sulle pagine online di boxeringweb.net.

Se volete sapere di più sul maestro romagnolo, cercate su YouTube: “Meo e Terry, il grande teatro dei pugni“, venticinque minuti di struggente bellezza. Guardatelo e imparatelo a memoria per conservarne il ricordo.

Meo è Bartolomeo Gordini da Cotignola.
Terry è la figlia, vice campionessa del mondo tra i dilettanti. Una ragazza che ha sempre preso la vita di petto, che ha scelto la libertà. Anche quella di sbagliare. E quando qualcuno ha provato a imporle regole che pensava non le appartenessero, ha cambiato strada. Peccato. Per lei, ma soprattutto per la boxe italiana.

Meo mi ha detto di sentirsi uomo di frontiera, uno costretto a lottare. Sempre. Sente questo fardello sulle spalle, ma non gli pesa perché c’è la passione a sostenerlo.
Quanto capisca di boxe è facile intuirlo. Basta guardarlo mentre allena i suoi ragazzi, ascoltarlo all’angolo durante un combattimento.

Primo match da professionista contro Segurini, all’angolo del mio avversario c’è Meo Gordini. Vinco. Durante l’incontro sento cosa dice il maestro al suo allievo e mi stupisco. Guarda questo, in trenta secondi ha già capito tutto di me! Lo contatto grazie al presidente Sassoli e da allora è al mio angolo. È severo, pretende il massimo. E forse è proprio per questo che mi trovo bene con lui. Mi trovo bene anche con la sua famiglia che mi ospita quando vado a Ravenna ad allenarmi per più giorni”.

Così mi diceva Orlando Fiordigiglio durante una chiacchierata, qualche tempo fa. Dentro c’è tutto Meo. Un romagnolo che usa le parole come un’arma per incantare l’interlocutore. Un pifferaio magico che conduce nella sua tana, che poi è la palestra, giovani che alla boxe chiedono soprattutto la possibilità di confrontarsi con la fatica, il dolore, il sacrificio. Senza mai averne paura.

La paura non è un difetto, ma la capacità di analizzare un pericolo“.

Il maestro è una figura romantica, e allora oso il parallelo. A me sembra stia a mezza via tra Fabrizio De André e Bruce Springsteen, canta la vita. A volte con il tono dolce, triste o provocatorio di una ballata; altre a muso duro per chi proprio non ha alcuna intenzione di capire. Urlare è liberatorio, aiuta a entrare in contatto, a liberarsi delle scorie di mille incomprensioni.

Né santo, né profeta. In un mondo di uomini che non ascoltano, non leggono e rifiutano qualsiasi proposta non sia la loro, lui è uno che ascolta, legge e fa sue anche proposte che arrivano da lontano.

Nel documentario che ho citato qualche riga fa, c’è un momento di grande tenerezza. Arriva quando Meo recita a memoria le risposte che Giancarlo Garbelli dà a Enzo Biagi in una vecchia intervista. Ha conservato le immagini di quel confronto sul suo telefonino, le ha viste mille volte, fino a quando non è stato sicuro che oltre che nella testa, fossero rimaste per sempre anche nel cuore.

Ci sono anche alcune sue frasi sulle pareti della palestra.
“La democrazia non si misura dalla forza della maggioranza, ma dalla libertà e dai diritti delle minoranze”.
“La cultura popolare è la molla di tutte le culture”.
“Ciò che sta al di là della siepe fa più paura perché non lo conosciamo, per questo vale la pena di conoscere tutto, di affrontarlo e sconfiggerlo sino in fondo”.

La boxe è la vita.
“Un pezzo del mio cuore deve essere stato fatto con le corde del ring” dice con un mezzo sorriso.

L’ingresso in questo mondo lo deve a un prete, don Liverzani all’epoca parroco di Cotignola, Ravenna. Meo correva dietro a un pallone all’oratorio, era più istinto che talento. Così quell’uomo di chiesa gli ha detto di provare con la boxe, di andare in palestra. Era convinto che si sarebbe trovato nel suo ambiente, avrebbe avuto quello che cercava. Non si sbagliava.
Sono passati quasi sessant’anni da allora e Meo non ha avuto un solo attimo di pentimento per quella scelta.

Lo so, qualcuno potrebbe avere l’impressione che abbia messo su il ritratto di un uomo senza difetti. In realtà ho semplicemente raccontato come io lo vedo. Quando mi sento in sintonia con una persona, la memoria si comporta come spesso fa. Cancella i brutti ricordi, se ce ne sono, e mi presenta il film delle cose belle. Ma la verità, più probabilmente, potrebbe essere un’altra: Bartolomeo Meo Gordini è una brava persona sotto ogni punto di vista.

Se qualcuno non è d’accordo con la mia convinzione e ha prove a sostegno della sua tesi, le presenti ora.
O taccia per sempre.

Io dico solo: ce ne fossero di uomini come Meo in questo mondo sempre più imbastardito. Nella boxe, e non solo…

 

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