L’attesa è finita. Non sempre il Natale è un giorno di grande felicità…

Una storia di vita. Può essere accaduta, non so. Di certo nomi
e situazioni non sono riferiti a persone reali, il racconto è
frutto della mia fantasia.

Un muro di persone fa blocco in via Mazzini, all’angolo con corso Cavour. È un muro spesso che mi impedisce di vedere cosa sia accaduto. Cerco di trovare una risposta, ma incrocio solo sguardi allucinati. Fissano tutti lo stesso punto. Sembra che il mondo intero abbia perso la parola. La curiosità mi spinge verso la maleducazione, a forza di gomitate mi faccio largo tra la folla e finalmente vedo in faccia il peccato.

Sul marciapiede sporco, accanto a un vecchio cassonetto dell’immondizia rovesciato, tra carte da regalo stropicciate, bicchieri di cartone, avanzi di cibo, palline di Natale, c’è un ragazzo. Le sue esili gambe sono leggermente ripiegate all’indietro, il braccio destro è appoggiato sul petto, nella mano chiusa stringe una medaglia colore oro con un’incisione. “Memorial Brindani, calcio a cinque, 2003”. Il braccio sinistro è steso lungo il fianco, ha l’ago della siringa ancora infilato nella vena. Gli occhi sono chiusi, sembra che dorma. Una macchia scura, accanto alla bocca, scaccia ogni illusione. È sangue, la macchia si allarga sempre di più, come il dolore che sto provando in questo momento. Quel ragazzo ha diciannove anni, si chiama Danilo Ferretti. È mio fratello. Ed è morto.

È passato un anno da quel giorno.

Vecchi manifesti sopra pareti scrostate. Fuori l’acqua scende giù violenta, dentro viene giù a piccole gocce da crepe sul tetto mai curate. Sul lato sinistro dello stanzino, vicino alla finestra, il soffitto trasuda umidità. È il 26 dicembre, fa freddo e l’acqua ci fa compagnia da più di una settimana.
Un bagno alla turca, una doccia che raramente funziona. Una panca e un gancio dove appendere i vestiti. Uno spogliatoio cadente, in un palazzetto di provincia. Ci sarebbe da piangere, se questo non fosse il cammino da percorrere per chiedere una tregua alle angosce che non mi lasciano più dormire. Neppure un lamento esce dalla mia bocca per una situazione che dovrebbe farmi urlare di sdegno. La dignità rubata è l’ultimo dei miei pensieri.

Mi siedo sulla panca. Maestro e manager se ne stanno in piedi davanti a me. Stringo con le mani la testa e mi isolo dal mondo. Fra un’ora salirò sul ring per l’ennesima sfida di una carriera che mi ha regalato gioie e dolori. Me ne sto lì, in silenzio, in attesa di cominciare un rito che ho già ripetuto sessantuno volte, tanti sono i match tra il professionismo e gli anni trascorsi a battermi da dilettante.

Le urla del pubblico attraversano la porta di cartone che separa lo spogliatoio dall’arena. La riunione del Boxing Day è appena cominciata, i primi a salire sul ring sono pugili al debutto, devono ancora capire quale potrà essere il loro futuro.
Mi chiamo Pietro e mi batterò nell’evento principale, il clou della serata. A volte lo lasciano a vecchie glorie al tramonto che devono solo regalare speranze a giovani pugili che inseguono un sogno. Stasera lo spettacolo sarà diverso.

L’attesa è carica di tensioni, come nel periodo felice del dilettantismo. Allora però avevo sogni da inseguire, avversari da battere, valori da scoprire, un futuro da conquistare. E non avevo ancora imparato a riconoscere la verità. In quei giorni salivo sul ring per scoprire i miei limiti, anche se, a essere sincero, pensavo di non averne. Oggi mi sembra che i confini, della boxe e della vita, siano segnati da strisce di odio, corde di sangue, fiumi di rabbia. Credo di avere finalmente capito la vera ragione per cui valga la pena di prendere a pugni un altro uomo. Metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza.

Knock, knock. Due colpi veloci sulla porta, Giovanni entra senza aspettare una risposta. Non ne ha bisogno, è mio amico da sempre. I tempi sono cambiati, ma lui è ancora convinto che una battuta allenterà quella tensione che si genera sempre prima di un combattimento.

“Ciao, campione”
“Ciao, Giovanni. Sei l’unico a chiamarmi ancora così”
“Ti vedo giù. Penso proprio che abbiano ragione quelli che ti chiamano il Persiano”
“Il Persiano?”
“E sì. Dicono che alla fine di ogni match sei sempre lì, steso sul tappeto del ring”
“Ma vai a farti fottere!

Giovanni esce sorridendo e io torno a sentirmi come ogni pugile.
Solo.
Quando è così, il tempo passa lentamente. Mi accade sempre più spesso di riempirlo con brutti pensieri. Le attese si allungano, non c’è motivo di correre incontro a un momento che non so se potrà mai restituirmi una piccola parte della serenità perduta. Mi tornano in mente le parole scambiate con Teresa, che poi è la mia mamma, prima di uscire di casa.

“Pietro, chiamami appena il match è finito. Lo sai che non ho la forza di guardarlo in tv. Dopo tanti anni non ho ancora capito perché tu abbia scelto uno sport così pericoloso”
“Tranquilla mamma, questo incontro e poi smetto. Tranquilla, non ci sono pericoli. Non avere paura, chiudo in bellezza”
“Sì, certo. Attento, amore mio. Lo sai, la boxe non mi piace. Anche se a volte penso che forse sarebbe riuscita a salvare tuo fratello. Chiamami subito. Credo di avere già sofferto abbastanza”.

Mi tratta come se fosse sempre il suo bambino, eppure sono un ragazzone di 23 anni. Alto 1.93 per centodieci chili di peso. La boxe non mi ha reso ricco, anche se qualche soldo sono riuscito a portarlo a casa. Non ho mai vinto un titolo internazionale. Sono stato campione italiano tra i dilettanti. Poca cosa vista la scarsezza dei rivali,  un merito da non ingigantire.
Incidenti gravi non ne ha mai avuti. Almeno sul ring. Un paio di costole fratturate, qualche taglio da suturare con una decina di punti, la mano sinistra messa male per un paio di mesi. Robetta di questo tipo. Non finirò come qualcuno dei vecchi che incrocio in palestra. Pugili con le gambe molli, che non li sostengono più. A ogni colpo che arriva, sentono la scossa. È l’ultimo segnale. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.

Combatto nei pesi massimi. Una categoria in cui ogni colpo può mandarti al tappeto, lo so bene io che negli ultimi quattro incontri ci sono finito tre volte. Il “persiano”, in fondo, non è poi un soprannome che stoni.

Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi benda le mani. Prende la destra e fa girare la fascetta di garza attorno al polso. Poi passa al dorso, attorno al pollice, tra le dita, gira sopra fino a quando non ha ricoperto tutta la mano. Con striscette di nastro adesivo fissa la garza, lasciando le nocche libere. Ogni tanto mi fa aprire e chiudere il pugno per assicurarsi di non avere stretto troppo. Si muove lentamente, lavora come un monaco davanti al mistero dell’universo. Con grande rispetto, attenzione e una vena di misticismo.

È alto e magro, con pochi capelli. Ha sessant’anni, la sua faccia è una ragnatela di rughe, della vita ha conosciuto tutto. Una mamma malata è il peso che si porta dietro e che riempie ogni giornata. La palestra, i ragazzi, la boxe servono a regalargli qualche pausa di serenità. A match finito manda giù un bicchiere di troppo e comincia a vagabondare in un  mondo tutto suo, fatto di tante parole, ricordi felici, sogni che non si realizzeranno mai. Il vino l’aiuta a non pensare che prima o poi dovrà fare ritorno a casa.

Mi tolgo i vestiti, indosso scarpette, calzettoni, sospensorio, pantaloncini e comincio il riscaldamento. Ottavio e il manager parlano sottovoce in un angolo dello spogliatoio. Un urlo più forte degli altri arriva come un segnale di pericolo alle orecchie dei tre. Un incontro è finito prima del previsto, qualcuno deve essere andato knock out e ora starà pensando alle ore passate in palestra a faticare, alle facce deluse degli amici, alla moglie che ha sofferto nelle prime file di ring, al figlio a cui ha promesso un regalo che non potrà comprare. Un altro pugile starà saltando di gioia. La boxe è così, mischia felicità e disperazione nello spazio di sedici corde, il confine tra la vita e il sogno. Un altro match e poi toccherà a me.

Il manager sussurra qualcosa, piano piano. Non vuole che io senta.

“Speriamo faccia bene. Da dilettante era un combattente di razza, anche nei primi nove incontri da professionista lo è stato. Poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo a tre anni va forte e vince, a cinque è finito”

“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.

Alberto Soprani, il manager, è un uomo a cui piace vestire bene, anche se nessun sarto, per quanto bravo possa essere, riuscirà mai a mascherare quello stomaco esagerato. Come procuratore è fuori dagli schemi. Vuole bene ai suoi pugili. Sceglie per loro accoppiamenti che non propongano rischi eccessivi. Garantisce borse dignitose e, quando può e il ragazzo merita, riesce anche a portarli alla sfida per un titolo. Insomma, è una rarità.

Mancano venti minuti. Sudo, faccio un po’ di vuoto. Jab, spostamento laterale, montante incrociato. Jab, jab, diretto destro al corpo, gancio sinistro, diretto destro. Uno-due veloce al volto, diretto destro al tronco, montante sinistro. Il ritmo ce l’ho nelle orecchie, mi muovo con dinsinvoltura. Sono un artista, so come stare in scena. I minuti passano lentamente e i dubbi arrivano, sempre più numerosi, a tenermi compagnia. Torno a fare quello che non dovrei mai fare prima di un match.

Pensare.

Ricordo le attese dei tempi migliori. La frenesia che diventava qualcosa di concreto, palpabile. Attorno a me c’era ottimismo, nessuno in quei giorni credeva potessi perdere. E adesso anche quel bravo uomo di Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.

Mi muovo in un silenzio totale. Muti anche manager e maestro. Le urla del pubblico sono cresciute ancora una volta, poi sono lentamente tornate ad essere un brusio lontano. Un uomo dell’organizzazione entra nello spogliatoio. Mette dentro solo la testa, quasi abbia paura di venire contagiato da quell’aria triste che riempie lo stanzone.  Dice solo poche parole.

“Tocca a voi. Tra cinque minuti il primo gong”.

Tiro giù i pantalonicini, metto la conchiglia protettiva, la ricopro con i pantaloncini.

Il manager apre la porta ed esce.  Lo seguo, mentre il maestro poggia le mani sulle mie spalle. Il fumo degli effetti speciali, i fari della televisione, le telecamere a spalla e, in fondo al tunnel, il ring.

Tocco con la mano la piccola medaglia che ha il colore dell’oro, la porto sempre con me. L’ho nascosta in un taschino segreto, all’interno dei calzettoni.
Guardo in alto e ripeto in silenzio una vecchia promessa.
È il giorno di Santo Stefano e il match sta per cominciare.
Ancora pochi minuti e mi batterò contro Romeo Cenci, lo spacciatore che un anno fa ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

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