Sandro Mazzinghi, 80 anni mercoledì. Storia di un fighter di talento

Il coraggio è resistenza alla paura
e dominio della paura,
ma non assenza di paura

(Mark Twain)

Jab sinistro, gancio destro.
Montante destro.
Gancio sinistro, ancora gancio sinistro.
Saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire.

Non ho conosciuto Mazzinghi quando si batteva assecondando il ritmo della gloria. Quando conquistava i titoli mondiali, io ero fermo alla fase precedente. Ragazzo in un quartiere popolare di una Roma vivace e ottimista, nella seconda metà degli anni Sessanta. Prendevo ancora a pugni la vita, sperando che non si aprissero altre ferite. Ero stanco di sentirmi sott’acqua. Mi mancava il respiro, ma sapevo che nel momento stesso in cui mi fossi fermato, sarei finito.
Sandro quel conto l’aveva già pagato.

Finta, rientra.
Jab sinistro.
L’altro sbarella.
Un altro jab sinistro.
Diretto destro, gancio sinistro.
Non si ferma fino a quando l’avversario non crolla al tappeto.

Ho incontratopiù volte Mazzinghi nei giorni della serenità, nella casa a Cascine di Buti, in un bel villino con le rose in giardino e vigneti tutt’attorno. Dietro ci sono i monti di Pisa, davanti lo sguardo spazia sulla piana di Pontedera e quella di Settignano. Una casa ben messa, con la passatoia in velluto rosso, candelabri di legno alla sommità delle scale, quadri che raccontano la Toscana, altri che immortalano le gesta del campione, ne raccontano le vittorie. È lì che ho scoperto un uomo che aveva un gran bisogno di raccontarsi. Gli serviva per ritrovare valori che altri non gli avevano riconosciuto. Era convinto di non essere stato capito.

Ogni volta che lo colpiva con un montante,
quello strillava e si lamentava.

La conferma ai dubbi di Sandro (sopra a sinistra, nella foto di Azzurra Minuti assieme al suo amico Alberto Brasca, ex presidente federale) arriva in una bella serata di luglio dello scorso anno, a Pontremoli. Sono lì, assieme ai suoi figlioli David e Simone, perché “Anche i pugili piangono” ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport.

Paolo Liguori che è il gran cerimoniere dell’evento mi chiede di parlare di Mazzinghi, accompagnando la domanda con queste parole: “Tutti quelli che hanno seguito il pugilato di quegli anni ricordano le differenze, ricordano di un Benvenuti fuoriclasse e di un Mazzinghi indomito”.

E lì che scatta la molla, è come se fossi stato colpito da un pugno che non avevo previsto. Reagisco d’istinto e racconto tutto d’un fiato quello che ho imparato di Sandro, racconto come lo vedo io.

Avanza guadagnando centimetro dopo centimetro,
muovendo le braccia come se fossero due stantuffi,
senza concedersi un attimo di tregua.

“Bisogna intenderci su cosa sia il talento. Apparentemente, per quello che è il giudizio comune, Sandro era senza talento. Per me, invece, ne aveva tantissimo. Ne aveva soprattutto uno, speciale. Era nato combattente e non aveva paura di nulla. Un talento grandissimo che lui ha saputo sfruttare sul ring.

Non temeva niente perché fin da bambino aveva conosciuto la paura vera.

Era stato sotto i bombardamenti a Pontedera. Le bombe scoppiavano poco lontano da lui. La mamma lo proteggeva con il corpo, scappavano via lungo il fiume Era, abbracciati gli uni all’altra, su una barca trovata sulla riva. Quelle bombe avevano appena distrutto i suoi sogni di bambino. Fino a poco prima giocava nel cortile sotto casa, ora quel cortile non esisteva più. Improvvisamente era diventato grande, adulto.

Aveva capito cosa fosse la paura, ma l’aveva vinta, era andato avanti.
E sul ring tutto questo si vedeva, perché Sandro nella vita e sul ring era la stessa persona.

Durante le lunghe chiacchierate che abbiamo fatto, mi ha colpito una frase: “Noi Mazzinghi il pane ce lo sudiamo, è un pane inzuppato nel rischio”.

Non hanno mai avuto una vita facile i Mazzinghi. Hanno conosciuto la fame, quella vera. Quella che ti fa sognare il pane di notte, quella che arriva a fartene sentire l’odore e ti fa svegliare affamato per poi scoprire che non hai nulla.

Ha superato tutto questo, figuratevi se poteva avere paura di un avversario sul ring.

È andato avanti combattendo passo dopo passo.

Ha scoperto il pugilato quasi per caso. Era andato in una palestra a vedere una riunione, c’era anche Guido. Era il fratello, l’amico, il consigliere. Era tutto per Sandro. All’improvviso si è avvicinato l’organizzatore.

“Guido, manca l’avversario di quel tipo lì”
“E che vuoi da me?”
“Puoi dire a Sandro. se la sente di combattere”.
“Diglielo tu”.

L’organizzatore si è avvicinato, si combatteva all’Assistenza, a Cascine.

“Sandro, il Bozzi è senza avversario”.
“Ma pesa, almeno sei chili più di me”.
“Lo batti facile”.

È stato a quel punto che Sandro ha fatto la madre di tutte le domande.

“Che ci guadagno?”
“Una bistecca, il pane, la frutta”.
“Accetto”.

È stato il primo passo verso la grande avventura.

Sandro non aveva la tecnica di Benvenuti, ma andateci voi a combattere contro uno che viene sempre avanti, incurante di qualsiasi cosa faccia l’altro uomo con cui divide il quadrato.

Uno che restringe il ring fino a farlo diventare di un metro per lato, che ti chiude all’angolo, ti pressa, continua a colpirti, non si ferma mai.

Sandro, senza talento, è stato campione del mondo dei superwelter. Perso il titolo, ha ricominciato daccapo. È diventato campione d’Europa.

Senza talento, ha disputato forse il più importante match mai combattuto in Italia. Davanti a quarantamila spettatori a San Siro, in un’autentica corrida, ha battuto il coreano Ki Soo Kim. Un incontro pazzesco, intenso, condotto a ritmi folli. Un match che un pugile può sopportare una sola volta nella vita, perché lì si consuma tutto quello che un uomo ha dentro.

Ma lui era nato per combattere, senza paura, e quel match l’ha vinto. Ha portato a casa un altro titolo mondiale.

Questo era Sandro Mazzinghi, il pugile senza talento”.

Guardi Sandro e vedi che avanza cercando un continuo contatto fisico, deve picchiare senza sosta per succhiare energie al combattimento. A chi lo osserva per la prima volta la sua potrà sembrare una tattica scriteriata. In realtà è il solo modo di battersi che conosca, il pugilato per lui è questo. Una battaglia dove dare tutto in ogni secondo che si rimane sul ring. Un corpo a corpo in cui ognuno di quei colpi corti potrebbe risultare decisivo. Una metodica opera di demolizione che richiede coraggio, fisicità e preparazione.

Leggo sul web una definizione di fighter, o meglio in-fighter come gli inglesi chiamano quelli come lui. E mi sembra sia una descrizione perfetta di quello che Sandro sapeva fare sul ring.
“L’in-fighter boxa all’interno della guardia dell’avversario, è un pugile dall’aggressione continua, sempre addosso al rivale, spara continue raffiche e intense combinazioni di ganci e montanti. Agisce meglio a distanza ravvicinata perché generalmente è di statura più bassa dei rivali. Schiva i colpi e si infila nella guardia dell’avversario, abbassandosi fino alla vita per passare sotto o di fianco ai colpi in arrivo. Le schivate fanno andare a vuoto il rivale causandone lo sbilanciamento, e consentono all’in-fighter di passare sotto il braccio disteso”.

Fermiamoci un attimo, perché siamo arrivati al punto in cui Sandro scatenava l’inferno.

L’in-fighter di Pontedera è in pensione da tempo. Oggi è un uomo sereno, vive accanto alla sua famiglia.

Guido se ne è andato per sempre il 5 ottobre del ’96 e gli manca. Giorno dopo giorno quell’assenza sembra pesare di più. Un maledetto aneurisma se lo è portato via. Quando l’ha saputo, Sandro è rimasto pietrificato.
«Mi sembrava immortale. Ci sentivamo spesso, eravamo molto uniti. Insieme abbiamo scalato montagne altissime. Lui era orgoglioso di me e io di lui. L’ho sempre ammirato, come sportivo e come uomo. Era forte in tutti i sensi. Con lui mi sono sentito al sicuro in ogni istante della mia vita. Il giorno in cui è morto se ne è andata via una parte di me».

Gli manca mamma Ernesta.
La moglie Vera è una ferita perennemente aperta.
Del papà ha un ricordo a mezza via tra il triste e l’eroico.
Anche Adriano Sconcerti, il manager amico, non c’è più.

Ma di nessuno di loro ha un’immagine sbiadita. Sono ancora tutti lì, nel villino di Cascine di Buti, a fargli compagnia quando gli acciacchi dell’età sembrano avere la meglio.

La moglie Marisa, i figli David, Simone sono il presente e il futuro. Non è mai solo, l’amaro tante volte masticato appartiene al passato.
Non ha rimpianti, a dargli forza c’è la consapevolezza di essere riuscito a raggiungere qualsiasi traguardo abbia inseguito.

Mercoledì 3 ottobre saranno ottanta gli anni trascorsi su questo mondo da un uomo senza paura, nato per combattere.

Auguri, Sandro. Sei un pugile da leggenda, un fighter di talento.

I LIBRI

Su Sandro Mazzinghi sono stati scritti quattro libri: Michelangelo Corazza e Mario Braccini (Abe Edizioni 1993) Pugni amari (vincitore del Premio Bancarella Sport); Alessandro Mazzinghi (Scramasax 2003) Sul tetto del mondo; Dario Torromeo (Absolutely Free Editore 2016) Anche i pugili piangono (vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport); Riccardo Minuti (Tagete Edizioni 2018) Un Eroe del ‘900.

LE FRASI

“Noi Mazzinghi il pane ce lo sudiamo. È un pane inzuppato nel rischio” (Sandro Mazzinghi)

“Sandro ora è tutto, cioè tutti noi Mazzinghi: E voglio dire me che ho sbagliato. mio padre, il nonno. Un ceppo duro a morire, ve lo assicuro. La sfortuna ci spezza le gambe, ma noi su, in piedi e a testa alta. Sfrontati? No, il fatto è che noi non abbiamo paura. O meglio: questa paura ce la cacciamo in gola, nelle viscere, ce la dimentichiamo. Eccoci qui. Noi altezzosi, anzi testardi, sicuri di piegare la malasorte” (Guido Mazzinghi)

“Sei forte Sandro, hai un pugilato spettacolare. Perché non vieni in America? Lì impazzirebbero per la tua boxe! Complimenti” (Sugar Ray Robinson)

IL PREMIO

Il 19 novembre a Milano, Sandro Mazzinghi riceverà la Guirlande d’Honneur 2018 conferitagli dalla Federazione Internazionale Cinema e Cultura sportiva (116 Paesi affiliati), presieduta dal professor Franco Ascani e riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale.

SANDRO MAZZINGHI
(3 ottobre 1938)
Mondiale Wba, Wbc superwelter 1963-1965.
Mondiale Wba, Wbc superwelter 1968.
Record: 64-3-0 (42 ko, 61%).
Il 7 settembre 1963 batte per kot 9 Ralph Dupas al Velodromo Vigorelli di Milano e conquista il mondiale superwelter Wba, Wbc.
Difende il titolo tre volte.
Il 26 maggio 1968 batte ai punti in 15 riprese Kim Soo Kim allo stadio San Siro di Milano e riconquista il mondiale superwelter Wba, Wbc.
Il 17 giugno 1966 batte per ko 12 Yoland Leveque al PalaEur di Roma e conquista il titolo europeo dei superwelter.
Difende il titolo quattro volte.
Primo match: 15 settembre 1961 Teatro Puccini di Firenze (+ ko 2 Severino Gagliardi).
Ultimo match: 4 marzo 1978 Firenze (+ Jean Claude Warusfel p. 10)

 

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