Una storia di cinquant’anni fa. Il giorno in cui Sandro è diventato un mito…

Forse sono un inguaribile romantico. O forse sono solo un nostalgico, come mi rimprovera qualcuno. E allora voglio cambiare l’approccio all’evento, voglio tentare di analizzarlo sotto un altro profilo.

Nell’aprile dello scorso anno è stato celebrato il cinquantenario della conquista del mondiale medi di Nino Benvenuti, si festeggiava lo storico match al Madison Square Garden di New York contro Emile Griffith.

Domani, 26 maggio 2018, saranno passati 50 anni dalla sfida più intensa, drammatica, entusiasmante del nostro pugilato. Quella vinta da Sandro Mazzinghi contro il coreano Ki-Soo Kim.

E io sono qui a chiedermi perché dopo tanto tempo si parli ancora di loro.

Su Mazzinghi sono stati scritti quattro libri, due di questi hanno vinto premi importanti: “Pugni amari” (edito nel 1993) ha conquistato il “Bancarella Sport”; “Anche i pugili piangono” (edito nel 2016) ha avuto il “Premio Selezione Bancarella Sport”. Un altro (“Sul tetto del mondo” del 2003) ha ottenuto un buon successo di vendita. L’ultimo della lista (“Mazzinghi, un eroe del ‘900” di Riccardo Minuti) sarà presentato domenica a Pontedera.

Un campione del passato che conserva un peso importante anche nell’attualità. Può accadere solo a quegli atleti che sono usciti dai confini dello sport, sono entrati nelle case degli italiani, hanno inciso sulla società, ne hanno scritto la storia.

Chi riesce nel tempo a conservare nel cuore degli altri un posto importante, appartiene a una categoria d’eccellenza: quella dei miti. Nino Benvenuti ne fa parte di diritto come Sandro Mazzinghi.

Mi faccio aiutare dalla Treccani.

mito Dal greco mthos (“parola, racconto”), una narrazione di particolari gesta compiute da dei, semidei, eroi e mostri… Caratteristica essenziale del mito è che esso si sia diffuso oralmente prima di essere scritto, e che si perpetui nella tradizione di un popolo.

Ci siamo.

Chiunque sia stato testimone di quella sfida cruenta, tumultuosa, affascinante, non la dimenticherà mai. Il racconto di Mazzinghi vs Ki-Soo Kim si perpetua nella tradizione di un popolo. È una storia che tanti nonni hanno narrato ai nipoti, tanti papà ai figli.

Se andate su Youtube e cercate quell’incontro troverete un piccolo tesoro. Vedrete due autentici guerrieri in azione. Se non c’eravate quel pomeriggio a San Siro, non riuscirete a spiegarvi come sia stato possibile che un uomo, sia esso l’italiano o il coreano, fa lo stesso, abbia potuto reggere una tale mole di colpi e portarne altrettanti.

Un colpo dietro l’altro. Sembrava che Mazzinghi non volesse perdere tempo neppure per respirare. Andava avanti in apnea. Le braccia sempre in movimento. La schiena curva, la testa incassata, il corpo che oscillava e i guantoni che cercavano di colpire, colpire, colpire. Testa, corpo, mento, braccia. Un pugno, un altro ancora. Un destro che doppia un sinistro. Uno, due, cento pugni in fila per costruire un sogno.

Ha ragione Sandro, nel pugilato il successo passa attraverso il dolore.

La sua immagine, il volto insanguinato, ma lui che continua ad attaccare appartiene alla mitologia. È un eroe che in battaglia ritrovava se stesso. Il pugile pressa, colpisce, insiste. Ma è l’uomo ad esaltarsi, perché la boxe non è uno sport così semplice come qualche ingenuo potrebbe pensare.

Sul ring il pugile offre totale coinvolgimento di mente e di corpo. Trasporta su quel palcoscenico il racconto drammatico di tutto quello che ha vissuto prima, di tutto quello che spera possa vivere dopo. Accade così che ogni incontro diventi una storia da raccontare, perché un pugile non combatte solo con il proprio fisico, ma si fa accompagnare dall’esperienza, dalla personalità, dalle paure e dai sogni. Ecco perché in tanti amano quei guerrieri che lottano sul ring. Quello è un luogo sacro, lì è proibito bluffare. Non si può pensare di apparire diversi da quello che si è. E per l’intera durata del match i pugili regalano il loro coraggio a uomini che non ne hanno mai avuto.

Sandro era ed è un uomo senza paura, nato per combattere.

Lo è sempre stato. Quando lo vedevi avanzare in combattimento non riuscivi a non porti cento domande.

Come fa a resistere, come fa ad avere così tante energie, perché non cede di un centimetro davanti a colpi che abbatterebbero chiunque?

Lui avanzava, lento, implacabile. E quando era accanto al rivale cominciava a portare serie infinite.

Uno, due, dieci, cento colpi.

Bum, bum, bum, bum, bum.

Sopra, sotto. Gancio, diretto, montante. Neppure una pausa prima della nuova serie. Gancio, diretto, montante.

Bum, bum, bum, bum, bum.

Così ha minato le resistenze di Ki-Soo Kim, così ne ha avuto ragione.

San Siro era pieno quel pomeriggio. Quarantamila persone che si agitavano sulle sedie, applaudivano, urlavano. E lui che continuava a picchiare. E l’altro che continuava a rispondere.

Una corrida, due tori nell’arena. Ma ad armi pari, condizione che la corrida non si è mai potuta permettere.

Era il 26 maggio del ’68, Sandro Mazzinghi si riprendeva il titolo mondiale dei superwelter. Dicono che questa sia la categoria dell’uomo medio, per altezza e peso Sandro lo è. Per valore, coraggio e fisicità lui appartiene a un altro genere di uomini.

Lui è un mito che continuiamo a raccontare ancora oggi, cinquant’anni dopo il trionfo.

26 maggio 1968, stadio San Siro di Milano, campionato del mondo superwelter unificato World Boxing Council, World Boxing Association: Sandro Mazzinghi (54-3-0, sfidante) b. Ki-Soo Kim (30-0-2, detentore) split decision 15 (Valan 71-67, Martinelli 71-67, Soon-Choul Park 68-73). Spettatori: 40.000, incasso circa 100 milioni di lire, rivalutate a oggi 980.000 euro. Le borse: Ki-Soo Kim 55.000 dollari, 34 milioni di lire rivalutate oggi 330.000 euro; Mazzinghi: quota fissa più percentuale sull’incasso per un totale di 10 milioni di lire.

IN TELEVISIONE

Servi di Davide Novelli su Mazzinghi vs Ki-Soo Kim andranno in onda domani 26 maggio sul TG3 Rai alle ore 12:00 e su RaiNews alle 12:30.

 

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