È stato uno dei grandi pugili delle Filippine, la sua morte è ancora un giallo

È il 14 luglio del ’25, San Francisco è una città in continua crescita. Il terremoto del 1906 è stato faticosamente messo alle spalle e la popolazione ha ormai superato i seicentomila abitanti. L’estate afosa, ventosa come sempre, ha portato un clima di euforia nelle strade. Ma non tutti sono felici, è la vita.

In una camera operatoria di uno dei principali ospedali della città californiana il dottor Hoffman cerca disperatamente di salvare un giovane di soli 23 anni. Il ragazzo ha una brutta infezione alla gola, figlia di una devastante infezione ai denti. Gliene sono stati estratti quattro nel giro di pochi giorni.

Il giovanotto steso sul lettino si chiama Francisco Villaruel Guilledo, è il campione del mondo dei pesi mosca. Un metro e 54 centimetri di altezza, mai sopra i 51 chili di peso. Un fuscello con una vigoria impressionante. È nato a Iloilo City nelle Filippine l’agosto del 1901, ha esordito da professionista l’1 gennaio del ’19. In sei anni ha disputato 85 match, vincendone 77, perdondene 4 e pareggiandone altrettanti. Ventidue volte ha chiuso prima del limite.

Lo chiamano Pancho Villa. Alcuni dicono che il nome gli sia stato dato dal manager filippino Paquito Villa che lo avrebbe adottato nel ’19. Altri sostengono che la decisione l’abbia presa il manager americano Frank E. Churchill per ricordare il leader della guerriglia messicana.

Villa non ha notizie dei genitori per diciotto anni. La mamma l’ha abbandonato quando aveva solo sei mesi, il padre l’ha lasciato quando aveva undici mesi. Si è rifatto vivo solo dopo che il figlio ha conquistato il titolo. In un’intervista rilasciata al New York Times nel 1923 sostiene di essersi riconciliato con lui.

Pancho combatte con incredibile frequenza, spesso affronta lo stesso avversario. Ta gennaio 1920 e ottobre 1921 incontra nove volte Mike Ballerino: sei vittorie, due pari e un no decision.

A battersi negli States lo convince Tex Rickard.

È il più importante promoter americano. Mi spiego meglio.

Nel 1910 James Jackson Jeffries ha 35 anni. È stato campione dei massimi dal 1899 al 1904, poi si è ritirato. Soldi ne ha fatti abbastanza, meglio godersi la vita. Per sei anni resta lontano dal ring, poi arriva la grande occasione.

Per il match tra lui e Jack Johnson si apre un’asta con 36 promoter e un’offerta globale di tre milioni di dollari. Tex Rickard poggia sulla scrivania un sacchetto di pelle.

«Questo parla per me, io non porto chiacchiere ma contanti».

Dentro ci sono 120.000 dollari in oro.

L’affare è stato appena siglato.

Il match dovrebbe disputarsi a San Francisco, ma i disordini razziali, l’intervento del Ku Klux Klan e quello del governatore della California non permettono di realizzare l’idea originale. Il 4 luglio 1910 è Reno, nel Nevada, a ospitare la sfida.

Tex Rickard piazza 250 poliziotti e 150 agenti a cavallo a guardia dell’arena. Non vuole disordini. Fa confiscare pistole, coltelli, addirittura alcune accette.

La sfida è impari. Jeffries, assente da sei anni dal pugilato, ha cominciato gli allenamenti a 125 chili. Ne ha persi venti in preparazione all’incontro.

Johnson lo umilia.

E Tex Rickard arricchisce il conto in banca.

Negli Stati Uniti, Pancho Villa sconfigge per ko 11 Johnny Buff e conquista il titolo dei mosca. Torna nelle Filippine a bordo della lussuosa SS President Grant, accolto con tutti gli onori e una sfarzosa parata, il presidente Manuel Quezon lo riceve e si complimenta con lui.

Ne ha fatta di strada il ragazzo. Senza genitori, ha accettato qualsiasi lavoro, compreso quello di lustrascarpe. Poi ha scoperto la boxe e nonostante gli ostacoli, messigli davanti dal razzismo dell’epoca, è arrivato in alto. Adesso è in vetta.

E pensare che voleva chiudere con la boxe. Una delusione d’amore, il rifiuto di una donna che aveva corteggiato, l’aveva intristito al punto da isolarsi da isolarsi dal resto del mondo.

Il 4 luglio del ’25 affronta Jimmy McLarnin a Emmervylle in California. In palio non c’è il titolo, entrambi sono oltre il limite della categoria. Villa è il netto favorito dai bookmaker, ma arriva al match tra mille problemi. È tornato da poco da un faticoso viaggio nelle Filippine, soffre di un terribile mal di denti, non ha dormito negli ultimi due giorni e ha subìto l’estrazione di un molare. I medici gli hanno consigliato riposo e vietato di affrontare il combattimento. Niente da fare, lui quella sera vuole a tutti i costi disputare l’ottantacinquesimo match della vita.

La moglie a Manila è ricoverata in clinica. La gravidanza sembra possa creare qualche problema, lei è al nono mese.

Per otto round McLarnin domina, Villa tira pochi pugni, tutti senza potenza. Ci prova nelle ultime due riprese, ma senza ottenere alcun effetto. L’irlandese vince la sfida, gli scommettitori sbancano i bookmaker. È stata appena realizzata una clamorosa sorpresa, contro ogni previsione.

McLarnin esulta. I giornalisti scrivono di uno strano atteggiamento di Pancho Villa, dei suoi problemi fisici, si pongono molte domande a cui non riescono a dare altrettante risposte.

Il dottor Hoffman lotta per salvare la vita del campione del mondo. L’operazione non è neppure cominciata, il ragazzo rimane soffocato durante l’anestesia. Viene inutilmente tentata una respirazione artificiale. Niente da fare. Pancho Villa non ce la fa. Ha poco più di 23 anni, è stato uno dei più grandi pugili delle Filippine.

Nel 1989 l’ottantaquattrenne Gliceria, la vedova, accuserà la mafia delle scommesse di avere ucciso l’amore della sua vita iniettandogli una dose eccessiva di anestetici per punirlo della sconfitta contro McLarnin, una sconfitta che è costata all’associazione una montagna di dollari.

Il 15 luglio del 1925, un giorno dopo la morte di Francisco Guilledo detto Pancho Villa, la signora Gliceria dà alla luce il loro unico figlio.

Ho scritto questa storia dopo avere letto una notizia su Fightnews.
Sabato, a Fresno in California, Jonas “Zorro” Sultan sfiderà Jerwis “Pretty Boy” Ancajas per il titolo Ibf dei supermosca. È il primo mondiale tra due filippini dopo novantatrè anni, l’ultimo era stato quello tra Pancho Villa e Clever Sencis, il 2 maggio 1925 a Manila. 

 

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