Tennis e musica, chitarre e racchette. Quella voglia matta di distruzione…

Dopo dodici anni di terapia il mio psichiatra
ha detto qualcosa che mi ha indotto alle lacrime.
Mi ha detto: “No hablo inglés”
(Ronnie Snakes)

 

Non importa che sia una chitarra o una racchetta.
L’importante è romperla.

Strana gente gli psicologi.
Dicevano che per Jimi Hendrix la chitarra fosse una proiezione del pene.
Se l’analisi fosse stata giusta, ci sarebbe da chiedersi cosa passasse per la testa del più grande di sempre quando nel 1967, prima a Monterrey e poi al Finsburry Astoria di Londra, ha distrutto la chitarra dopo averla incendiata.

L’aveva dipinta personalmente con fiori e cuori. Ma le aveva anche dato fuoco e poi l’aveva fracassata.

Un gesto di ribellione? Forse. Una provocazione? Più probabile. Ma c’è sempre un’anima candida che non accetta l’idea che gli oggetti che hanno contribuito a creare un mito possano andare persi per sempre. Così un tizio che lavorava all’ufficio stampa di Hendrix, quella chitarra l’ha prima recuperata e poi salvata nel garage di famiglia. Qualche tempo dopo, conservata ma non restaurata, la Fender Stratocaster è stata venduta all’asta.

L’americano Daniel Boucher ha pagato 495.000 dollari per averla.

Dubito che qualcuno abbia recuperato le quattro racchette distrutte in 25 secondi da Marcos Baghdatis nel secondo turno degli Australian Open, edizione gennaio 2012. E se anche l’avesse fatto, mi perdoni il cipriota, sono pronto a scommettere che non si troverebbe un solo appassionato disposto a pagarle mezzo milione di dollari. Baghdatis non è certo Jimi Hendrix. E l’unica cosa originale che ha fatto in carriera è stata quella di rompere quattro racchette in uno spazio di tempo molto breve. Un record sì, ma di follia.

Prima di lui il mondo del tennis aveva visto ben altri profeti della distruzione.

la vita. Se spacchi una chitarra in un pub di provincia mentre suoni con un gruppo di amici, chiamano un medico e ti fanno internare.

Se lo fa Paul Simonon dei Clash diventa addirittura il soggetto di una copertina (il disco era in vinile) entrata nella storia della musica. È tutto scritto sui libri. Data: 21 settembre 1979, luogo: il Palladium di New York. Frustrato dalla fredda risposta del pubblico, compostamente raccolto sui sedili del teatro anziché urlante e danzante sotto il palco, Simonon ha fracassato il basso, un prezioso Fender Precision.

Poi, si è pentito.

Ha recuperato i pezzi e li ha donati alla Rock Hall of Fame di Cleveland. In platea quella sera c’era Pennie Smith che ha fotografato la scena. Potete vedere l’immagine sulla copertina di “London Calling”.

Nessuna copertina per Paolo Canè che durante una partita di Davis in Austria è stato preso di mira da uno spettatore ubriaco. Solo dopo essere stato centrato da un bicchiere pieno di vino, Paolino si è deciso a replicare, fracassando la racchetta sulle mani dell’etilico tifoso.

Rompeva le chitarre anche Kurt Cobain. La prima, il 30 ottobre 1988, alla festa di Halloween all’Evergreen State College di Washington.

Il problema era che i Nirvana, in quel periodo, non navigavano nell’oro e una chitarra rotta a ogni spettacolo era un lusso che non potevano permettersi.

Non era senza soldi Goran Ivanisevic. Il suo problema era un altro. Nel 2000, al secondo turno del Samsung Open di Brighton in Inghilterra, si era presentato contro il coreano Hyung Lee con tre racchette.

Nel primo set, sul 5-5, Goran aveva perso game, set e controllo. Inevitibabile che spaccasse la racchetta.

Era però riuscito ad aggiudicarsi il secondo set al tiebreak. Nel terzo, sull’1-1, aveva sprecato alcune palle break attribuendo ogni singolo errore alla racchetta. Aveva così deciso di punirla con il massimo della pena. L’aveva fracassata.

Nel game successivo aveva commesso un doppio fallo. Che poteva fare il povero Goran?
L’unico gesto adatto all’occasione, almeno nella sua testa.
Rompere anche quella.
Riacquistato un minimo di lucidità aveva cercato nel borsone un’altra racchetta, erano finite.

Il giudice arbitro Gerry Armstrong non aveva potuto fare altro che allontanarlo per “lack of appropriate equipment”, mancanza di attrezzatura appropriata.

Pete Townshend, chitarrista degli Who, era un famoso distruttore di chitarre, al punto che aveva scelto per i concerti quelle più durevoli e resistenti (e soprattutto meno costose).

Le massacrava senza fare distinzioni. Un vero democratico. In carriera ha distrutto Fender Stratocaster, Fender Telecaster, oltre a vari modelli di Danelectro. Nella famosa apparizione allo Smothers Brothers Comedy Hour nel 1967, ha scelto una Vox Cheetah, utilizzata solo in quell’occasione perché disintegrata in mille pezzi da lui e dall’esplosione della batteria di Keith Moon.

«Distruggo la mia chitarra sull’altoparlante perché è di grande effetto visivo. È molto artistico. Si ottiene un suono tremendo, grandioso…».

Parola del signor Pete Townshend.

In quanto ad attimi di follia può stargli dietro senza fatica John McEnroe, cacciato dagli Australian Open del 1990. La motivazione ufficiale recitava così: “Squalificato per aver ripetutamente ingiuriato l’onorabilità della moglie del direttore di gara, con l’aggravante di aver lanciato volontariamente la racchetta sul campo di gioco, distruggendola”.

Questo e altro ha fatto uno dei più grandi sfasciaracchette di sempre. Sul podio merita un posto di tutto rispetto Marat Safin, un genio nel genere.
Da loro ci si aspettava momenti di follia a ogni apparizione.
Non deludevano quasi mai.

Genio e sregolatezza anche per Yngwie J. Malmsteen, pseudonimo di Lars Johan Yngve Lannerbäck (svedese del 1963), chitarrista heavy metal che ha raggiunto la notorietà negli anni Ottanta grazie alla notevole velocità esecutiva e all’abilità tecnica. È stato famoso per aver portato all’estremo l’applicazione della musica classica alla chitarra elettrica in un contesto heavy metal. In un concerto del tour The Seventh Sign, Malmsteen infuriato per un motivo mai del tutto chiarito, ha distrutto la chitarra sulla testa del batterista.

Il concerto è stato interrotto dopo un’ora e venti minuti di show. Bel colpo, degno di entrare in classifica. Non si hanno notizie del povero batterista.

 

Pochi a Basilea ricordano quel bambino biondo e paffuto che a 4 anni si muoveva sui campi dell’Old Boys Tennis Club. Molti ricordano un ragazzino di nove anni che dopo ogni sconfitta si rifugiava dietro la sedia del giudice arbitro e scoppiava in un pianto dirotto.

Se la partita si metteva male, cominciava a rompere le racchette, a scagliarle ovunque e a imprecare a ogni punto perso. Se i genitori dalla tribuna gli dicevano di calmarsi, lui rispondeva da vero maleducato.

«Andate a bere qualcosa e lasciatemi in pace».

Faccio fatica a riconoscere in quel bambino l’uomo di ghiaccio che ha dominato il mondo senza mai perdere la calma.

Era il futuro re del tennis, Roger Federer.

Siano racchette o chitarre, l’importante è romperle. Ma quello che ha fatto Mikhail Youzhny a Miami 2008 supera ogni record.

Sotto 7/6 3/6 4/5 40-30 contro Almagro, sbagliava il punto.
Distruggere la racchetta?
Troppo facile.
Doveva fare di più.

Aveva così cominciato a colpirsi con violenza inaudita. Tre racchettate consecutive sulla faccia, fino a quando un rivolo di sangue non ne aveva rigato il volto.

Neppure il medico, prontamente intervenuto, era riuscito a fermarlo.
Jimi Hendrix, Paul Simonon, Kurt Cobain, Pete Townshend?
Dilettanti.

Racconto tratto dal mio libro: “Storie in controtempo”. Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… Viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis (Edizioni Absolutely Free).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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