Le imprese di Belcastro, Rosi e Zoff regalano ottimismo a Blandamura

La sfida di Emanuele Blandamura contro Ryota Murata per il mondiale Wba dei pesi medi è di quelle molto, ma molto difficili. Il pronostico lo indica come sfavorito.
Sono andato a cercare nella memoria qualche momento simile nella storia del pugilato italiano e a mente, senza scomodare gli annuari e senza andare molto indietro nel passato, ne ho trovati tre. Probabilmente ce ne saranno altri, magari più significativi. Ma questi tre li ho vissuti da bordo ring e li ricordo bene.

Era l’aprile dell’88. Il ring era all’interno del Palazzetto dello sport di Busalla, in Liguria. In palio il campionato europeo dei pesi gallo. Difendeva il titolo Fabrice Benichou che lo aveva appena conquistato battendo per ko Thierry Jacob. Il campione era un pugile tosto, votato all’attacco e dotato di pugni pesanti. Il suo record ne era la testimonianza: 17-5-0, con 10 knock out all’attivo. Lo sfidante era un calabrese trapiantato a Pavia, Vincenzo Belcastro. Tecnico, ottima padronanza dei fondamentali, ma con i piumini nelle mani: 12-3-2 recitava il suo record, con un solo successo prima del limite.

Sul ring accadeva l’imprevedibile. Nel terzo round un destro in attacco di Belcastro centrava alla mascella Benichou. Era un colpo perfetto, portato con precisione da manuale. Subito dopo averlo tirato, lo sfidante si rimetteva in posizione di guardia, temendo la reazione dell’altro. Il campione però era finito pesantemente al tappeto. Si rialzava a fatica, barcollava, era incerto sulle gambe. L’arbitro l’aveva già contato out e decretava giustamente il ko.
Sorprendente vittoria da picchiatore di uno che picchiatore non lo era stato mai.
Il successo regalava fiducia e consapevolezza della propria forza a Belcastro che sfiorava anche il titolo mondiale, perdendo per split decision contro Sanabria al termine di un match molto incerto.

Nel luglio del 1989 erano in tanti a pensare che la brillante carriera di Gianfranco Rosi fosse ormai finita. Quando arrivava la notizia di un tentativo mondiale ad Atlantic City contro il golden boy da un milione di dollari Darren Van Horn, il verdetto sembrava già scritto in partenza. Il campione Ibf dei superwelter aveva un record immacolato: 39-0, con 24 successi prima del limite. Era più giovane di undici anni (21 contro 32) e poteva sfruttare il vantaggio di boxare in casa. Anche la storia era contro Rosi: solo due italiani (proprio la stessa situazione di Emanuele Blandamura) avevano conquistato il mondiale in America. C’era riuscito Primo Carnera (pesi massimi), l’aveva imitato Nino Benvenuti (pesi medi, guarda un po’).
Si combatteva al Trump Plaza. Già nel primo round si era capito che ci saremmo trovati davanti a un pomeriggio magico per l’Italia del pugilato.

Dopo soli ventiquattro secondi l’umbro portava un sinistro in approccio, doppiato da un diretto destro che mandava il campione al tappeto. Era l’inizio di un dominio assoluto concluso con una larga vittoria ai punti (117-109, 118-108, 116-109). Un successo arrivato in maniera tanto clamorosa, quanto inaspettata.

Il terzo ricordo è più recente. Agosto del ’99. Ero a bordo ring del Palasport di Le Cannet in Francia per il tentativo mondiale di Stefano Zoff contro Julien Lorcy, campione Wba dei pesi leggeri. Il francese era sei anni più giovane del nostro e aveva un record migliore: 41-1-2 contro il 28-6-2 di Stefanino. Avevo passato la vigilia assieme allo sfidante, alla moglie e alla figlia Veronica, al manager Salvatore Cherchi. Erano tutti fiduciosi che potesse farcela, erano tra i pochissimi a credere che l’impresa sarebbe stata possibile.
Avevano ragione loro. Ancora una volta un pugile italiano aveva sconvolto i pronostici e regalato una grande gioia al popolo della boxe. Julien Lorcy a fine match aveva gli occhi gonfi, una brutta ferita sotto l’arcata sopracciliare sinistra, rivoli di sangue disegnavano la sua faccia. Il torello infuriato aveva incontrato il suo matador.  Lo sfidante aveva preso in mano la partita dopo soli tre minuti, il tempo di una ripresa. Aveva tolto spazio, respiro, possibilità di movimento al campione.

Attaccato, soffocato da quel sinistro che non gli concedeva tregua, il francese aveva cercato di abbozzare una reazione. Ma quella notte Stefano Zoff apparteneva alla schiera dei grandi del ring, di quelli che sanno regalarti emozioni andandole a pescare nel profondo dell’anima. E così quando anche l’energia stava finendo, era stato il coraggio a fare da terreno fertile, da riserva a cui poter attingere per le ultime decisive risorse.
Aveva vinto con pieno merito, una unanimous decision trasformata in split decision (117-114, 116-113, 114-117) solo dalla stranezza di uno dei tre giudici. Perché, statene certi, quella volta Stefanino era stato il vero padrone del ring.
Tutto il resto sono chiacchiere.
Tre storie. Tre italiani che, dati chiaramente sfavoriti nei pronostici, centrano la grande e sorprendente impresa…

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