Campioni da raccontare. Vidoz, bravo con i pugni, travolgente con le battute

Sono stato fortunato. Ho visto passare davanti ai miei occhi mille storie. E ho potuto raccontarle. Da più di quarant’anni seguo il pugilato, la maggior parte del tempo l’ho vissuto a bordo ring a contatto con i protagonisti. Sfogliando l’album dei ricordi ho pensato potesse essere interessante riproporre una galleria dei campioni che ho incrociato lungo il cammino. Raccolgo in questo blog pagine d’epoca. Dentro ci sono quei pugili italiani che mi hanno entusiasmato. Oggi tocca a Paolo Vidoz, cinque interviste in cui il goriziano dà il meglio di sè.

Campioni da raccontare 9. continua
(precedenti puntate: Valerio Nati, 2 febbraio; Patrizio Oliva, 3 febbraio; Sumbu Kalambay, 4 febbraio; Giovanni Parisi, 5 febbraio, Leonard Bundu, 6 febbraio;
Alessandro, Massimiliano e Carlo Duran, 7 febbraio;
Maurizio Stecca, 8 febbraio; Stefano Zoff, 9 febbraio)

 

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Giugno 2016.
Pubblico sul mio profilo Facebook delle foto fatte negli anni in cui andavo in giro per il mondo per raccontare i campioni della boxe. Tra i commenti, mi colpisce quello ironico di un giovanottone goriziano, classe 1970.

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Paolo Vidoz è stato bronzo nei supermassimi ai Mondiali ‘99 e all’Olimpiade di Sydney 2000. Da professionista ha conquistato l’Europeo e l’ha difeso due volte. Un pugile tecnico e con buon pugno.
No, Paolo. Non ho dimenticato le nostre chiacchierate, la tua simpatia. Non ti ho dimenticato al punto che ti ho dedicato un capitolo nel mio ultimo libro “I miei Giochi”. E poi come potrei non essere affezionato a uno che mi ha regalato splendide interviste. Quelle gioiose e un po’ pazze dei giorni felici, quelle tristi di fine carriera. E, ti sembrerà strano, è proprio a queste che mi sento più legato. Hai l’animo del clown, sorridente fuori e triste dentro. In senso buono ovviamente…

L’OLIMPIADE DI SYDNEY
Settembre 2000.
Paolo ha il bronzo in tasca e si prepara alla semifinale olimpica contro il britannico Audley Harrison.

La notte dopo avere conquistato la medaglia, Paolone Vidoz non ha dormito neppure un minuto. La tensione se ne stava andando lentamente, ma occorreva tempo perchè sparisse del tutto. La sentiva sulle spalle, era una scimmia scomoda e opprimente.
«E’ un mese che mi sono isolato dal mondo. Non ho portato con me il telefonino cellulare, non ho chiamato nè casa, nè gli amici. La pressione è una brutta compagna di viaggio.»
E’ la timidezza fatta persona questo ragazzone di 189 centimetri per 107 chili di peso. Sul ring si lancia all’attacco. Nella vita preferisce la prudenza.
«Ho sempre evitato di fare a botte per strada, anche chi mi incontra preferisce evitarlo. Vengo da una famiglia di gente abituata a tenere dentro i propri sentimenti. Ho vissuto sempre con il nonno, ho imparato a cucinare, a prendermi cura di me stesso. Da tre generazioni i Vidoz sono contadini di Lucinico, cinquemila abitanti a pochi chilometri da Gorizia. Facciamo vino, lavoriamo la campagna. A dire la verità io con la terra non sono mai stato bravo, così quando a scuola ho visto che non andavo bene come avrei voluto, sono andato a lavorare come metalmeccanico prima, come manovale poi. A 16 anni ho scoperto la boxe.»
Per quattro volte è arrivato fin davanti alla porta dell’Unione Pugilistica Goriziana, per quattro volte ha girato i tacchi ed è tornato indietro. C’era troppa gente dentro per chiedere di provare.
«Ma la prima volta che ho messo i guanti ed ho fatto un paio di riprese di sparring, il maestro Piccotti mi ha detto: diventerai campione d’Europa e a 26 anni comincerai a toglierti grandi soddisfazioni. Ha quasi indovinato tutto.»


Sono quattro anni che Paolone raccoglie successi, da quando la guida tecnica della nazionale azzurra è passata da Franco Falcinelli a Patrizio Oliva: oro ai Goodwill Games, due volte bronzo ai Mondiali e alla Coppa del Mondo, oro ai Giochi del Mediterraneo, argento agli Europei.
«Sono maturato, forse prima ero un po’ fifone. La medaglia conquistata qui mi ha reso immensamente felice. Se non l’avessi raggiunta, mi sarei sentito un fallito.»
Ancora (speriamo) due match da dilettante, poi il grande passo nel mondo dei professionisti. Ha tre proposte di contratto: Lou Di Bella (ex responsabile della Hbo e prossimo capo della struttura pugilato del Madison Square Gardner); Salvatore Cherchi (manager italiano, in tandem con Shelly Finkel: l’uomo che amministra la carriera di Tyson); Peter Kohl (promoter tedesco, titolare della Universum).


«Passo volentieri professionista. Sono stanco di questo mondo del dilettantismo dove vedi sempre le stesse facce, vivi le stesse situazioni, fai le stesse cose e incontri gli stessi giudici che ti derubano dopo una vita di sacrifici, come è accaduto a Paris nei quarti di finale. Ma prima di firmare un contratto voglio pensarci. Lo farò, con calma, quando tornerò a casa.»
Quando rientrerà a Licinico, c’è una cosa che dovrà fare prima di tutte.
«L’ho promesso a mia madre, Rita. Lei lavora in una tipografia, ma la sua grande passione sono i fiori. Le regalerò una serra di vetro. Lei è quella che ha più paura quando combatto. Per un mese, quando ho cominciato, le ho nascosto il fatto che andassi in palestra. Poi lei e mio padre, Bruno, si sono rassegnati all’idea. Ma non sono quasi mai venuti a vedermi, l’hanno fatto soltanto cinque volte su 130 match. Il pugilato è comunque di casa dai Vidoz, nel vero senso della parola. La palestra dove mi alleno è infatti nella cantina di famiglia, sotto l’appartamento. L’ho chiamata Simpson Club, in onore dei cartoni che adoro. Mia madre dice che adesso sopporta l’idea che faccia il pugile, ma che pagherò tutto quando avrò smesso. Forse ha ragione lei. Mi sono operato cinque volte ai gomiti, due al ginocchio destro, una alla mano. Quando diventerò vecchio, i dolori arriveranno tutti assieme. Ma io non posso fare a meno di amare questo sport.»
Ancora tre domande per capire fino in fondo il personaggio.
Quale è il sogno della tua vita?
«Essere un pensionato.»
Per fare?
«Niente.»
Se dovesse andare male la carriera di professionista, cosa farai?
«Torno a lavorare da manovale.»

IL PUGILE LAST MINUTE
18 dicembre 2010.
Vigilia del match con Kubret Pulev (sconfitta in otto round).

Paolo, con che spirito affronterai Pulev?
“Vado ad arricchire il record di un altro rivale che punta al titolo. Parto venerdì, sabato il match, domenica a casa. Sono un pugile last minute.”
Perché a 40 anni combatti ancora?
“Per mangiare e bere. Perché è il mio lavoro, perché ho una famiglia da mantenere.”
Rimpianti?
“Dopo l’Europeo a Milano non ho più recuperato sul piano psicologico. Non ho più, come dice Rocky, gli occhi della tigre. Sono troppo prudente e nella boxe vince chi osa.”


Come ti definiresti?
“Un pugile sul viale del tramonto”
E’ triste.
“Quando avevo la speranza di andare sempre meglio, i pugili che venivano ad arricchire il mio record li guardavo dall’alto in basso. Ora sono uno di loro, anche se in fondo all’anima non mi sento così.”
Cosa hai ancora da chiedere alla boxe?
“Di finire i match senza farmi male, di scendere dal ring a testa alta, di guadagnare qualcosa per il mio futuro da coltivatore diretto.”
Del Vidoz burlone mi sembra sia rimasto poco.
“Non è del tutto svanito. Salirò sul ring facendomi accompagnare dalla musica di Heidi, è in onore dell’amico sponsor che mi regala cinque litri di latte a settimana per i miei tre bambini.”
Loro resteranno lontani dalla boxe?
“I due maschietti sì, hanno scelto il calcio. Ma la piccolina no. Le ho detto: ora fai ginnastica e ti alleni, poi farai pugilato. Avrai il permesso di picchiare tutti, compresi i fratelli.”

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L’ULTIMO MATCH
15 dicembre 2012.
Vigilia della difesa tricolore contro Matteo Modugno

Paolo Vidoz, quello contro Matteo Modugno sarà davvero l’ultimo match della carriera?

“In realtà ho già finito di boxare. Ho finito a Milano, contro Skelton, nel dicembre del 2008. Da quel momento in poi non sono stato più io. Non avrei mai pensato di perdere un match per abbandono. Più volte durante quell’incontro ho pregato perché mi mettesse ko.”

Ottimi risultati da dilettante, buon record anche da professionista. Il momento più bello?

“Quando ho vinto l’europeo dei massimi contro Timo Hoffmann nel 2005, un match fatto con soli quattro giorni di preavviso. E’ stato l’apice della mia carriera.”

Rimpianti?

“Di non avere vinto l’oro olimpico a Sydney 2000. Non ero certo andato lì per il bronzo. Harrison è stato più bravo di me, ma sono stati molto bravi anche quelli del suo clan. Sono venuti a vedermi in un torneo che ho vinto in Ungheria, hanno filmato tutti i miei match, li hanno fatti vedere mille volte al loro pugile. Così Harrison conosceva tutto di me, sapeva come avrei combattuto, quali colpi avrei tirato. E sul ring è stato in grado di anticipare ogni mia intenzione.”

C’è un pugno subìto che non potrai mai dimenticare?

“Quello con cui il cubano Rubalcaba mi ha messo ko ai Giochi di Atlanta 1996. Anche se il dolore che ti resta non è quello fisico. Quello, dopo dieci minuti passa. E’ il peso che ti porti dentro a livello morale che richiede un recupero molto più lungo.”

E’ quello che ti è accaduto dopo Skelton?

“Quella sera, all’improvviso, è finita la mia voglia di rischiare. Non sono più stato un pugile.”

Lasci la boxe con tristezza?

“Lascio ringraziando il pugilato, mi ha permesso di vivere venti anni facendo lo sport che amo e che mi diverte. Credo che siano pochi gli sportivi che possano dire la stessa cosa.”

Cosa ti ha dato l’esperienza americana?

“Ho imparato cosa volesse davvero dire fare il pugile professionista. Ho conosciuto i tempi d’azione, il modo di portare il jab, il lavoro al corpo. Che poi non sia stato capace di mettere in atto quelle lezioni, è un altro discorso.”

Finalmente un battuta. Mi sembravi invecchiato di trent’anni. Cosa è successo al Vidoz che conoscevo?

“Sono arrivato a un punto della mia vita in cui tutto diventa difficile. Cambiare lavoro a 41 anni non è una cosa semplice. Da adesso in poi dovrò vivere facendo il contadino. In confronto la boxe è acqua di rose. Devi spezzarti la schiena per tirare su verdura o patate e mettere assieme dieci euro. Altro che ganci e montanti.”

Come procede il progetto dell’agriturismo?

“Bene. Forse ce la faremo. Ho impedito al mio geometra di andare in giro a bere e l’ho costretto a tirare giù la piantina del locale. Mi sto specializzando sempre di più nell’arte del cucinare. Ho partecipato a MasterChef, sono arrivato in finale. Nei primi tempi sarò io a preparare i piatti base e lo farò con grande passione.”

Quando lo aprirai?

“Il 12 dicembre 2012. Lo chiamerò “La fine del mondo”, in onore alla previsione dei Maya.”

Sei spaventato da questa nuova avventura?

“Sono entusiasta. Non vedo l’ora di cominciare.”

Come mai nessuna difesa del titolo italiano dei massimi a nove anni dalla conquista?

“Perché in giro mi ero fatto la nomea di quello forte. Devono averci creduto.”

Ultimo match contro Matteo Modugno, due metri per 120 chili. E anche 17 anni di meno. Che mi dici di lui?

“Che è bravo, grosso, veloce, giovane e pesante.”

E’ il tuo erede?

“No, il mio erede si chiama Hripsime. E’ mia figlia, ha dieci anni. Per ora fa atletica, ma il suo futuro è nel pugilato. Quando mi spara un pugno nello stomaco tiro fuori un sorriso amaro per non piangere dal dolore. E’ l’unico pugile della famiglia.“

E Arthak e Arthom, gli altri due bambini che avete adottato?

“Loro sono monomaniaci, solo e sempre calcio.”

In un’intervista a SportWeek li hai definiti “terroristi armeni”

“Sono delle furie scatenate, ma era chiaramente uno scherzo. Ci fanno impazzire, ma ci regalano anche tanto amore.”

Ci sarà un bel gruppo di amici a bordo ring nel Palazzetto dello Sport di Rezzato il 16 dicembre?

“Non credo. Ho detto loro che sarà meglio festeggiare l’addio al pugilato a casa mia, con una bella bevuta.”

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UNA TRISTE USCITA DI SCENA
17 dicembre 2012.
Dopo la sconfitta tricolore con Modugno (in dieci round)

Sei salito sul ring a 130 chili, non ti sembra di avere commesso un grande errore?
“La dieta di queste parti non si cambia. Da sempre mangiamo salsicce, salame e roba così. Siamo un popolo contadino che consuma energie stando sui campi da mattina a sera. A me è mancata questa seconda parte, ecco perché pesavo così tanto.”
Ma non ti sei vergognato?
“Diciamo che vedendo le foto del match mi sono fatto autoschifo. Il profilo è quello di un vecchio con il pancione.”
Non è che già rimpiangi la boxe?
“Sono disgustato da allenamenti, diete, privazioni, match. Altrimenti sarei andato avanti. Ma la palestra mi faceva sentire giovane. Spero che anche il nuovo lavoro, il cuoco, mi dia gli stessi stimoli. Anche se potrebbe essere un’attività pericolosa vista la mia predisposizione a mangiare di tutto.”


Ma un cuoco cucina, non mangia quello che dovrebbe cucinare.
“Un cuoco deve assaggiare tutto e poi un cuoco magro non mi dà fiducia.”
Quanto ti sei allenato?
“Due settimane, ma intense.”
Uno schifo, non trovi?
“Non potevo pretendere di più da me. Non sopportavo più gli allenamenti.”
Ci sono dei momenti in cui parli come uno che non ne possa più del pugilato, ce ne sono altri in cui sembra che la boxe già ti manchi. Quale è la verità?
“Vado in giro a ripetere a tutti che sono un ex pugile. Forse lo faccio per autoconvincermi. Il fatto è che, anche se non combattevo tanto, sapevo di essere un pugile, di essere campione italiano. Diventare un ex è comunque triste. Smettere è un dolore forte.”
Stai attento Paolo, la vita da ex è dura.
“Tranquillo, ho messo in camera il santino di Monzon…” (ride)

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PER UNA VOLTA…
Oggi Paolo Vidoz gestisce finalmente un suo locale, l’ha chiamato Agriturismo AllaMadonna ed è sullo Stradone della Mainizza al numero 424. A Gorizia, ovviamente. Se passate da quelle parti andate a trovarlo. Da quello che leggo in giro, quando mi diceva di saper cucinare diceva il vero. Per una volta non mi ha raccontato balle…

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GLI SCHERZI DELLA NUOVA VITA
11 novembre 2016.
Paolo Vidoz è vittima di uno truffa degna di Amici miei…

Paolone Vidoz al telefono da Gorizia.
Medaglia di bronzo mondiale e olimpica, campione europeo da professionista. Un massimo che sapeva boxare e aveva pugno. Un ragazzo di una simpatia contagiosa. Ora è titolare dell’Agriturismo Alla Madonna, lungo la strada della Mainizza. E proprio lì, il nostro amico 46enne, è stato vittima di una zingarata degna di Amici miei.
Paolo, ma che mi combini?
“Io? Sono loro che hanno combinato qualcosa a me.”

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Racconta.
“Sono entrati un un po’ alla volta nel mio agriturismo. Saranno stati venti, diciamo pure venticinque. Dalla loro parlata mi sembravano veneti, poi sloveni. Sono in una zona di confine, è normale. Poi mi hanno detto che era sinti. E allora ho pensato che in carriera ne ho conosciuti tanti e nessuno di loro mi ha mai dato una fregatura.”


Qui il problema non era l’etnia, ma il comportamento.
“Vero. Hanno mangiato e bevuto. Poi un paio si sono avvicinati al bancone e mi hanno detto che si sentivano male, che andavano via. Altri hanno lasciato il tavolo. Ho capito che c’era puzza di bruciato, ma era troppo tardi. Sono rimaste due sole persone sedute. Un uomo anziano e un ragazzo. Mi hanno detto che sarebbero tornati il giorno dopo per pagare il conto.”
E l’hanno fatto?
“Quando mai! Mi son fatto fregare come un bambinone.”

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A quanto ammonta il danno?
“Non è tanto il danno economico, saranno stati più o meno 400 euro, che mi brucia. È che me l’hanno fatta sotto il naso. Però…”
Però, cosa?
“Mi dicono che non sono certo il primo e che in alcuni posti è quasi una moda.”

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Chi è che ha deciso di chiamare il tuo agriturismo Alla Madonna?
“E chi poteva essere se non la mamma.”
Il locale va bene, mi sembra.
“Finché riesco a pagare il mutuo va bene… Io mi definisco amministratore delegato, non proprietario. Non ancora.”
In bocca al lupo Paolo. E attento, la prossima volta fermali quando sono usciti i primi dieci…
“Dario, ma va’…”

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