Una valigetta accende la memoria. Leone Efrati, campione da ricordare

Il sor Emilio girava nei locali dell’Audace in via Frangipane, a Roma.

Era appena passato davanti ai resti delle mura romane e aveva girato lo sguardo verso sinistra, come faceva sempre. Un tempo lì, su quella parete, c’era l’ingresso a un lungo tunnel sotterraneo che portava fino al Colosseo. I gladiatori percorrevano quel buio cuniculo prima di lanciarsi nella battaglia per la vita.

Il sor Emilio si lasciava andare a un lungo sospiro, poi spingeva la porta che si apriva sul ripostiglio. Era pieno di vecchi giornali, fotografie, guantoni ormai inutilizzabili, sedie, raccoglitori rotti. Insomma era così pieno che era quasi impossibile entrarvi. Ma lui aveva visto qualcosa che gli sembrava meritasse la traversata delle cianfrusaglie, come la chiamavano gli audaciani.

Aveva scansato vecchi giornali, fotografie, guantoni ormai inutilizzabili, sedie, raccoglitori rotti e alla fine aveva trovato quello che gli sembrava di avere visto.

Una vecchia valigetta marrone, sembrava fosse fatta di cartone pressato. Aveva aperto con cura le due chiusure. Dentro c’erano guantoni, caschetto e scarpette da combattimento. Tutto della Everlast, la ditta americana.

A chi era appertenuta quella valigetta?

Il novello esploratore aveva cercato un indizio che potesse aiutarlo a svelare il mistero. Aveva girato e rigirato l’oggetto tra le mani e alla fine aveva trovato quello che cercava.

Un paio di iniziali, L.E., scritte all’interno.

Il sor Emilio Lucioli aveva appena scoperto la valigetta con cui Leone Efrati (foto sotto il titolo) era andato all’America, come si diceva all’epoca, cinquant’anni prima.

Adesso quel prezioso oggetto (foto sopra, lo mostra Romolo Efrati) che scatena infiniti ricordi è tornato a casa. Mario Venezia, Presidente della Fondazione Museo della Shoah ha commentato così: “Per noi ricevere questi cimeli è motivo di grande orgoglio, faremo in modo che siano disponibili alla visione di tutti”.

Cesare Venturini (foto sopra), che dell’Audace è il papà presidente ha il gusto della memoria, crede che sia indispensabile ricordare il passato per poter vivere un futuro migliore. Per questo ha voluto donare al Museo il ricordo di un uomo che appartiene a tutti noi, alla tradizione dei pugili italo-ebraici che si sono fatti onore nel mondo.

Leone Efrati era nato il 26 maggio del 1915, giorni di lotta e dolore. La prima guerra mondiale non dava pace. Bisognava combattere ogni giorno della vita ed era una battaglia molto più pericolosa di quel che potesse essere una scazzottata sul ring.

Era diventato pugile per passione. Un peso piuma che sapeva farsi rispettare, nel momento migliore aveva raggiunto il numero 10 della NBA e sfiorato addirittura il mondiale.

Una buona carriera da noi, poi un’esperienza parigina, infine il grande salto. Era andato all’America e si era portato i ferri del mestiere in quella valigetta che custodiva quasi fosse una reliquia.

Aveva fatto sede a Chicago, per tredici volte era salito su quei ring lontani da casa.

Il 29 dicembre del ’38 aveva affrontato al Coliseum il forte Leo Rodak. Dieci round epici, chiusi sul filo del rasoio. Leone era convinto di avercela fatta, i giudici avevano deciso che il vincitore era Rodak. Solo a match concluso la NBA aveva annunciato che quel match valeva per il titolo. Chissà, l’avesse vinto forse si sarebbe convinto a restare lì, al sicuro. Invece era voluto tornare in Italia.

Nel ’39 erano state promulgate le leggi razziali e il nostro Paese era diventato un inferno per gli ebrei.

La famiglia Efrati aveva dovuto lasciare casa, sarebbe stata troppo facilmente rintracciabile e i delatori erano sempre in agguato.

Dormivano nei portoni delle case, cambiavano rifugio ogni notte.

Leone, la moglie Giovanna e i tre figli: Romolo di sei anni, Elio di tre e Letizia di uno. Si nascondevano, speravano, sognavano.

Un giorno due uomini in borghese erano andati incontro a Leone e Romolo.

“Efrati, non muoverti. Non fare qualcosa di cui potresti pentirti.”

Una coppia di delatori li aveva venduti: cinquemila lire per l’adulto, tremila per il bambino.

Li avevano portati in via Tasso e poi per un mese a Regina Coeli.

Una mattina li avevano fatti salire su un camion per trasportarli a Fossoli.

Un uomo coraggioso e di animo buono, Pacifico Di Consiglio detto “Moretto”, aveva aiutato il piccolo Romolo a calarsi di nascosto dal camion e scappare. Il bambino aveva corso disperato, poi aveva girovagato per Trastevere fino a ricongiungersi con il resto della famiglia (questo particolare della storia è raccontato nel libro “Duello nel ghetto” di Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrieri).

Leone Efrati era stato deportato nel campo di concentramento di Ebensee, sotto la giurisdizione del campo principale di Mathausen. Un inferno, il luogo dove la percentuale di morte tra i prigionieri era più alta che da qualsiasi altra parte.

I tedeschi sapevano che Leone era un pugile (sopra nella foto della manifestazione, Romolo Efrati, la canottiera da combattimento della boxe Efrati mostrata dal giornalista Stefano Petrucci, Claudio De Camillis, il Rabbino Funaro), a loro piaceva vederlo combattere. Così lo mettevano su un ring quasi ogni giorno contro uomini molto più pesanti di lui. La posta in palio era incredibilmente alta. Se vincevi, andavi avanti. Se perdevi, quasi sempre facevi una brutta fine.

Nessuno era riuscito a battere il romano.

Un giorno però era venuto a sapere che suo fratello era stato pestato da quelli della Gestapo, si era illuso che fosse possibile vendicarsi. Era andato nella loro camerata a sfidarli. L’avevano ucciso.

Era il 16 aprile del ’44.

Qualche giorno fa Roma ha ricordato il suo campione.

Ruth Dureghello presidente della comunità ebraica romana (da sinistra nella foto sopra: Gianni Efrati , pugile anni Settanta della Società Leone Efrati, Claudio De Camillis, Ruth Dureghello e Leone Efrati: nipote di Leone), ha reso omaggio a Leone Efrati. “Dopo aver conosciuto Claudio De Camillis avevo ben chiaro l’obiettivo di dare dignità, onore e memoria ad una figura come Leone Efrati, troppo spesso dimenticata”.

Claudio De Camillis, ex arbitro internazionale sul ring all’Olimpiade di Atene 2004 e attualmente consigliere del CR Lazio della pugilistica, è stato l’ideatore della manifestazione. Proprio nella società “Leone Efrati”, nata negli anni Settanta, Claudio ha incontrato la boxe. E se ne è innamorato.

Flavio D’Ambrosi (foto sopra, da sinistra: Letizia, Romolo ed Elio Efrati; Flavio D’Ambrosi vice presidente vicario FPI) ha consegnato una targa a nome della Federazione Pugilistica Italiana di cui è vice presidente. “Una serata come questa serve per insegnare ai giovani a non dimenticare. E credo che questo sarà facilitato grazie a società come l’Audace”.

C’erano i tre figli di Leone e Giovanna. Di loro e del campione ha parlato con passione il giornalista Stefano Petrucci.

C’era, ovviamente, anche Cesare Venturini che a cerimonia conclusa ha raccontato un divertente aneddoto.

“Romolo, il figlio più grande di Leone, ha fatto pugilato da noi all’Audace per un anno. Poi è passato con Ballarati. Un giorno è arrivato in finale del Torneo delle Regioni contro un nostro atleta. Si combatteva in viale Manzoni, dove adesso c’è la Fiat. L’audiciano era un picchiatore con poco stile e tanta sostanza. Lo chiamavamo Tartaglione per quel suo difetto di pronuncia, all’angolo aveva il maestro Alfredo Ricchetti.

Nel primo round Romolo, ottimo tecnico, va via di gambe. Tocca e si allontana, tocca e si allontana. Suona il gong.

Tartaglione: “Ma-ma-maè, te devo dì na co-co-co-sa”

Ricchetti: “Me la dici dopo. Adesso va al centro del ring, finta il sinistro e sparaje un destro in bocca”.

Detto fatto. Tartaglione, che era uno che quando toccava lasciava il segno, vince prima del limite.

Festa, abbracci, mani al cielo, premi. Poi, torna la calma.

Ricchetti: “A Tartajò, che me dovevi dì?”

Tartaglione: “Que-que-quello so-so-sosotto ai piedi c’ha i pa-pa-pa-pattini a rote-rote-rotelle.”

Agli Asili Infantili in via della Renella, nel Giorno della Memoria, è stato ricordato anche Gianni Di Segni.

Ne ha descritto le gesta Roberto Funaro, suo parente, che ha citato un verso del Talmud: “Le persone giuste vengono considerate vive anche dopo la loro morte”.

Mediomassimo di valore, dilettante a vita per scelta. Cinque volte oro agli Assoluti, due volte campione europeo, quarto all’Olimpiade. Nato a Reginella da una famiglia povera, aveva proprio Efrati come idolo. Spirito allegro, prima di ogni torneo entrava nello spogliatoio e con un sorriso ironico lanciava la sua provocazione: “Chi arriva secondo?”.

Lasciata la boxe era entrato nel mondo del cinema come comparsa, aveva lavorato in molti film di Federico Fellini.
Un campione che merita un appassionato ricordo.

Per non dimenticare, a marzo sul ring del Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, Federazione e Audace organizzeranno un torneo intitolato a Leone Efrati.

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