Campioni da raccontare. I Duran: un papà, due figli e un comandante…

Sono stato fortunato. Ho visto passare davanti ai miei occhi mille storie. E ho potuto raccontarle. Da più di quarant’anni seguo il pugilato, la maggior parte del tempo l’ho vissuto a bordo ring a contatto con i protagonisti. Sfogliando l’album dei ricordi ho pensato potesse essere interessante riproporre una galleria dei campioni che ho incrociato lungo il cammino. Raccolgo in questo blog pagine d’epoca. Dentro ci sono quei pugili italiani che mi hanno entusiasmato. Oggi tocca ai Duran. Carlo, Massimiliano e Alessandro. È proprio il più piccolo di casa a narrarci, in un’intervista, la storia di una famiglia sul ring. A seguire un Santo Stefano speciale, il 26 dicembre del ’67 Carlo Duran affronta Ted Wright a Bologna…

Campioni da raccontare 6. continua
(precedenti puntate: Valerio Nati, 2 febbraio; Patrizio Oliva, 3 febbraio; Sumbu Kalambay, 4 febbraio; Giovanni Parisi, 5 febbraio, Leonard Bundu, 6 febbraio)

Alessandro, quando hai sentito per la prima volta la parola boxe?

«Quando sono nato»

E i primi guantoni, quando sono arrivati?

«Avevo un anno, ci sono le foto a testimoniarlo. La boxe in casa Duran è sempre stata una parola magica. Papà era un emigrante argentino, tutto quello che ha avuto nella vita, l’ha ottenuto grazie al pugilato.»

Per questo ti sei sentito costretto a salire sul ring?

«No. Io sono diventato pugile per curiosità. Avevo tre anni e papà mi portava già in palestra. Lui era il mio idolo, il campione da venerare. La boxe era al massimo dello splendore, per gli amici vederlo combattere era diventato un rito. Lo guardavo allenarsi e mi dicevo: da grande farò il pugile anch’io. Ma, probabilmente, dentro di me non ci credevo molto. Massimiliano nella palestra del maestro Strozzi l’ha portato mia madre: “E’ grande, grosso, robusto, gli faccia fare sport”. E’ stato guardando mio fratello che mi sono deciso. Ero curioso di capire perché tutti quelli della mia famiglia amassero la boxe. Avevo 14 anni, ho provato. Ho fatto a cazzotti per altri ventitré anni.»

Papà, ovviamente, era entusiasta della scelta?

«Era contrario. Pesavo 46 chili, non riuscivo neppure a fare il peso mosca. E poi c’era il mio carattere. Per strada, quando scoppiava una lite ero il primo ad attaccare. Papà diceva: “Questo è matto, non ragiona, finirà per farsi ammazzare. Non voglio vedere mio figlio in manicomio”. Poi è entrato in palestra e mi ha visto per la prima volta fare i guanti. Ha capito che si era sbagliato: boxavo arretrando.»

E tu, l’hai visto spesso combattere?

«Cinque o sei volte. Ma sempre in televisione. Diceva che se fossi stato a bordo ring sarebbe stata una sofferenza troppo grande per lui e la mamma. Papà non ce l’avrebbe fatta a boxare con i suoi figli in platea. E così mi mettevo davanti alla tv. Quando sentivo la sigla dell’Eurovisione mi veniva il batticuore, sapevo che dopo qualche minuto sarebbe apparso mio padre. E’ stato un grande campione. Un medio alto 1.85 a quei tempi era una rarità. E poi aveva classe, intelligenza. Tutti lo stimavano. E’ morto da tanti anni, ma la gente ancora mi ferma per strada e mi parla di lui.»

Eravamo rimasti al momento in cui hai deciso di diventare un pugile. Qualche match da dilettante, poi l’esordio al professionismo. Un esordio diverso dagli altri, perché?

«E’ stato il momento più bello della mia vita sportiva. Avevo 18 anni, appena 8 incontri da dilettante alle spalle, e non potevo combattere da pro’. Siamo andati contro tutto e tutti. Io e papà abbiamo preso l’areo per l’America. Abbiamo passato 40 giorni a Chicago a casa dei nonni di mamma. Mi allenavo in una palestra che si trovava nella zona più brutta della città. Cinquanta pugili che si picchiavano sognando il successo. La fame la toccavi con mano, quando vedevi sparring che appena presi i 5 dollari per due riprese scappavano a comprarsi qualcosa da mangiare. C’era l’anima della boxe lì dentro. Ho combattuto contro un tizio che aveva 127 match da dilettante, 119 vittorie. E’ stata dura, ma ce l’ho fatta. E’ stata l’esperienza più importante della mia carriera.»

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Hai ricordi meravigliosi di tuo padre sul ring, cosa mi racconti di tuo fratello Massimiliano, l’altro campione della famiglia?

«Quando Momo combatteva, mi sentivo male. Non dormivo la notte prima del match, mi veniva da vomitare. Succede sempre così quando sei all’angolo di una persona a cui vuoi bene. Anche se lo conosci perfettamente, non puoi essere sicuro di quello che gli passa per la testa. E così in preventivo metti anche la possibilità che possa perdere. Cosa che non rientra mai nei tuoi pensieri quando sul ring ci sei tu-»

La sconfitta. Una parola che fa paura, cosa significa per un pugile?

«E’ un dramma. I giorni che seguono una sconfitta sono un tormento. Nella boxe non sai mai quando avrai la prossima occasione. Non c’è un calendario a garantire le tue ambizioni. Per uscire da questa situazione devi fare appello a tutto il tuo orgoglio, alla forza morale. L’intelligenza deve aiutarti a capire dove hai sbagliato o ad ammettere che chi ti ha battuto è stato migliore di te.»

Anche questo te l’ha insegnato tuo padre?

«Da papà ho imparato il significato della parola lealtà, a non avere paura di dire sempre quello che penso. Mi ha lasciato un grande rispetto per questo sport. E’ stato un atleta serio: in attività non l’ho mai visto andare a letto dopo le 22.30, entrare in un bar, saltare un allenamento.»

Una famiglia unita la vostra, una famiglia in cui tu eri un po’ il cocco di tutti.

«Ero il figlio più piccolo. Massimiliano era più grande e più grosso. Ma cocco no, è stato mio fratello quello che papà ha seguito di più».

E’ stata dura essere i “figli del campione Carlos Duran”?

«Sicuramente lo è stato all’inizio delle nostre carriere per i continui paragoni che la gente voleva fare a tutti i costi. Poi però avere vicino un uomo esperto, un grande professionista, è stato di enorme aiuto ed ha superato quello che avevamo pagato in emozione o in complessi nei primi tempi dell’attività. Papà ha sempre avuto fiducia in me, continuava a ripetere: “Se avessi avuto le mani di Alessandro oggi avrei in bacheca la cintura mondiale”. Per Massimiliano la morte di papà è stata una tragedia come figlio ed un dramma come pugile. Lui era meno istintivo di me, più costruito. Papà lo teleguidava dall’angolo.  La sua morte ha accorciato la carriera di mio fratello.»

Una volta Massimiliano mi disse che gli capitava di parlare con Carlos anche dopo che lui era morto. Tu hai ugualmente un legame così forte col ricordo di papà?

«Per tanti anni, tutte le mattine, quando tornavo dal footing andavo al cimitero. Finivo la mia ginnastica davanti alla tomba di papà. Nei primi tempi le vecchiette che erano lì a pregare i loro morti mi prendevano per matto, poi sono diventate le mie più grandi tifose.»

Dopo tanto parlare del papà, vogliamo dire qualcosa anche su mamma Augusta?

«E’ eccezionale. E’ stata sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. E’ normale che fosse così»

Carlos ripeteva spesso che Augusta è un “comandante”. Cosa intendeva dire?

«Che in palestra era lui a comandare, ma in casa le cose cambiavano. E’ stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre.»

La paura. Mike Tyson dice che il pugile che non ce l’ha è un pazzo che rischia continuamente la vita. Sei d’accordo?

«Io dico che chi non ce l’ha è un incosciente. La boxe è uno sport per uomini duri, dall’altra parte c’è un tizio che ti vuole picchiare e tu non devi permetterglielo. Chi non ha paura, diciamo meglio: rispetto per quello che fa e per il rivale che affronta, vuole dire che è arrivato al capolinea. Devi avere rispetto per il tuo avversario, così lo avrai anche per te stesso. Non puoi mentire, il bluff non fa parte di questo sport. Il ring è come la vita: alla fine devi rendere conto di quello che hai fatto. Solo che nella vita non sai quando dovrai farlo, nel pugilato dopo 36 minuti c’è un giudizio a cui non puoi sfuggire.»

E quale sono le altri doti che un pugile è obbligato ad avere?

«Il coraggio. Ci sono bulletti che vengono in palestra e sul ring scappano come autentici fifoni. Ma attenzione: il coraggio deve sempre essere accompagnato dalla ragione. Altrimenti diventa stupidità..»

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Presentando un tuo incontro con Piccirillo qualcuno aveva decisamente esagerato, arrivando a paragonare il vostro match con quelli tra Benvenuti e Mazzinghi.

«Era un paragone che non reggeva. Erano altri momenti, un’altra epoca. La boxe coinvolgeva e appassionava tutta l’Italia. Assieme a calcio e ciclismo era lo sport più popolare. Logico dunque che le dimensioni dei due personaggi fossero diverse. E poi quando combatteva papà era molto più difficile arrivare al mondiale: c’erano solo otto categorie e le sigle non erano così tante come oggi. Ma allora si guadagnavano anche molti più soldi. Papà, anche senza conquistare il titolo, ha incassato in carriera dieci volte più di noi. E’ un paragone che lascerei perdere.»

I Duran. Dicono che siate gente con cui è difficile avere a che fare.

«Dicono che abbiamo un carattere difficile. La verità è che diciamo sempre quello che pensiamo ed a volte questo crea dei problemi. Ma sono felice di non essere ancora sceso a compromessi. E poi: la smettano di dire che siamo due “figli di papà”. Abbiamo lottato duramente per ottenere quello che siamo riusciti a conquistare. Massimiliano ha vinto il mondiale contro un avversario del valore di De Leon. Io ho vinto il titolo a 31 anni. Ci provino gli altri.»

Abbiamo passato in rassegna l’intera famiglia, ci siamo dimenticati di parlare di Anna Caterina, tua moglie.

«Mi sono fidanzato a 21 anni, avevo già fatto dieci match da professionista. Quando sono tornato a casa con la lettera della Federazione che mi comunicava la nomina a sfidante del titolo italiano, ho visto Anna Caterina piangere. E’ stata l’unica volta. Mi ha aiutato nei momenti più bui.»

E di te come pugile cosa pensava?

«Anche lei credeva, come faceva la mamma col papà, che io fossi invincibile.»

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La voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo.
A chi
sorriderò se non a te.
A chi
se tu, tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una storia che ha niente a che fare con la nostra, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.

Era un martedì. Uno strano giorno per salire sul ring.
Ma era anche il 26 dicembre, si combatteva di pomeriggio e il Palasport di Bologna era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, ben conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.

Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piediAvevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”. Altri tempi.

Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.

tris

Con Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.

La prima il 22 novembre del ’63. Una serata indimenticabile, soprattutto perché era lì che pugili e pubblico avevano saputo della tragedia di Dallas. Il presidente John Fitzegerald Kennedy era stato assassinato in un maledetto pomeriggio texano.

La seconda il 7 febbraio del ’64.

Due risultati di parità.

La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.

Ma a Bologna lei c’era. Sedeva a bordo ring.

 

Lei lì e i figli in casa.

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Era il 26 dicembre del ’67, Ale aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il suo primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.

Dice Augusta.

E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.

Per Massimiliano il problema non si sarebbe mai posto. Il fratello davanti alla tv, lui da un’altra parte a tormentarsi le unghie ma senza guardare neppure un’immagine.

Torniamo a quel Santo Stefano del ’67.

Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.

Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.

Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, un pugile con 115 vittorie su 121 combattimenti, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.

Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.

Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.

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L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.

Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.

Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.

Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.

Il terzo match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.

Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.

Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.

Carlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.

Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.

Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.

Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.

Lectoure non voleva mettere su quella sfida.

Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.

Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.

Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.

Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.

E lui aveva allora deciso di andarsene.

La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto a scegliere l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.

Adesso Lectoure aveva teso la mano.

Dimenicato il passato, di nuovo amici.

Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.

Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.

Finalmente le tensioni se ne erano andate.

Era Natale anche in casa Duran.

Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!

Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…

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