Campioni da raccontare. Bundu, il piccolo grande uomo del ring

Sono stato fortunato. Ho visto passare davanti ai miei occhi mille storie. E ho potuto raccontarle. Da più di quarant’anni seguo il pugilato, la maggior parte del tempo l’ho vissuto a bordo ring a contatto con i protagonisti. Sfogliando l’album dei ricordi ho pensato potesse essere interessante riproporre una galleria dei campioni che ho incrociato lungo il cammino. Racconto su questo blog storie d’epoca. Dentro ci sono quei pugili italiani che mi hanno entusiasmato. Oggi tocca a Leonard Bundu, il match è quello dell’1 agosto 2014 a Wolverhampton contro Frankie Gavin per l’europeo dei welter.
A chiudere, una lunga intervista in cui Leo parla della sua vita.

Campioni da raccontare 5. continua
(precedenti puntate: Valerio Nati, 2 febbraio; Patrizio Oliva, 3 febbraio; Sumbu Kalambay, 4 febbrai0; Giovanni Parisi, 5 febbraio)

 

Leonard Bundu from Italy smiles at the w

Leo è un omino che sorride. Neppure nei momenti di maggiore tensione si mette la maschera del guerriero. Va ovunque lo chiamino, fa il suo lavoro, incassa la parcella e torna a casa. Mai una lamentela, mai un rimprovero.

Ha una moglie, una bambina e un bambino che sanno cosa fa il loro uomo per guadagnare il salario. Adesso che il lavoro in Italia non c’è, Leo se ne va all’estero. Lì è più difficile, perché la gente ti urla contro, chi giudica il tuo operato lo fa con occhi da nemico e spesso in malafede. Ma lui alza le spalle, tira avanti e alla fine oltre al “buon lavoro” e al denaro si porta indietro addirittura qualche pacca sulla spalla.

Leo di cognome fa Bundu e di professione fa il pugile. È il campione europeo dei pesi welter. A novembre festeggerà i suoi primi 40 anni. Ma è ancora una belva. Sul ring di Wolverhampton, vicino Birmingham nel West Midlands britannico, ha domato l’ennesimo giovanotto inglese che avrebbe dovuto spazzarlo via come un ciclone.

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È andata male al povero Gavin.

Ha capito tutto in fretta, alla sesta ripresa ha avuto la conferma che quella sarebbe stata una serata maledetta. Leo si è leggermente piegato sulla sinistra, ha preso la mira e ha infilato il montante sotto il gomito destro di Frankie. Il pugno ha centrato il fegato. Il britannico è rimasto in piedi per un paio di secondi e poi è finito giù, al tappeto. Il resto conta poco, negli occhi mi è rimasto quel piccolo capolavoro tirato da un campione che non ha ancora avuto la ricompensa che merita.

Il match l’ha vinto, anche perché l’ha dominato con una boxe che affonda le radici nel gesto nobile del colpo, nel ritmo costante, nella capacità di esercitare pressione, nella voglia a quarant’anni ormai vicini di andare ancora a caccia di traguardi. Un pugilato antico nelle sue linee guida, moderno nella praticità con cui viene esercitato.

Ma non è solo questo che mi ha colpito della serata. Leo ha combattuto riportandomi indietro nel tempo, facendomi capire ancora di più quanto possa essere bello il pugilato. Uno sport che un po’ di enfasi non esiterei a definire romantico, sicuramente contagioso perché ti lega a doppio filo con l’evento servendosi delle sensazioni che riesce a trasmetterti.

Niente tv a raccontare il match. Non ci sono soldi per comprare i diritti televisivi all’estero. Pensate che Frank Warren, l’organizzatore della riunione, non ha neppure fatto la proposta alle nostre emittenti. E quando gli è stato chiesto di trattare ha sorriso davanti all’offerta e ha sdegnosamente rifiutato.

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Niente tv dunque. Si fa come ai vecchi tempi. Una volta c’era la radio. Chi ha la mia età ricorda il 17 aprile del 1967. Il governo aveva vietato la diretta televisiva perché temeva che il giorno dopo gli italiani non sarebbero andati a lavorare. Così 18 milioni di nostri connazionali avevano sentito la radiocronaca di Paolo Valenti che raccontava la vittoria di Nino Benvenuti su Emili Griffith nel mondiale medi che si teneva al Madison Square Garden di New York.

Anche stavolta non c’era la tv. E la radio latitava. Allora mi sono affidato ad altra tecnologia. E l’ho visto, come hanno fatto in molti. Non tantissimi, abbastanza però per non farci sentire membri di una nicchia di carbonari che si nascondono in buie cantine per non rivelare al potere la loro esistenza.

Davanti al computer le emozioni si attenuano.

Io, ad esempio, avevo paura che il collegamento saltasse da un momento all’altro, avvertivo come un segnale drammatico qualche blocco d’immagine che mi faceva temere l’interruzione della trasmissione. Ma tutto sommato è andata bene così.

Ho visto il match chiuso nel mio studio, una lucetta accesa, le voci dei commentatori che venivano da lontano e in una lingua straniera raccontavano una realtà che non esisteva.

Match equilibrato
Forse Gavin ce l’ha fatta!

Ma di che stavano parlando?

Spesso ci lamentiamo dei nostri telecronisti. Cosa dovremmo dire di questi?

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Leo aveva comandato la sfida, oltre al knock down del sesto round aveva inflitto una pesante sofferenza al Frankie di casa loro nella ripresa successiva. Era stato lui a fare sempre e comunque il match. Fossi stato il parente più stretto del giovane di Birmingham alla fine avrei avuto tre punti per il campione. Avessi avuto la fortuna di essere neutrale avrei chiuso con cinque lunghezze di vantaggio.

Ma non mi va di stare qui a discutere di giudici e verdetti incredibili. Userei questo aggettivo come un eufemismo per definire il cartellino dell’olandese Robert Verwijgs che aveva 115-112 per lo sfidante.

Non ho alcuna voglia di innervosirmi, io sono qui per godere fino in fondo della vittoria di Leo.

È stata bella come un sorpasso di Valentino Rossi all’ultima curva, un attacco di Nibali in una salita del Tour, l’affondo vincente della Errigo ai Mondiali di scherma.

Metteteci chi volete.

Mi sono entusiasmato per loro, mi sono entusiasmato per Bundu.

L’unica differenza è che non vedremo prime pagine a lui dedicate, non ci saranno giornalisti che scriveranno la sua storia. Eppure sarebbe un racconto interessante. Un ragazzo della Sierra Leone che parla l’italiano con accento fiorentino e si esprime in un perfetto inglese con l’accento africano. Un uomo di quarant’anni che combatte come un giovanotto.

E poi l’infanzia turbolenta, la perdita del papà in giovane età, l’emigrare in una terra che non conosceva, la riscoperta del mondo. Problemi, sacrifici. Una donna che gli cambia la vita, due bambini che gliela rendono felice.

Ci sarebbe molto da raccontare di un uomo che merita la sfida mondiale e che forse l’avrà. Ma solo a quarant’anni compiuti.

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Ho visto Bundu volare e ho sorriso.

Non ho più l’età per commuovermi davanti a un evento di sport, ma un match di pugilato va oltre. È bello perché riesce a rubarmi l’anima. E Bundu c’è riuscito anche stavolta.

Leo è un omino che sorride. Ma attenti perché anche a lui, come ai francesi quando vinceva Bartali, a volte girano le balle. E allora è meglio stare lontani. Si rischia di finire al tappeto.

A meno che non si stia come me attaccati al computer, con la finestra aperta per il gran caldo che fa e il rumore delle macchine che passano a farmi compagnia. Solo davanti allo schermo su cui un piccolo grande uomo recita il suo ennesimo capolavoro.

È lecito commuoversi, ma senza esagerare. Basta essere consapevoli di avere vissuto quasi un’ora di emozioni. E poi andare a dormire contenti di esser stati testimoni di una bella storia, una delle tante che la boxe sa raccontare. Basta avere voglia di ascoltare.

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Intervista al telefono con Leonard Bundu.
Il campione è ancora negli States, l’ho rintracciato mentre si stava godendo una vacanza a Cape Cod, Massachusetts, posto magico sull’Oceano Atlantico. In compagnia della moglie Giuliana e dei figli, André e Frida, sta dimenticando la brutta avventura. Il 21 agosto, a Coney Island nel match che ha designato lo sfidante ufficiale al mondiale Ibf dei welter, ha subito la prima sconfitta per ko della sua vita.
Sembra proprio che sia deciso a ritirarsi, eppure ha chiesto sul suo profilo Twitter un parere ai tifosi: ora che fo? mi ritiro o continuo?
Ha già deciso, sta solo giocando col tempo.
Di questo e altro abbiamo parlato.

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Errol Spence è forte fisicamente, potente, bravo sotto il profilo tecnico. Perché hai scelto di attaccarlo fin dal primo gong?

“Volevo vedere chi avevo davanti e soprattutto capire chi ero io. Sapevo di battermi contro un campione. Probabilmente il migliore della categoria. Ma avevo bisogno di conoscere il mio valore. E allora ho scelto l’unica strada possibile, attaccarlo. Fino a quel momento non si era mai trovato a combattere con uno che l’aggrediva. Ero molto motivato, determinato. Purtroppo non è andata bene.”

Come definiresti Spence dal punto di vista tecnico?

“È uno calmo, tranquillo. Spreca pochissimo, è molto preciso. Picchia forte, anche se Thurman è più potente. Contro di lui sentivo i colpi anche quando riuscivo a pararli, con Spence ho sofferto meno durante il match. Poi, per carità, è arrivato il ko e si sono spente le luci. Lui è uno che ti sta addosso, ti mette pressione. Un colpo dopo l’altro fa il suo lavoro, ti demolisce lentamente. Quando è certo che stai per cedere accellera e piazza il pugno che chiude il conto.”

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Avessi avuto le occasioni con Thurman e Spence con dieci anni di meno, il risultato sarebbe cambiato?

“Di testa sono più maturo ora. Ho la mentalità giusta. Dieci anni fa ero più forte fisicamente, ma non so se avrei retto la tensione di match così importanti e contro rivali così forti, non so se sarei stato in grado di tenere il ring con la stessa determinazione. Per mettere in dubbio il risultato avrei dovuto avere il fisico di allora e la testa di oggi. Forse così sarebbe potuto cambiare qualcosa.”

Quello di Coney Island è stato il tuo ultimo match?

“Ho sempre detto: quando prenderò le botte sul serio, smetterò. Spence non mi ha inflitto una punizione, ma il ko è stato davvero brutto. Se me lo chiedi ora, ti dico: smetto. Mi mancano le motivazioni. Finora mi faceva andare avanti una domanda: dove posso arrivare? Ora conosco la risposta. Thurman mi ha sconfitto nettamente, Spence altrettanto. L’europeo mi ha dato la spinta per spingermi fino a cercare il mio limite. Oggi non ho più la voglia di prima. Non reggerei più i sacrifici, non sopporterei le privazioni. Al momento so che non mi va di faticare per questo. Sono incappato in due grandi campioni. E ho avuto anche la sfortuna di battermi in una categoria bastarda, quella che forse ha i migliori pugili in circolazione.”

Pensi che la tua carriere sarebbe potuta essere migliore? E se sì, di chi è la colpa per quello che la boxe non ti ha dato?

“Sono soddisfatto di quello che ho avuto. Non posso lamentarmi. Sono passato professionista nel momento migliore, anche se ero già in là con gli anni. In questa scelta mi ha aiutato il maestro Boncinelli. Sapeva che non avevo la mentalità giusta e ha ritardato l’addio al dilettantismo. Colpa mia, non di altri, se sono arrivato tardi.”

Cosa farai ora, dopo tanti anni di boxe?

“Sono ancora negli Stati Uniti, mi sto guardando in giro. Magari trovo davvero l’America… Dicono che da queste parti ci sia sempre la grande occasione ad aspettarti. Mi piacerebbe fare il cuoco, un “Ristorante da Bundu” lo vedrei bene. Ma potrei anche rimanere nell’ambiente, fare il maestro, aprire una palestra. La verità è che ci sto ancora pensando. Non so dirti cosa farò da grande. Dopo venticinque anni di pugilato non è facile scegliere un nuovo percorso.”

cuoco

Quale è stato il momento più bello di questi venticinque anni?

“La conquista del titolo europeo, le difese che ne sono scaturite. Il match con Petrucci, tanta gente, tanto entusiasmo. Si respirava un clima diverso dal solito. E poi le due vittorie in Gran Bretagna. Grande carica, grandi soddisfazioni. È stato lì che ho pensato “Ma allora, posso davvero combinare qualcosa”. È stato in quel periodo che mi sono detto: “Leo, vediamo dove puoi arrivare”. Belle sensazioni, indimenticabili.”

E quale è stato il giorno più brutto?

“Quando ho subito il ko da Spence. È stato il momento in cui ho visto tutto chiaro: “Leo hai finito di sognare”. Quel knock out ha significato tante cose, la più importante è stata il segnale di svolta. Era tempo di cambiare vita. È stato brutto perdere così, ma è stato allora che tutto è diventato più chiaro. Sono diventato grande e devo pensare a cosa fare del mio futuro.”

boncinelli

Il 21 novembre festeggerai 42 anni. Cosa dirai al momento del brindisi?

“Sono stati anni meravigliosi. Per questo devo dire grazie alla boxe, ma soprattutto grazie alla mia famiglia. A mia moglie, ai bambini, a mia madre. Mi sono stati accanto nei momenti belli e in quelli brutti, mi hanno regalato una grande forza. Devo ringraziare il maestro Alessandro Boncinelli che ha saputo guidarmi sin da piccino, proteggendomi dai pericoli. Aveva visto del talento, ma non voleva che facessi il passo più lungo della gamba. Fino a quando non è stato certo che avessi la mentalità giusta, mi ha consigliato di non passare tra i professionisti. Ringrazio la gente di Cisterna che mi ha accolto facendomi sentire a casa, in particolare il maestro Luigi Montesano e il preparatore Giuseppe Ardagna. Dico grazie al mio organizzatore Mario Loreni e al match maker Alessandro Ferrarini. Tutti hanno contribuito alla mia carriera.”

figlio

Cosa diresti a tuo figlio se tra qualche tempo ti dicesse che vuole fare il pugile?

“Ma che sei pazzo?”

Buona come prima reazione. E poi?

“La boxe mi ha dato gioie e soddisfazioni che altrimenti non avrei mai potuto avere. Ma è una professione difficile. Quando incontravo qualche persona che non conoscevo e mi chiedeva: che lavoro fai? Rispondevo: il pugile. Quello ribatteva: intendo, cosa fai davvero per vivere? Ecco, per scegliere la strada della boxe devi sapere che è uno sport per pochi, che richiede un grande sacrificio e mille privazioni. Se vuole provarci, lo faccia pure. Ma se vuole diventare un pugile deve subito convincersi di fare le cose sul serio, ogni ora della giornata, ogni giorno del mese, ogni mese dell’anno. Per tutta la carriera.”

famiglia

Alla gente stai simpatico. Merito di Leo, l’uomo dal sorriso infinito, o di Bundu, il pugile guerriero?

“Sono sempre stato allegro di carattere. Sono fatto così. Il pugilato mi ha aiutato, mi ha regalato più tranquillità, maggiore sicurezza e mi ha dato una discreta popolarità. Ecco io dico che non sono né Leo, un uomo di quasi quarantadue anni, né Bundu, il pugile ex campione d’Europa e che si è appena battuto per giocarsi il mondiale. Stai parlando con Leonard Bundu e spero che la gente mi accetti per quello che sono.”

Se ti fosse data l’occasione di poter parlare con La Boxe, cosa le diresti?

“Ma perché non sei come qualche tempo fa? Perché non torni popolare come allora? Uno sport più seguito, più apprezzato. Ecco, questo le direi.”

Come si chiude il tuo bilancio con questo sport?

“Ho sempre avuto un rapporto di odio e amore con il pugilato. A volte ho odiato le alzate di prima mattina per il footing, il sangue sudore e lacrime della palestra, la sofferenza per il peso. Ho amato la tensione del match, sono arrivato ad amare addirittura gli allenamenti. Ma soprattutto ho amato le soddisfazioni, le emozioni, le gioie che mi ha dato. Non le avrei mai potute avere con un altro lavoro. Ho dato tanto, ho avuto tanto. Ma forse un pochino in credito lo sono. Anzi no, siamo pari. Sì, ne sono convinto. Siamo pari. E allora: grazie boxe!”

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