Campioni da raccontare. Parisi, perla rara della boxe di casa nostra

Sono stato fortunato. Ho visto passare davanti ai miei occhi mille storie. E ho potuto raccontarle. Da più di quarant’anni seguo il pugilato, la maggior parte del tempo l’ho vissuto a bordo ring a contatto con i protagonisti. Sfogliando l’album dei ricordi ho pensato potesse essere interessante riproporre una galleria dei campioni che ho incrociato lungo il cammino. Racconto su questo blog storie d’epoca. Dentro ci sono quei pugili italiani che mi hanno entusiasmato. Oggi tocca a Giovanni Parisi.

Campioni da raccontare 4. continua
(precedenti puntate: Valerio Nati, 2 febbraio; Patrizio Oliva, 3 febbraio; Sumbu Kalambay, 4 febbraio)

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Incontro Giovanni Parisi all’interno del Villaggio Olimpico.

Ci sediamo su una panchina, ci studiamo, senza scambiarci una parola cerchiamo di capire chi sia l’uomo che abbiamo davanti. Sembriamo due felini che prendono tempo prima di decidere se attaccare, difendersi o fidarsi dell’altro. Poi, finalmente, cominciamo a parlare.

Sopra di noi il cielo cupo di Seul.

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Giovanni ha i capelli ricci e un codino alla Camacho che ha già fatto discutere. Volevano farglielo tagliare, non ci sono riusciti.

Sul ring di solito indossa un accappatoio argentato, ma i dirigenti federali non hanno voluto che si presentasse così. È l’unica concessione che lui ha fatto al “sistema”.

È un ragazzo chiuso, solitario, timido. Solo sul ring riesce a liberarsi da qualsiasi condizionamento. Parla sottovoce, porta dentro l’anima grandi dolori. Il 10 maggio, appena quattro mesi fa, è morta mamma Carmela.

Lui è qui per dedicarle l’oro.

Viveva a Voghera con lei, la sorella Giulia e il fratello Sarino, da quando aveva un anno. Da quando i genitori si erano separati.

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Un banale incidente ha rischiato di rovinargli il sogno olimpico.

Si è fratturato il secondo metacarpo della mano sinistra, un’operazione sbagliata ha reso più complicata la situazione.

È accaduto a novembre. Da allora ha combattuto poco.

Un torneo in Grecia, gli Europei a Torino.

Affronta i Giochi da peso piuma. Una categoria che non è la sua e lo costringe a una dieta pazzesca, assai vicina al digiuno.

«Serietà, volontà, capacità di sacrificio e determinazione. Ecco i segreti di Parisi» l’analisi è del coach Falcinelli.

giovanni parisi - Foto Omega. Olimpiadi Seoul 1988. Nella foto: Giovanni Parisi - Fotografo: omega

Giovanni annuisce con la testa. Chiudo il blocco, metto a posto la penna.

Andiamo tutti assieme allo stadio a vedere Panetta.

Va male.

La speranza è che Parisi possa consolarci.

Un lampo.

Il gancio sinistro scatta velocissimo e chiude la corsa sulla mascella di Dumitrescu. Il rumeno crolla al tappeto. Giovanni pensa possa rialzarsi, ma spera che non lo faccia.

Per il suo bene. Mi farà questa confessione a match concluso, indossando uno sguardo da duro che raramente gli ho visto.

Dumitrescu si rialza, barcolla sulle gambe.

È finita.

Sono passati centouno secondi dal primo gong. Giovanni Parisi è campione olimpico.

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Fa un salto mortale per festeggiare, poi corre verso l’angolo e abbraccia Falcinelli, Petriccioli, tutti i compagni rimasti a Seul. Piange, non riesce a smettere. Non parla, quando lo fa le frasi gli escono a fatica, interrotte da singhiozzi che scuotono il torace.

«Ho realizzato il mio sogno, che non era vincere l’oro, ma prenderlo per dedicarlo a mamma. La medaglia è sua».

Entro nello spogliatoio. C’è ressa. Parliamo velocemente, lo reclamano in conferenza stampa. L’addetto coreano gli versa un bicchiere d’acqua. Il dottor Rondoni, medico al seguito della nazionale, urla.

«Non bere niente se non te lo diamo noi».

Parisi obbedisce. Deve ancora fare l’antidoping.

È stata una lunga giornata cominciata con una sveglia appena dopo l’alba.

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Alle 6:30 è già al peso.

Poi un piatto di rigatoni con olio di oliva e parmigiano, due tuorli d’uovo, marmellata e un bicchiere d’acqua.

A letto e alle 9 eccolo allo stadio.

Alle 10:20 sale sul ring, dopo meno di due minuti è già tutto finito.

Ha la medaglia d’oro al collo. L’ha sognata tante volte, mi dice: «Ma sempre da sveglio, sapevo che era un sogno che si sarebbe realizzato».

Ancora una vittoria della volontà, della capacità di sacrificarsi.

Anche il Mahatma Gandhi ne era convinto.

«La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita».

Giovanni Parisi ci ha dato una lezione.

Quando si crede che un sogno possa realizzarsi bisogna andare fino in fondo.

Anche se questo vuol dire fidanzarsi con il digiuno, correre in pista mentre gli altri vanno a tavola, avere la bilancia come incubo.

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E poi, la rabbia di vincere. È indispensabile sentirla sempre viva, un folletto che si insinua nella tua anima e ti spinge ad andare avanti.

Una vita difficile, la sofferenza di una famiglia divisa quando era ancora un bambino. L’infanzia senza il padre, il trasferimento in un’altra città. Il dolore straziante della morte della mamma.

C’è anche questo dietro il successo di un campione.

Se lo dovrebbero imprimere bene nella testa i signori della boxe.

«Qui in Corea i pugili sono dilettanti, ma i giudici sono ladri professionisti» commenta il grande Rino Tommasi.

Al Palazzetto di Seul ho visto cose che voi umani non potreste neppure immaginare.

Sono rimasto disgustato, avvilito.

Il pugilato è sport di sacrificio e non merita di finire nelle mani di chi non ha neppure il pudore di porre un limite alla vergogna.

I signori che dicono sempre sì e spezzano i sogni non si fanno domande.

Loro obbediscono in silenzio.

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Giovanni Parisi è stato l’ultima stella del pugilato italiano.
Dopo di lui ci sono stati altri campioni, grandi pugili. Ma lui era diverso.
Per vocazione ribelle, amava sentirsi alla guida del movimento. Ha guadagnato come pochi nella storia della nostra boxe. I pugili prendono pugni, non si può salire sul ring per due soldi. Lo ri­peteva in continuazione. Combatteva la sua battaglia e gli piaceva trascinare an­che gli altri nella guerra. La boxe è sem­pre stata la sua vita. L’esistenza, fuori dal ring, l’ha dedicata soprattutto alla mam­ma, Carmela. Al ricordo delle lotte che quella donna ha fatto per garantire un fu­turo ai suoi figli. Non ho conosciuto Parisi nel pro­fondo dell’anima, pochi ci sono riusciti, di lui fighter però penso di sapere quasi tutto.
Era una rarità per la boxe italiana. Aveva il pugno da knock out, merce rara dalle nostre parti. E così aveva vinto un’Olimpiade, quella di Seul 1988, mettendo giù quasi tutti i suoi riva­li. Li aveva stesi, ridotti alla resa, come aveva fatto con la bilancia. Arrivato in Corea per una serie di fortunate coinci­denze (la Federazione non aveva previsto la sua parte­cipazione, poi un altro az­zurro si era fatto male e lui l’aveva sostituito), aveva combattuto da peso piuma.
Impresa impossibile, pen­savano gli altri. Vinco l’oro, pensava lui. Una dieta pazzesca, una serie di match entusiasmanti ed era arrivato dove vole­va.

Aveva pugno Giovanni, ma aveva an­che la testa. È stato uno dei pochi italiani ad affidarsi a un professionista che ne curava immagine e pubbliche relazioni, Sabatino Durante (al centro nella foto sopra).

Il mestiere di pugile non era da affrontare a cuor leggero. E così lui ave­va fatto. Prima con Silverio Gresta, poi con Elio Ghelfi e nella storia dei trionfi finali con Salvatore Cherchi.
Ed era arri­vato due volte al mondiale. Prima nei leg­geri, poi nei superleggeri. Un’unica mac­chia, il match contro Julio Cesar Chavez. Era la sfida che avrebbe potuto cambiare il volto del pugilato italiano. Ma Giovan­ni non era riuscito a combatterla al me­glio. Una serie infinita di rinvii e lo stress che cresceva avevano generato l’incontro meno cruento della sua car­riera sul ring di Las Vegas.
Lui, campione che dava un segno speciale ad ogni match, usciva da quel mon­diale senza segni e con po­ca gloria.
Ma Giovanni non è stato certo solo quella notte nel deserto del Neva­da. É stato un grande, un campione che ha segnato la sua epoca e portato la boxe italiana in prima pagina.

Ha combattuto tante guerre e le ha vinte. Ha battuto Altamirano, Pendleton, Rivera, Fuentes. É andato anche a caccia di quel terzo mondiale che nessuno nella storia italiana aveva mai conquistato. Ma non ce l’ha fatta.
Uscito dalla boxe, Giovanni non è pe­rò riuscito a staccarsene. Nonostante la travolgenge passione che provava per Sil­via Hrubinova (sotto con lui nella foto), la splendida modella slovacca che aveva sposato. Nonostante l’amore per i suoi tre figli: Giovanni Carlos, Angel Sofia e Isabel Carmela.

Il pugilato era sempre in cima ai suoi pensieri. Si era così lascia­to coinvolgere nell’organizzazione, nella creazione di una società, nell’ennesimo progetto di rilancio della boxe italiana.
Lo ricorderò sempre con quel sorri­so sornione. Ti guardava e ti giudicava, Giovanni. Sembrava facile entrare nel suo mondo, era invece difficilissimo. É stato il campione della gente per tutta la carriera, durata 18 anni, dall’oro olimpico all’ultima sfida sul ring del Pa­lalido contro Frederic Klose nel 2006.
Un picchiatore che affascinava le folle. É stato l’ultimo eroe di una boxe che va lentamente sparendo. Quell’impatto fron­tale sulla tangenziale di Voghera ha chiuso la storia di un uomo che non ha regalato solo un oro olimpico e due mondiali professionisti all’Italia della boxe.
Le ha anche dato dignità, quella che lui invocava per chiunque salisse su un ring. E per questo si è battuto sino a quando un tragico incidente ce l’ha portato via.

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GIOVANNI PARISI era nato a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967. E’ stato campione olimpico nei piuma ai Giochi di Seul 1988. E’ stato campione del mondo Wbo dei professionisti nei leggeri (1992/1993) e superleggeri (1996/1998). Ha disputato 47 match: 41 vittorie (29 per ko), 5 sconfitte, 1 pari. E’ morto alle 20:40 del 25 marzo 2009 in uno scontro frontale sulla tangeziale di Voghera.

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