Non è facile chiamarsi Ray Robinson, soprattutto se fai il pugile…

Ci sono tredici Ray Robinson, escluso Sugar: il più grande, nell’archivio di boxrec.com (il sito web che conserva i record di tutti i pugili che siano saliti almeno una volta sul ring). Vengono dalla Gran Bretagna, dall’Australia e (ovviamente) dagli Stati Uniti. Tutti piuttosto scarsi, con un’unica eccezione. Il protagonista di questa storia, da solo, ha messo in piedi un record di 24-2-0, 12 ko. Gli altri, tutti assieme, hanno un meno esaltante bilancio di 10-15-1. Cioè perdono più di quanto non riescano a vincere. Lui no.

“The New” Ray Robinson, come lo chiamano giornalisti e tifosi, è distante anni luce dalle imprese del Mito, ma qualcosa di buono lo sta facendo nonostante tutto.

Il 17 febbraio a Las Vegas affronterà Yourdenis Ugas (20-3-0, 9 ko) in un’eliminatoria per il titolo Ibf dei pesi welter.

Il giovanotto viene da Filadelfia e ha 32 anni. Il nome non glielo ha regalato un papà ex pugile, ossessionato dal ricordo di Sugar, la leggenda del ring. Anche perché lui il padre non l’ha mai conosciuto. Il genitore faceva Robinson di cognome, a mamma Diane piaceva il nome Ray. Ecco come è diventato Ray Robinson.

È il quarto di sette figli.

“Avrei potuto chiamarmi Nettles, come mamma. Ma a me piaceva di più il nome che ho. No, la boxe non è stata la prima scelta. Ho provato altri sport, poi sono salito sul ring e ho deciso che avrei fatto il pugile. Chiamarmi così mi ha regalato maggiore attenzione, ma è stato anche un peso sulle spalle. A volte ho combattuto sperando di non nuocere al grande Sugar Ray, anche se solo di riflesso. E questo ha limitato il mio rendimento.”

Ma le battute d’arresto non sono arrivate solo da blocchi psicologici.

A 12 anni è caduto dalle scale e si è rotto il collo. Per dodici mesi è stato bloccato da una strana gabbia di metallo con delle piccole sbarre che fissavano fronte e nuca.

Nel 2015 un incidente d’auto gli ha provocato la rottura di entrambe le gambe. È dovuto rimanere lontano dalla boxe per diciotto mesi.

Ora, messi i guai dietro le spalle, insegue il sogno che aveva fin da quando, bambino, era entrato in una palestra. Diventare campione del mondo. Così, tanto per avere almeno un punto in comune con il più grande di tutti: Sugar Ray Robinson, quello vero.

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