Trent’anni fa si ritirava il guerriero del ring. A Detroit la notte più lunga

Trent’anni fa, il 29 gennaio del 1988,Luigi Minchillo (55-5-0, 31 ko, oggi 62 anni) chiudeva la carriera sul ring. Ha affrontato Mike McCallum, ha retto dodici riprese con Thomas Hearns e Roberto “mani di pietra” Duran, ha sconfitto Marijan Benes, Louis Acaries e soprattutto Maurice Hope a Londra. Qui racconto l’incredibile sfida di Detroit tra il guerriero del ring e Motor City Cobra.

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La prima volta che ho visto combattere Minchillo (sopra a destra nel mondiale contro Thomas Hearns) ho pensato che non avesse futuro. Il tronco era quasi parallelo al tappeto. Forse esagero, ma il ricordo è quello di un pugile che si attorcigliava su se stesso per provare a piazzare un colpo.

Mi sbagliavo, come mi sono sbagliato tante volte. Luigi Minchillo era un ottimo pugile, un guerriero indomabile che non si fermava davanti a niente. E andava a cercare il rivale, lo pressava, l’attaccava, provava a vincere. Anche se l’altro si chiamava Acaries, Hope, Benes, Duran, Hearns o McCallum. A volte riusciva a centrare l’impresa, altre no. Ma statene certi, ci provava sempre.

Trent’anni fa a Detroit l’ho visto battersi alla Joe Louis Arena contro Thomas Hearns, il Cobra. Eravamo arrivati laggiù portandoci un po’ di paura dall’Italia. La sfida era terribile. L’altro aveva perso una sola volta in carriera, contro Sugar Ray Leonard. Aveva sconfitto Esteban, Cuevas e Benitez. Picchiava come un assassino e si batteva in casa.

NOI

Detroit faceva paura (sopra, da sinistra Mauro Bruno di Tuttosport, io per il Corriere dello Sport e Teo Betti del Messaggero).

Mettete i soldi in cassetta di sicurezza e spostatevi solo in macchina. Non uscite mai la sera.

Prima di salutarci l’italiano che era venuto a prenderci all’aeroporto aveva ritenuto opportuno darci questo consiglio.

Il sindaco della città aveva prolungato di un’ora l’apertura delle scuole elementari. Si entrava alle 9:30, prima era ancora buio e il numero di bambine stuprate era in preoccupante aumento.

Gli under 18 aveva il coprifuoco. Tutti a casa entro le 22.

Detroit era una polveriera. Aveva primati che non potevano certo essere invidiati: 635 omicidi l’anno, 58 ogni 100.000 abitanti che significava moltiplicare per otto la media nazionale. Nel 50% dei casi vittima e assassino avevano meno di 16 anni.

L’industria automobilistica era crollata. Le compagnie straniere avevano conquistato il 30% del mercato e il colosso General Motors era sceso sotto il 35% con una perdita di undici punti rispetto a sei anni prima.

Le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Operai e dirigenti erano sul lastrico. La criminalità stava prendendo il sopravvento. Da Motor Ciy, la città si era trasformata in Nightmare City. L’incubo aveva preso il posto dei motori.

La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”

Così mi aveva detto un collega americano. Era un ottimista, aveva salvato l’altra metà.

Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Mink

Minchillo era un bravo ragazzo. Passionale, coraggioso, istintivo. Era sbarcato a Detroit con il manager Giovanni Branchini, il maestro Elio Ghelfi ed uno spicchio della sua famiglia: il fratello Guerino, papà Paolo e la moglie Enza.

Eravamo andati tutti assieme alla Joe Louis Arena per vedere giocare i Red Wings, campionato NHL. Hockey ghiaccio.
C’erano solo bianchi nell’arena. L’unico nero era Mudimbi, sparring di Luigi.

La sera del match la percentuale degli afroamericani era salita al 90%.

Avevo incontrato Thomas Hearns alla Cobo Hall. Il ring era al centro di un enorme salone. Indossava un accappatoio bianco e i suoi occhi ti scrutavano l’anima.

Era gentile, disponibile, corretto.

Sullo sfondo un’intera parete a vetro faceva arrivare il mio sguardo fino al Canada. A separarlo da Detroit c’era solo il fiume.

Avevo parlato a lungo con Hearns che, seduto su una panca, non aveva mai mostrato la minima insofferenza davanti a un giornalista italiano che non conosceva, ma che sentiva di dover rispettare.

HEARNSOK

L’avevo rivisto di nuovo la mattina del peso al Kronk Gym. Aveva un cappotto di cammello, un abito elegante, una cravatta di classe.

Sempre disponibile, un grande professionista.

Mi aveva raccontato di come amasse l’Italia, del rispetto che aveva per Minchillo, del forte legame che accomunava lui e la città.

Dietro di lui un grande cartellone con il disegno stilizzato dei grattacieli in vetrocemento e una scritta “Do it in Detroit”. Fallo a Detroit. Poco più in là sfilavano in passerella le ragazze che ambivano al ruolo di Ring Girl nella notte del mondiale. E sì, perché in palio c’era il titolo Wbc dei superwelter.

Luigi Minchillo quella chance se l’era meritata. Sapeva che era un compito rischioso, ma era orgoglioso di giocarsela fino in fondo. Nel gelo della città, nella neve che copriva le strade, nel ghiaccio che avvolgeva ogni cosa, il guerriero di San Paolo Civitate si sentiva caldo per la sfida.

Detroit era scura, buia. In ogni angolo.

Ma era possibile ascoltare ovunque della buona musica. Anche nella hall del mio albergo. Lì erano cresciuti Steve Wonder, le Supremes, i Temptation. Era la città della Motown, di Madonna, di Aretha Franklyn. La città del jazz.

Avevo sceso pochi gradini ed ero già dentro al locale. Con me c’erano Elio Ghelfi e il figlio Ivan. Avevamo faticato a vedere qualcosa, eravamo andati a tentoni e finalmente avevamo trovato un tavolo con tre sedie libere. Avevamo ordinato qualcosa a un cameriere che si muoveva in quel buio come se avesse avuto un radar nascosto nella testa. Avevamo bevuto e ascoltato re ottime esecuzioni.

Quando si era accesa qualche luce, finalmente avevamo visto i nostri vicini. Una signora riusciva miracolosamente a non sbattere la testa sul tavolino. Il capo le scendeva lentamente verso il basso per fermarsi solo quando era a un paio di centimetri dal legno per poi tornare su. Aveva gli occhi chiusi, le braccia penzolanti.

Al tavolo davanti un ragazzo faticava a parlare, strascicava le parole, aveva la voce impastata. La bella figliola che gli sedeva davanti non tentava neppure di fingere, non le importava nulla di quello che stava dicendo quel tizio. Lei era impegnata a vagare in un mondo tutto suo.

Anche il resto dei frequentatori di quella sala, tranne qualche eccezione, non era molto diverso.

match

La notte del mondiale, Minchillo recitava alla perfezione il suo ruolo. Non indietreggiava, ma andavava incontro al dolore. Non aveva paura, non ne ha mai avuta. A un certo punto sembrava addirittura che Hearns voltasse le spalle e si ritirasse, l’italiano esultava. Ma era solo un’impressione. Il campione torturava di colpi il volto e il corpo del rivale e la sua vittoria era netta, sacrosanta.

Dopo il match Luigi se ne stava disteso sul lettino dello spogliatoio. Aveva gli occhi gonfi, il corpo dolorante. Faticava a respirare, stringeva al petto le fotografie dei figli: Stefania e Paolo. La moglie Enza gli stava accanto: silenziosa, trepidante.

Detroit era una città terribile. Mi dicevano che la gente in strada fosse pronta a uccidere per poco. La paura era di gran lunga il sentimento più diffuso in quella metropoli angosciante come un incubo.

Ma Luigi Minchillo non sapeva cosa significhicasse quella parola. Aveva sfidato il migliore, aveva perso, ma era tornato a casa con l’orgoglio di avere fatto il suo dovere fino in fondo. Sul volo che lo riportava a Milano l’avevano riconosciuto, gli avevano fatto i complimenti. Lui nascondeva gli occhi pesti deitro un paio di occhialoni da sole. Ma era solo per pudore, non voleva esporre le sue ferite.

Il guerriero era andato all’inferno e ne era uscito a testa alta.

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