Magro, pallido, la moglie come sparring, tutto vestito al peso…

Jimmy era magro, le ossa sembrava uscissero dalla sua pelle, bianca come il latte.

Quando era al meglio della forma non superava i 43 chili che, per uno che sfiorava l’1.60, erano decisamente pochi.

Minuscolo anche da bambino, ma fragile solo in apparenza. Perfetto per entrare in quei buchi dove i grandi non riuscivano neppure a mettere la testa, aveva cominciato a lavorare nelle miniere di carbone quando aveva dodici anni. Lì faticava anche il padre. Un mestiere duro, spietato che non concedeva spazi agli errori.

Jimmy Wilde era nato al numero 8 di Station Road a Pontygwaith, Tylorstown, nella Contea di Rhonda Cynon Tag nel Galles, il 15 maggio dl 1892. Pochi abitanti, tutti o quasi legati alla vita in miniera.

Jimmy era un ragazzo sveglio, vivace. Aveva visto i grandi picchiarsi per soldi davanti a un pubblico pagante e aveva pensato che quello potesse essere un buon modo per mettere in tasca qualcosa.

Maestri da cui imparare non ce ne erano, aveva così chiesto aiuto a Dai Davies. Faceva il minatore anche lui, ma si picchiava a mani nude in arene improvvisate. E spesso vinceva.

Erano andato in casa di Dai, erano entrati nella stanza dove campeggiava un grosso letto, l’avevano spostato e ci avevano caricato su quel paio di mobili che completavano l’arredamento. Creato uno spazio libero al centro del locale avevano cominciato le lezioni.

I due col tempo sarebbero diventati addirittura parenti. Jimmy avrebbe infatti sposato Elisabeth, la figlia di Dai. La coppia avrebbe avuto due figli e col tempo Elisabeth sarebbe diventata compagna di allenamento per il giovane marito. Gli avrebbe perfino fatto da sparring, lei tirava colpi e lui schivava.

Jimmy era un pugile assai strano. Rifiutava i bendaggi, diceva che gli stringevano troppo le mani impedendogli di usarle come avrebbe voluto. Sarebbe andato avanti così per tutto il primo anno di professionismo, poi si sarebbe convertito.

Prima di entrare nel mondo di quelli che intascano regolari borse per combattere, si era dato da fare nelle sfide in città. Bar, teatri, addirittura casa private. Tutto andava bene per tirare su una specie di ring e darsele di santa ragione. Mentre i due sfidanti si menavano di santa ragione, la gente attorno scommetteva e il giro di soldi aumentava.

La leggenda parla di oltre ottocento match per Jimmy prima dell’esordio ufficiale. Sono decisamente tanti, ma fonti più precise fissano in 256 quelle sfide con poche regole e tante botte.

Il debutto nei libri ufficiali è datato Capodanno 1911.

Vittoria per ko 3 contro un certo Ted Roberts.

Era l’inizio di una striscia magica, la più importante mai realizzata da un pugile nella storia di questo sport: 96-0-1. Novantasei successi e un pari in novantasette match. Mai nessuno era riuscito a fare tanto, mai nessuno sarebbe più riuscito a farlo.

 

Imbattuto dall’1 gennaio 1911 al 25 gennaio 1915.

Combatteva al Covent Garden contro Tancy Lee, uno scozzese di dieci anni più giovane e di cinque chili più pesante. Era la norma per Wilde. Mai era riuscito a toccare il limite della categoria dei mosca in cui si batteva, aveva sempre regalato tanto ai suoi rivali. Anche stavolta, come gli era accaduto in precedenza, era salito sulla bilancia del peso interamente vestito. Così, tanto per non dare l’idea della magrezza spettrale che lo accompagnava da sempre.

Filiforme sì, ma con un pugno tosto da far paura. Per questo si era meritato il soprannome di “Il fantasma con il martello tra le mani”.

Quella volta era andata male. Lee lo aveva messo ko dopo diciassette riprese. Una battuta d’arresto e niente più.

Il 18 dicembre del 1916 Jimmy Wilde batteva per ko 11 Young Zulu Kid e diventava il primo campione del mondo dei pesi mosca.

Avrebbe difeso il titolo fino al 18 giugno 1923, detentore della corona per sette anni e quattro mesi. Niente male per il piccolo picchiatore che veniva dalle miniere.

Quando ancora raccoglieva carbone a Tylorstown era inciampato su un sasso ed era finito sulle funi di acciaio su cui i camion poggiavano le ruote mentre trasportavano i loro pesanti carichi. La gamba destra si era lacerata, il polpaccio era stato strappato dall’osso. Tutti avevano pensato che sarebbe rimasto invalido per sempre, sperando allo stesso tempo che non gli andasse ancora peggio.

E invece lui, dopo una lunga convalescienza e tanti mesi a trascinarsi sulle stampelle, era tornato a camminare. Aveva ripreso a boxare.

L’ultimo match della carriera è del 18 giugno 1923. Sconfitto per ko 7 dal filippino Pancho Villa, a cui aveva lasciato il titolo, si era deciso a chiuderla lì.

Nel 1936 i ladri gli avevano svaligiato casa, derubandolo dei trofei di una vita sul ring.

Nel 1965, mentre aspettava il treno alla stazione di Cardiff, era stato assalito e picchiato da una gang di giovinastri che gli avevano procurato numerose e profonde ferite. Aveva trascorso gli ultimi quattro anni della vita in ospedale dove era morto il 10 marzo del 1969 all’età di 76 anni.

Il Boxing Register stampato dalla Hall of Fame, dove Jimmy è stato introdotto nel 1990, nell’edizione del 1985 definisce così il suo record: 134 vittorie (100 per ko, 33 ai punti, 1 per squalifica), 4 sconfitte (3 prima del limite, 1 ai punti), 2 pari, 13 No Decision.

Gli esperti di tutto il mondo sono concordi nel definire Williams James “Jimmy” Wilde come il più grande pugile britannico di tutti i tempi.

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