Era il Natale del ’65. Smokin’ Joe voleva lasciare la boxe, ma un anziano giornalista…

“Camminavo fino a che le gambe non si facevano di pietra
sentivo le voci dei miei amici svanire inesorabilmente
di notte, sentivo il sangue nelle vene
nero e frusciante come la pioggia
sulle strade di Filadelfia.”
(Bruce Springsteen, Le strade di Filadelfia)

 

“Woody, ti cercano dal negozio. Dicono che è urgente.”

Il giovanotto smette per un attimo di riparare la caldaia in casa della signora O’Sullivan e risponde al telefono.

“Ha chiamato un certo Yank Durham. Vuole che lo richiami” urla la commessa, fa così da sempre: ha paura che quello strano aggeggio del telefono non funzioni.

“Ti ha detto perché?”

“No. Ha solo detto che ha un affare per te, un buon affare.”

Woody finisce di riparare la caldaia, poi torna nel suo negozio di idraulica a Lancaster, Pennsylvania.

Telefona a Yank, si mettono d’accordo, salta in macchina e in meno di due ore è a Filadelfia.
Consuma un pasto veloce, fa un breve riposo nel pomeriggio, poi si sposta alla Convention Hall.

Woody “Elwood The Rose” Goss, vent’anni tra due giorni, è l’avversario scelto per il debutto al professionismo di Joe Frazier.

Il peso massimo ha conquistato la vittoria ai Giochi di Tokyo 1964, l’unico oro della squadra statunitense. Ma al ritorno a casa ha trovato solo brutte sorprese.

Aveva un posto da macellaio nel negozio dei fratelli Ross e ora non l’ha più. Pensava ci fosse la fila per accompagnarlo lungo l’avventura del professionismo e si è trovato accanto solo il vecchio Yank Durham, il manager di sempre.

Quel primo match contro Woody, Joe lo vince in fretta e intasca 125 dollari. No, non è la borsa. Quella non l’ha neppure discussa, è il compenso per i biglietti che è riuscito a vendere.

È agosto, fa caldo. I problemi verranno in inverno, quando arriverà il gelo e non ci saranno i soldi per il riscaldamento.

Seguono altre tre vittorie prima del limite. Poi strani pensieri cominciano a riempire la testa di Frazier.

Non ha soldi. Il Natale si avvicina e lui non può comprare regali per i tre figli, un quarto è in arrivo. Ma non ha neppure dollari a sufficienza per un tacchino. I bambini guardano fuori dai vetri delle finestre, vedono la neve che scende, gli altri bambini che giocano in strada, sentono grida e risate.

Joe e Florence, sua moglie, pensano sia arrivato il momento di fare una scelta.

Una specie di lavoro lui ce l’ha. Niente di fisso, né capace di produrre un reddito in grado di sfamare la famiglia. Mette in tasca 2,50 dollari l’ora per caricare e scaricare mobili con una ditta di traslochi; il reverendo William H. Grey lo paga 2,39 dollari l’ora due volte a settimana per la sicurezza della Chiesa Battista del quartiere.

Forse è meglio lasciare la boxe e dedicarsi alla ricerca di una vera occupazione.

È il 23 dicembre del 1965.

Frazier gira per le strade della città sommersa dalla neve, le mani affossate nelle tasche di un vecchio cappotto, in testa ha uno zucchetto nero.

“Come va campione?”

Joe si gira, alza la testa e lo riconosce. È Jack Freid, un anziano e famoso giornalista del Philadelphia Bulletin, il quotidiano più diffuso della città con i suoi 760.000 lettori.

Joe scoppia in un pianto dirotto.

“Che succede, campione?”

Frazier sente il bisogno di liberarsi di quella storia che gli pesa sulle spalle come un enorme macigno.

Jack Fried è un giornalista di valore, ama la boxe, la segue da quarant’anni. E poi è un uomo di sentimenti, gli piace raccontare storie che abbiano al centro i problemi della vita.

Il 24 mattina il Philadelphia Bulletin esce con un gran titolo di apertura nelle pagine di Sport. C’è dentro tutta la commovente avventura di un campione olimpico che a casa non è stato accolto come meritava e che ora sta pensando di lasciare il pugilato perché ha bisogno di un lavoro che gli garantisca soldi per mantenere la famiglia.

Sono le nove del mattino quando qualcuno bussa a casa Frazier.

“Salve, lavoro alla stazione radio della zona. Ho qualcosa per lei.”

Il giovanotto, vent’anni al massimo, mette nelle mani del campione un gigantesco cesto di frutta e poi va via senza neppure ascoltare i mille grazie che arrivavano dalla casa improvvisamene illuminata.

Chiusa la porta, Joe dopo neppure due minuti deve andare di nuovo ad aprire.

“Sono Cecil Bassett Moore e faccio l’avvocato, mi batto per i diritti civili. Tieni, te lo meriti. Non arrenderti mai.

Il regalo stavolta è una sacca da golf piena di banconote da uno e cinque dollari, frutto di una colletta nel quartiere.

Ancora una scampanellata.

“Vengo per conto del ristorante John Taxin, ho questo per lei.”

Dentro la busta bianca c’è un buono da cinquecento dollari.

La neve continua a scendere fitta su Filadelfia, ma in casa Frazier non fa più freddo. Sarà un Natale felice.

I benefattori bussano alla porta per ore.

Quando è tutto finito, Joe raccoglie i soldi, li mette in una sacca che nasconde tra le travi del soffitto in sala da pranzo. Poi chiama Yank e gli dice che nel pomeriggio, il pomeriggio della vigilia di Natale, andrà ad allenarsi.

E ci va davvero. La cosa strana è che non è da solo. Con lui ci sono Bennie Briscoe, Eugene Hart, George Benton, Willie Monroe e Bobby Watts.

A Filadelfia puoi lavorare sempre con i migliori, non importa quale giorno tu abbia scelto per farlo. Lì, in palestra troverai sempre i compagni giusti.

Il 4 marzo 1968, Joe Frazier detto Smokin’ Joe  batte per kot 11 Buster Mathis e diventa il campione NYSAC dei pesi massimi. Illinois, Maine, Pennsylvania e Massachussetts riconoscono il match come valido per il titolo mondiale.

Il 16 febbraio 1970, Joe Frazier batte per kot 4 Jimmy Ellis e diventa campione del mondo Wba, Wbc e Nysac.

 

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