Carlos Takam, il Leone Indomabile ha studiato boxe nella palestra Marcel Cerdan

Finora è sembrato un film già visto. Una storia che cattura l’anima degli ingenui, dei puri di cuore, di chi vuole credere alle favole.

Un pugile si allena per un match senza tanti strombazzamenti.

Ha già data e sede fissati, 4 novembre a Montecarlo.

Picchia e si danna l’anima in palestra, corre al mattino per le strade di Parigi. Vive a Noisy-le-Grand, alla periferia Est della città, quindici chilometri dal centro.

Il suo nome completo è Armand Carlos Netsing Takam, viene dal Camerun. È nato a Doula, la più grande città dello Stato con i suoi tre milioni di abitanti, il 6 dicembre dell’80.

Fin da bambino ha tifato per i Leoni Indomabili, la nazionale di calcio che ha regalato molte gioie ai camerunensi.

Anche Carlos è convinto di essere un Leone Indomabile.

Fisico tozzo, un blocco di cemento e muscoli che spuntano fuori ovunque da quel corpo compatto. Uno e ottantasette per centodieci chili di peso. Provate a spostarlo, se ci riuscite.

La boxe non era in cima ai suoi pensieri. Il calcio forse sì. Ha cominciato a fare sul serio in palestra quando ormai aveva ventidue anni. Doveva prima vincere la resistenza del papà, ex cintura nera di karate, che insisteva perché il figliolo impegnasse tutto se stesso sempre e solo negli studi.

Carlos finalmente riusciva a mettere in pratica quello che è il sogno di tutti noi, quello che è stato mirabilmente riassunto in una frase dell’attrice Isabelle Azema nel film “Una domenica in campagna” girato da Bernard Tavernier nell’84.

“Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata”.

Nel 2002 entra in palestra, nel 2004 indossa la maglietta del suo Paese e va all’Olimpiade di Atene per combattere nei supermassimi. Non sapete cosa possa provare un giovanotto di quella età davanti ai più grandi campioni del mondo. È uno spettacolo che non dimenticherà mai.

Più affascinante di sicuro dell’esordio sul ring. Subito fuori al primo match contro l’egiziano Mohamed Ali.

Il sogno era finito ancora prima di cominciare.

A quel punto Carlos aveva tre strade davanti: tornare in Camerun, andare a cercare fortuna a Tunisi dove la squadra si era allenata in vista dei Giochi, tentare la fortuna in Europa. Buona l’ultima.

Va inizialmente in Belgio, poi si sposta nel 2005 con tutta la famiglia in Francia.

Favola dicevamo, sceneggiatura in cerca di effetti deflagranti.

Va a Parigi, entra nel gruppo del maestro Joseph Germain. Si allena nella palestra Marcel Cerdan, un altro africano trapiantato in Francia. Veniva dall’Algeria e avrebbe conquistato il cuore dei francesi con la conquista del mondiale dei medi, il suo debordante amore con Edith Piaf e la tragica fine in un incidente aereo.

Carlos Takam non ha le qualitù pugilistiche di Cerdan, ma ha la stessa forza di volontà. Esordisce al professionismo e infila diciotto vittorie consecutive, quattordici per ko. Qualcuno si accorge di lui. Ma il nome non ha ancora superato i confini, combatte quasi sempre vicino casa.

È dopo quel 18-0 che i ricordi affiorano. La memoria va indietro nel tempo e lo riporta alle notti passate con la banda di amici davanti alla tv per vedere in televisione match che arrivavano dagli Stati Uniti. La boxe ancora non era la sua passione, ma qualcosa di assai simile.

Subisce una battuta d’arresto, ma si rialza e torna a battersi con la stessa grinta di prima. Takam è un carroarmato che va a caccia del bersaglio. Ha irruenza e forza fisica, ha la rabbia necessaria per andare a sfidare chiunque.

Nel 2014 affronta il primo match che avrebbe potuto cambiargli la vita. Fino a quel momento aveva sconfitto Botha, Grant e Thompson. Bravi, ma un po’ datati. Come si dice? Leggermente avanti con gli anni. Rispettivamente 44, 41, 43. Aveva fatto pari con Mike Perez, si era lanciato anima e cuore nel pugilato.

Quel 24 ottobre 2014 sale sul ring di Mosca contro Alexander Povetkin (27-1-0 all’epoca). Dopo quattro round è avanti 39-37 39-37 37-39. Dopo otto è in parità 76-76 per Mauro Di Fiore, Omar Mintum jr e Pedrag Aleksic. Poi, come a volte gli accade (credo sia il suo difetto maggiore), cala alla distanza. Alla decima ripresa Povetkin lo mette ko.

Bisogna ricominciare.

È il momento delle lacrime e della sofferenza.

È la fine del 2015.

Comincia il rapporto con un nuovo promoter, un italiano.

Salvatore Cherchi, sardo trapiantato a Milano, è da una vita nella boxe. Ha gestito più di un campione del mondo, almeno otto: Parisi, Nardiello, Zoff, Piccirillo, Sanavia, Silvio Branco, Fragomeni, Simona Galassi. Ha creato la OpiSince82 sulla scia di quella che era la società inventata dal mitico Umberto Branchini.

Il 21 maggio del 2016 Takam affronta Joseph Parker (18-0 all’epoca), l’attuale campione dei massimi Wbo. Carlos perde ai punti (116-112 116-112 115-113) e fa una buona figura.

All’inizio di questo mese è in allenamento. È salito al numero 3 dell’International Boxing Federation, è in attesa della grande occasione. La sera del 16 una telefonata gli cambia la vita.

Kubrat Pulev si è chiamato fuori, sarà il franco/camerunense a battersi contro Anthony Joshua il 28 allo stadio di Cardiff.

Sfida accettata senza neppure un ma.

Dice Il Leone Indomabile: “Credo in me stesso. Non affronto mai un match pensando che potrei perdere. Sono un vincente. Mi piace vincere, non perdere. Non mi spaventano gli 80.000 tifosi allo stadio. Non hanno alcun peso per me. Conta solo quello che accade sul ring. Sarà un affare tra me e lui”.

Dice Salvatore Cherchi: “Carlos può vincere. Ne sono convinto. Sul ring ha una grande intelligenza tattica, è veloce e potente. Ha un sinistro che potrebbe creare problemi al campione. È esperto, si muove bene e picchia. L’altro è un grande pugile, ma qualche difetto in difesa ce l’ha. Sarà durissima, ma credo che il mio assistito possa uscirne vincitore”.

L’altro è Anthony Joshua, 19-0, diciannove ko. L’ultimo della lista è stato Wladimir Klitschko.

Gli inglesi non credono che Takam possa diventare il Buster Douglas dei nostri giorni, quello che mise ko Mike Tyson facendo arricchire gli scommettitori che avevano puntato su di lui offerto a 42/1.

Non lo credono neppure i bookmaker, William Hill paga undici volta la posta in caso di vittoria di Carlos, per vincere una sterlina puntando su Joshua ne dovete scommettere trentatrè.

Riassumendo.

Joshua 1/33.

Takam 11/1.

Pari 33/1.

Per vincere il 36enne di Douala, dal 2015 cittadino francese, dovrà compiere quella sorta di miracolo che si verifica appunto nelle favole. Dovrà conservare la sua aggressività per l’intero match, non calare nella seconda parte degli incontri come gli capita contro i migliori, sfruttare la capacità di mettere a segno colpi potenti non solo nelle prime riprese, approfittare dei punti devoli del campione.

Insomma dovrà entrare in quella zona, come la chiamano gli americani, in cui all’atleta riesce tutto alla perfezione.

Dovrà fare il match perfetto, avendo anche un po’ di fortuna. E aspettare che il ring announcer pronunci il verdetto.

Solo allora sapremo se per lui il mondiale dei massimi sarà diventato un sogno che si realizza, proprio come nelle favole, o se invece si sarà trasformato in quell’incubo che quasi tutti pensano.

Tifosi, bookmaker, esperti ed appassionati. Me compreso.

 

 

 

 

 

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