Joseph Parker e i suoi cento cugini. Storia del campione Wbo…

“Pà, giochiamo”
“A cosa vuoi giocare, Jo?”
“Bum, bum!”

East Mangere, periferia di Auckland, anno di grazia 1995.

Il papà si chiama Dempsey. Se ti danno un nome così, in onore del mitico Jack campione dei pesi massimi nei ruggenti anni Venti, non puoi non innamorarti del pugilato.

Il piccolino è Joseph, ha tre anni e quando Pà gli ha regalato un paio di guantoni da boxe ha sorriso felice.

Dempsey si accovaccia sui talloni e apre il palmo della mano.

“Qui piccolino, qui! Ma non farmi male” mentre lo dice non può fare a meno di ridere.

Il signor Parker ha una gamba che non funziona molto bene, qualcuno gliel’ha schiacciata quando era ancora un bambino. Lavora in un’acciaieria, è sposato con Sala. Vengono da Faelula, cittadina nell’arcipelago delle Isole Samoa, meno di 2600 abitanti e un’umidità che a volte tocca il 98%. Hanno un bambino più piccolo di Jo, John, e una figlia più grande: Elisabeth.

Quando Joseph ha dieci anni il papà lo porta alla Papatoetoe Gym di Grant Arkell. Prima però gli insegna tutto quello che sa su uno sport duro e difficile come la boxe. Compra un altro paio di guantoni, un punching ball e fa allenare il ragazzino con grande impegno.

“Hai un fisico che promette bene, se ti preparerai con serietà potrai diventare un professionista. E con i tuoi guadagni potremo riunire tutta la famiglia”.

Jo si chiede cosa voglia dire, la famiglia è già riunita. Vivono tutti e cinque assieme e non ci sono nubi all’orizzonte.

Qualche tempo dopo imparerà sino in fondo il significato di quelle parole.

Il nonno paterno ha 18 figli. Nonna Ramona ne ha altri otto da precedenti matrimoni. Il papà di Sala ha avuto 24 figli da tre mogli diverse. In giro per il mondo ci sono almeno un centinaio di cugini.

Ecco cosa intendeva Dempsey Parker quando diceva “unire la famiglia”.

A dodici anni Joseph disputa il primo match, chiude la carriera dilettantistica a 19 dopo avere conquistato un bronzo ai Mondiali junior di Baku in Azerbajan e avere fallito l’ingresso all’Olimpiade di Londra 2012.

Il problema finora è stato quello dei soldi. Da quelle parti non è che ce ne fossero molti a disposizione di voleva praticare la boxe. Grant Arkell, per permettere al ragazzo di volare a Baku e disputare il Mondiale jr, ha tentato una colletta. Un invito che però non è stato sottoscritto da molti. Così, il denaro messo assieme era bastato per un solo biglietto aereo, quello del pugile. All’angolo non aveva nessuno, pochi parlavano inglese. Si sentiva solo, ma era andato avanti.

David Tua è sempre stato il punto di riferimento per i giovani samoani con la malattia del pugilato.

“Joseph è più forte di Tua. Vincerà di più e guadagnerà almeno quattro volte il totale delle borse dell’altro samoano” sentenzia papà Parker.

Il ragazzo sconfigge un rivale dopo l’altro. E cambia vita.

Si trasferisce a Las Vegas, nella Green Valley. Il suo allenatore Kevin Barry e la moglie Tamy diventato una sorta di genitori surrogati.

In Nevada scopre di avere cugini ovunque. Si presentano al campo di allenamento, alle riunioni, in casa. Sono affettuosi, a volte anche troppo.

Joseph vive con Laine Tavita. È la sua compagna e la mamma della loro bambina. L’hanno chiamata Elisabeth Ah-Sue Sala. Dentro ci sono i nomi della sorella e della mamma di Jo. La piccolina è nata quando lui era in preparazione per il mondiale contro Andy Ruiz. L’ha vista solo dopo avere portato a casa la cintura.

Parker continua a vincere. Arriva così la semifinale mondiale. Affronta Carlos Takam e lo supera. Poi, tra un rinvio e l’altro, ecco la sfida per il titolo Wbo dei massimi contro Andy Ruiz.

Batte anche lui al termine di un match molto equilibrato, un incontro il cui verdetto scatena infinite polemiche, e diventa il primo neozelandese a conquistare una corona così importante.

Torna a casa in Nuova Zelanda e viene celebrato come un eroe popolare. Sfilata lungo le strade principali, inni suonati dalla banda della città. I samoani, orgogliosi di avere un campione di boxe, gli si stringono attorno. Quando arriva a Las Vegas è felice e orgoglioso. Ma continua a sognare, vorrebbe diventare famoso come gli All Blacks, quei fantastici giocatori di rugby che hanno conquistato il mondo. Dan Carter, fino a qualche anno fa mitico mediano d’apertura della squadra, gli scrive via Twitter: “Buona fortuna fratello, te lo meriti”.

La World Boxing Organizzation ordina la difesa ufficiale contro Hughie Fury. Tra rinvii, dubbi, borse non versate e infinite discussioni eccoci finalmente al grande giorno.

Domani, 23 settembre, Joseph Park (23-0, 18 ko, 25 anni) difenderà da favorito (8/11 è la quota dei bookmaker) il titolo contro Hughie Fury  (20-0, 10, 23 anni) a Manchester. Al campione 930.000 dollari di borsa, allo sfidante 615.000. L’Arena sarà in gran parte vuota, solo cinquemila biglietti venduti finora, mentre la capienza è di 21.000 posti.

Nessuno dei due è una star, nessuno dei due è un fenomeno del ring.

Tutto questo però non sembra turbare Joseph Parker che profetizza la fine del match entro il quarto round, progetta un futuro contro Tony Bellew o (addirittura) Anthony Joshua e si gode il momento magico. La cosa più difficile da tenere a bada, per ora, sono i cugini che spuntano fuori come funghi…

“Ancora Jo, ancora!”

Il piccolino allunga il sinistro in jab, la corsa della manina finisce nel grande palmo di papà Dempsey.

Sono passati ventidue anni da quei giorni e fino a oggi il vecchio genitore non ha sbagliato un pronostico…

 

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