Vogliono trasformare il mitico Luna Park di Monzon in una serie di uffici

Vogliono vendere il mitico Luna Park di Buenos Aires, aperto nel 1931 e diventato un luogo magico dello sport mondiale (soprattutto del pugilato) e della musica rock. Vogliono trasformarlo in una serie di uffici.

Ernestina Devecchi, la zia di Tito Lectoure, alla sua morte nel 2013 ha nominato eredi del 95% delle azioni la Caritas argentina e la Società Salesiana di San Giovanni Bosco. Successivamente l’Arcivescovato ha comprato il rimanente 5% direttamente dalla famiglia Lectoure, rappresentata da Esteban Livera: nipote di Tito.

L’Arcivescovato di Buenos Aires è dunque l’amministratore dello stabile che attualmente non produce guadagni. La Curia sta chiudendo una trattativa per venderlo a un gruppo di industriali che pagherebbe 45 milioni di dollari e lo trasformerebbe in una serie di uffici.

Due al momento gli ostacoli per la realizzazione del progetto.
Primo: nel 2007 il Luna Park è stato dichiarato monumento storico nazionale.
Secondo: l’autorizzazione per la ristrutturazione dovrebbe arrivare direttamente dal Vaticano.

C’è un forte movimento di opposizione, soprattutto da parte di vecchi sportivi, affinchè il Luna Park non cambi la sua natura di sede storica dello sport e dello spettacolo.

Questo ha scritto con precisione e rigore giornalistico Claudio Corsalini sul sito online di Perfil, bisettimanale cartaceo argentino.

Al Luna Park sono legate molte storie di boxe. Alcune le ho raccontate assieme a Riccardo Romani nel libro “Monzon, il professionista della violenza” (edizioni Absolutely Free). Qui sotto ne riporto qualche stralcio.

Juan Carlos Lectoure detto Tito, il più famoso manager dell’America Latina, era il boss del Luna Park di Buenos Aires. L’aveva ereditato dallo zio Josè (primo campione argentino dei pesi leggeri) che l’aveva inaugurato assieme a Ismael Pace con una serata retta da tre match professionistici. Nei pesi leggeri Juan Pathenoy aveva battuto in 10 round Josè Suarez Franco; Eduardo Corti aveva sconfitto in 12 Emilio de Rittis (che un anno dopo sarebbe stato battuto anche dal romano Otello Abbruciati, detto “il moro”); nei medi Amilcar Caperotta aveva messo ko in quattro riprese Jack Canavesi che non aveva così fatto onore al suo soprannome, El Toro de Maipù.

Era il 5 marzo del 1932.

Le riunioni si svolgevano rigorosamente al sabato.

Tito viveva con i genitori, Juan Augusto e Maria Celia Naredo, due fratelli (Oscar Roberto e Ernesto) e due sorelle (Amalia Celia e Alicia Amanda). Avevano casa nel barrio Balvanera, a pochi passi dal mercado de Abosto dove era cresciuto Carlos Gardel che occupava un appartamento in calle Jean Jaures, al numero 735. Forse anche per questo il Luna Park sarebbe diventato il teatro ideale de “Il giorno del tango”, fissato all’11 dicembre di ogni anno e dedicato alla celebrazione de “la voz” Carlos Gardel e de “la musica” Julio De Caro.

Tito per un breve periodo era stato pugile. Aveva anche fatto da sparring a Archie Moore quando il grande campione si stava preparando per un match a Buenos Aires. Poi si era dedicato a tempo pieno al Luna Park.

Due riunioni settimanali (il mercoledì, con il programma della serata ripreso in diretta dalla televisione, e il sabato) per quasi trent’anni, per un totale di tremila appuntamenti. Lo stesso impianto ospitava il circo, il pattinaggio su ghiaccio, addirittura gli Harlem Globetrotters.

Lectoure aveva anche aperto una mega palestra all’interno del complesso. Lì si potevano allenare, contemporaneamente, fino a cento pugili.

Adesso si ritrovavano di fronte. Stesso ring, quello del Luna Park. Benny “Bad” Briscoe stava venendo ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che pensava gli appartenesse di diritto. Arrivava da Filadelfia, la patria del pugilato. Un peso medio capace di battersi in quella città era già garanzia di valori alti, assoluti.

Briscoe era nato ad Atlanta, in Georgia, ma viveva da sempre a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il Comune. Prima era stato impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta dei rifiuti.

Benny, come li uccidevi i topi?

«Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo».

E questo era un po’ quello che cercava di fare anche con gli avversari. Li chiudeva in un angolo del ring e poi tirava giù bastonate fino a quando quelli non andavano giù.

Combatteva al piccolo Blue Horizon. Una caverna spoglia e piena di fumo. Gli spettatori erano gente tosta, sapevano cosa fosse un match di boxe. Dalle balconate sopra il ring potevano allungarsi fino a quasi a toccare con le mani i pugili.

Il 30 settembre del 1969 Benny aveva fatto il tutto esaurito, 1606 persone pigiate in un’arena che poteva contenerne solo 1300. Aveva messo ko Tito Marshall al primo round, aveva raccolto l’applauso dei tifosi e aveva cominciato a prepararsi per la prossima battaglia.

Cresciuto di livello, Briscoe era passato ad esibirsi allo Spectrum. Affrontava tutti e vinceva spesso.

Sui pantaloncini portava la stella di David. Dicevano perché era di religione ebraica. In realtà era più un omaggio ai due manager: Arnold Weiss e Jimmy Iselin, che la testimonianza di una fede a cui si era convertito in età matura.

Cattivo sul ring, un signore di grande dolcezza nella vita.

Briscoe inseguiva il titolo, Monzon lo difendeva.

L’acqua veniva giù senza pietà. Pioveva da una settimana sul nord dell’Argentina. Il viaggio verso Buenos Aires era stato lungo e per lunghi tratti noioso. La macchina si era trovata spesso scossa da una pioggia così fitta da sembrare nebbia. Accanto a Carlos viaggiava Daniel Gonzalez, un welter leggero che si allenava con Brusa. Un anno prima, Monzon era stato a bordo ring al Luna Park per applaudirlo nel match contro Boggio. Un deludente successo ai punti che aveva lasciato nelle orecchie di Gonzalez i fischi del pubblico e sulla sua fronte un taglio profondo. Poi, erano andati tutti a mangiare e a mandare giù birre come se dal giorno dopo ne fosse proibito il commercio. A Brusa non importava molto quanto alcool buttasse dentro Monzon quando il match era lontano.

Un’altra borsa da centomila dollari aspettava il campione argentino, giunto alla sesta difesa del titolo. Quella con Benny Briscoe.

Era l’ostacolo più difficile.

Quindicimila dollari era la borsa di Briscoe, lo sfidante che era salito sul ring non al massimo della condizione per colpa di un’epatite da cui non era del tutto guarito.

I soldi non erano certo il principale motivo per cui l’uomo di Filadelfia combatteva, ma gli erano comunque serviti per realizzare il sogno di una vita. Comprare una casa, un villino diremmo noi, con sei stanze e due bagni per la mamma. Era un tenerone Benny Bad Briscoe.

C’era poca gente dentro il Luna Park quella notte.

L’impianto poteva contenere quasi ventimila spettatori, solo in millecinquecento erano stati così coraggiosi da sfidare il maltempo. La pioggia aveva tenuto lontano tifosi e appassionati.

Bam.

Il destro era arrivato secco, potente, distruttore.

E aveva centrato Monzon al volto. Mancava poco meno di un minuto alla fine del nono round e fuori continuava a piovere quell’11 novembre del 1972. Fino a quel momento l’argentino aveva dominato la sfida. Montanti sinistri e diretti destri si erano abbattuti sull’americano che incassava e continuava a venire avanti. Senza paura, con grande coraggio, ma senza ottenere risultati accettabili.

Sui cartellini dei giudici c’erano sette riprese per il campione, solo una per lo sfidante. Il Cattivo cercava un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Un pugile sa che deve meritarsi la grande occasione. E nessuno poteva dire che Benny Briscoe non se la fosse meritata.

Bad non si era mai risparmiato sul ring. Ma il titolo mondiale non era mai arrivato.

Adesso eccolo lì, vicino come non lo era mai stato.

Bam.

Il destro dell’uomo calvo aveva scosso Monzon.

L’argentino era rimasto quasi sorpreso che fosse accaduto, che ad essere in difficoltà adesso fosse lui. Un macho che passava come un treno sopra ogni nemico, senza curarsi delle macerie che lasciava lungo il cammino.

Sapeva che Briscoe era diverso dagli altri, era un duro come lui. Per questo lo rispettava. Un peso medio di Filadelfia, un pugile doc. Un certificato che garantiva la qualità del prodotto.

Carlos lo rispettava, ma non accettava l’idea di essere sconfitto. Neppure da lui.

Benny si era lanciato su Monzon. Ora o mai più. Il gancio sinistro del pelato della Pennsylvania aveva nuovamente scosso il campione. Adesso mancavano quaranta secondi alla fine del round. Doveva fare in fretta.

Si sentiva attraversato da una comprensibile frenesia.

Aveva paura che il momento passasse, che il gong arrivasse a salvare l’argentino regalandogli il tempo che gli serviva per riprendersi. E allora aveva continuato ad andare avanti e aveva piazzato un altro diretto destro. Meno potente del primo, ma comunque in grado di fare male. Monzon aveva piegato le gambe, legato, abbracciato l’avversario. Mancavano venti secondi alla fine del nono round.

«In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito ed ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match».

Dieci secondi alla fine. Nessun altro colpo.

Finiva lì il Grande Sogno. Benny Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo dei pesi medi.

Avrebbe guadagnato rispetto, ammirazione, pacche sulle spalle e commenti positivi. Ma la cintura mondiale non l’avrebbe mai riportata a casa.

Il ring era quello del Luna Park di Buenos Aires.

Chiuso il nono round, uno dei pochi che in quel match Monzon aveva perso nettamente, si era chiuso anche il match.

Benny Bad Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo.

 

 

 

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