Mazzinghi, Benvenuti, un cinema di periferia, i vecchi western e la pasta e patate…

Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi si sono scambiati
frasi affettuose, addirittura un doppio bacio.
Dopo cinquant’anni è scoppiata la pace.
E allora mi è tornato alla mente un articolo
che ho scritto proprio per questo blog appena qualche mese fa…

 

Ho inseguito un filmato per più di un anno. Non riuscivo a trovarlo.

Avevo chiesto aiuto al mio amico Davide Novelli, inviato della Rai, che aveva chiesto aiuto a sua volta a un dipendente della Teca dell’azienda. Sembrava che quel filmato fosse scomparso nella nebbia.

Stavo scrivendo il libro su Sandro Mazzinghi e nella memoria avevo un’idea abbastanza precisa del secondo incontro con Nino Benvenuti, ma volevo fissarne meglio i contorni. A volte i ricordi ti ingannano, riportano davanti ai tuoi occhi solo le cose che ti fa piacere rivedere.

Niente. Mi sono dovuto fidare degli spezzoni rimasti nella mente.

A libro pubblicato, Davide mi ha chiamato.

Abbiamo trovato la pellicola nella sede di Torino”.

Ha detto proprio così, la pellicola. Ottocento metri da riconvertire per poi custodire quel prezioso documento negli archivi Rai.

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Sono andato a Saxa Rubra, mi sono messo davanti a un monitor e mi sono goduto lo spettacolo.

Per una bizzarra associazione di idee, la prima immagine mi ha rimandato indietro fino ai tempi della mia giovinezza. Mi sono ritrovato in una vecchia sala parrochiale del mio quartiere. Il Columbus, in via delle Sette Chiese, era un’istituzione per noi ragazzini di Garbatella. Ci andavamo la domenica mattina, dopo la messa. Ma solo se avevamo sul polso il timbro che attestava la presenza in chiesa alla funzione delle 10. Ci davano una galletta, un formaggino o quando eravamo fortunati una cioccolata, ed entravamo.

Sullo schermo, film d’avventura, cow boy, che quasi tutti noi chiamavamo coi boi, contro indiani, perennemente dipinti come brutti e cattivi. I buoni erano solo i soldati con le divise blù, gli sceriffi senza paura o il coi boi solitario pieno di sani sentimenti.

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Crescendo ho cominciato a frequentare il Columbus anche nei pomeriggi infrasettimanali. E ho scoperto che l’unica condizione per gustarsi il film sembrava fosse quella di fumare sigarette a ripetizione, una dietro l’altra. Mi giravo attorno ed ero avvolto da una nuvola di fumo, la sala ne era piena. Per me che tossivo a ogni sigaretta accessa nel raggio di cinquanta metri, era un vero tormento.

Ragazzini scatenati, seguivamo le scene del film accompagnandole con urla folli e mimando ogni azione dei protagonisti.

I più grandi preferivano andare al Cinema Garbatella a Piazza Bartolomeo Romano. Lì c’era anche la galleria e negli ultimi posti potevano pomiciare con le ragazze. Non importava quale film facessero, l’importante era lanciarsi in baci senza fine. Uscivano con i crampi alle labbra, ma soddisfatti.

Tutto questo mi è tornato in mente mentre le immagini in bianco e nero della Rai scorrevano sul monitor. Le telecamere, con Davide abbiamo convenuto che fossero solo due, riprendevano il pubblico. Non c’era un centimetro di spazio libero all’interno del PalaEur. Erano quasi tutti uomini, indossavano camicia, giacca e cravatta come fosse una divisa ufficiale. Molti avevano addosso l’impermiabile o il cappotto. Era dicembre, faceva freddo, ma in quel Palazzo doveva fare un caldo incredibile. Eppure loro non avevano perso tempo a togliersi il cappotto, non avrebbero saputo dove metterlo. Dovevano avere le mani libere per agitarsi, per inveire contro il pugile nemico, applaudire il proprio idolo.

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Benvenuti e Mazzinghi sul ring sembravano due eroi antichi. La scena pareva svolgersi su un palcoscenico, non certo in un’arena. Erano eleganti, entrambi. Sì, anche Mazzinghi lo era in quel suo modo composto, testardo, irruento, nobile, instancabile che aveva di avanzare a cercare il bersaglio da colpire. Un uomo senza paura, nato per combattere.

Il sinistro di Nino era uno spettacolo, a volte fioretto a volte scimitarra. Lo usava con la grazia di un artista, la ferocia di un gladiatore.

Ho rivisto un incontro stupendo, intenso come solo nelle grandi occasioni il pugilato sa offrire.

Era più o meno come lo ricordavo nella dinamica degli eventi. Inizio per Benvenuti, parte centrale prolungata per Mazzinghi, ultimi due round per Nino. Lo avevo così nella mente, ma quello che non avevo era il sapore della sfida. Me lo sono gustato lentamente come si fa con un vecchio Cognac. Ad aiutarmi a creare l’atmosfera è stato il silenzio, non c’era audio. Un clima da porto delle nebbie. Meglio così, sono stato libero di inventarlo quell’audio.

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Ho sentito i consigli di Guido Mazzinghi e Sconcerti all’angolo di Sandro. Quelli di Golinelli e Amaduzzi nell’angolo di Nino. Ho avvertito distintamente il crescendo di voci dei tifosi, le grida che accompagnavano l’azione dei due. Ho inveito contro l’arbitro Giacinto Aniello per un richiamo non dato, per un richiamo dato troppo in fretta.

Insomma ero lì, anch’io a bordo ring. Accanto a Paolo Valenti che faceva interviste per la radio, ai colleghi giornalisti. Distinti signori che sembrava stessero assistendo a una rappresentazione teatrale, anche se lo facevano con infinita passione.

Quello era il mondo in cui mi stavo muovendo. Viaggiavo nel tempo, spettatore confuso fra i diciottomila del PalaEur. Alla fine i cartellini erano per Benvenuti. Io non mi sono ritrovato in sintonia con quel verdetto. Ma l’importante non era chi avesse vinto o perso, la cosa che contava era che avevo negli occhi il film di un grande momento.

Due fuoriclasse, due italiani sul ring per un mondiale. Un Palasport pieno sino all’inverosimile, il sapore della boxe buona di una volta.
È stato un po’ come tornare alle minestre che mamma preparava. Il languore di una pasta e patate, la forza dirompente di una pasta e fagioli.

Un misto di ingredienti scelti con cura, una cucina fatta soprattutto di passione, la preparazione di una ricetta costruita con amore. Ecco questa era la boxe di quei tempi.

Grazie a Davide Novelli e al suo amico della Teca Rai sono riuscito a rivedere quel match del 17 dicembre 1965 e mi sono commosso.

Davanti al pugilato di oggi piango. E non certamente di gioia.

 

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