Era il 1897, Corbett perdeva e il papà si uccideva. Aveva scommesso tutto su di lui…

Carson City, Nevada.
17 marzo 1897.

C’era grande attesa per la difesa di James Corbett contro Bob Fitzsimmons (foto sopra), forse troppa. L’arbitro si era rifiutato di salire sul ring. Aveva paura di tutta quella folla gigantesca, c’erano pistole ovunque. Le scommesse erano state consistenti, si parlava di 150.000 dollari, e nessuno avrebbe accettato di perdere i soldi senza avere tentato prima di difenderli, anche con le armi.

George Silver, l’arbitro designato, aveva dato il via all’incontro solo dopo che l’organizzatore aveva posizionato in posti strategici ventuno tiratori scelti a protezione.

Bob era finito al tappeto, sanguinante e in grande affanno. Silver aveva contato fino a 9, poi Fitzsimmons si era rialzato e aveva ripreso a combattere. A bordo ring i giornalisti sorridevano di quel 34enne che non aveva certo il fisico di un campione del mondo dei pesi massimi.

Seduto in prima fila c’era Bob Masterson, lavorava come corrispondente del Morning Telegraph di New York. Era stato sceriffo a Dodge City. Accanto a lui Wyatt Earp e Doc Halliday. Erano i tre uomini che avevano affrontato il clan dei Clayton nella sfida all’OK Corral. Figuratevi se potevano tifare per un tizio pelato e pieno di lentiggini.

Bob si era tirato su e aveva cominciato a far scattare il montante. Eccola qui la chiave del match. Non il montante, ma la rabbia che finalmente Fitzsimmons riusciva a esprimere.

Ci sono sentimenti che dormono nel cuore di un campione per anni. Quando puoi contare su talento e giovinezza non c’è bisogno di scomodarli. Basta che ti affidi all’istinto e tutto diventa facile. Poi gli anni passano e allora ogni match ti chiede qualcosa in più da affiancare al talento. E ogni giorno che passi sul ring senti la paura crescere.

Prima o poi non ci saranno più armi nella sacca delle riserve.

Ma un campione non si arrende mai, anche a costo di richiamare in superficie la rabbia. Corbett (a destra nella foto sotto) attaccava senza pause, la sua azione era efficace. Dopo ogni sfuriata, all’angolo di Bob il pensiero era sempre lo stesso.

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«Speriamo che non arrivi il gancio sinistro».

E invece arrivava puntuale. Un gancio, destro stavolta, tagliava profondamente l’arcata di Fitzsimmons. Uno squarcio, la pelle lacerata, il sangue che colorava di rosso i pantaloncini. Non è facile andare avanti quando hai l’incubo di una ferita che può aggravarsi da un momento all’altro. Ma solo chi sa uscire dal burrone in cui è caduto, può chiamarsi campione. Un destro al plesso solare metteva fine a ogni discorso. E a crollare al tappeto per il conto totale era James J. Corbett. Nel round numero quattordici il titolo cambiava proprietario. Il nuovo campione del mondo dei pesi massimi si chiamava Bob Fitzsimmons.

A risolvere la sfida era stato un colpo al plesso solare, in quell’intreccio di nervi tra torace e stomaco, in quella zona che governa i riflessi della respirazione. In quella parte del corpo che alcuni chiamano chakra, zona che è strettamente legata a sentimenti ed emozioni.

Bob aveva tagliato tutti i fili con un solo colpo. Niente più emozioni, niente più sentimenti. Ma soprattutto, per qualche istante, niente più respiro.

Era accorsa tanta gente nella tranquilla Carson City, tanti soldi giravano per strade, hotel, bar. I politici stavano già pensando a stravolgere quella città di frontiera, a legalizzare la prostituzione e il gioco d’azzardo, agevolare i matrimoni ma anche i divorzi, abolire le leggi che tutelavano i minatori. L’oro era appena arrivato in città, perchè mai se ne sarebbe dovuto andare via?

Subito dopo che l’arbitro aveva decretato il ko, un distinto signore era uscito lentamente dall’arena. Aveva cominciato a passeggiare trascinando i piedi nella polvere, dirigendosi piano piano verso il Frontier Hotel, l’albergo dove alloggiava con la moglie.

Aveva aperto la porta della camera numero 27 e, appena entrato, aveva tirato fuori la pistola da una vecchia borsa di cuoio marrone.

Il primo colpo lo aveva sparato alla tempia della moglie, poi si era messo la canna della pistola in bocca e aveva fatto fuoco un’altra volta.

Quel signore si chiamava Patrick Corbett ed era il papà di James. Aveva scommesso tutti i suoi soldi sulla vittoria del figlio.

Bob Fitzsimons si era battuto ovunque. La cosa importante era che la borsa fosse buona. Aveva intascato 12.000 dollari per affrontare Jack “nonpareil” Dempsey all’interno di una ex fabbrica di cotone a New Orleans. Aveva guadagnato 40.000 dollari per il vittorioso match con Corbett: 15.000 di borsa, stessa somma per la vendita dei diritti cinematografici alla Edison Picture Company, 10.000 dalle scommesse.

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Si era battuto contro Peter Maher II in un’insolita sfida (foto sopra). Il ring era stato posto su una striscia di sabbia piatta al centro del fiume Rio Grande (prima foto sotto), tra il Messico e gli Stati Uniti. Nessuno dei due Stati aveva voluto riconoscere quel mondiale dei massimi. Era stato costruito un ponte in legno (seconda foto sotto) che partiva dal confine messicano e arrivava al luogo dell’incontro. Solo duecento gli spettatori a bordo ring, di più non ne entravano. Molti di più quelli sulle rive del fiume, nonostante i bandoni messi a protezione dello spettacolo. Borsa di 10.000 dollari per il vincitore. Fitzimmons aveva risolto il match con un diretto destro dopo 1:35 del primo round.

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Pugno fuliminante, soprattutto dalla corta distanza, Bob era diventato campione del mondo dei medi il 14 gennaio del 1891 battendo Jack “nonpareil” Dempsey, che aveva finito il match con profondi tagli alle arcate sopraccigliari, la bocca sanguinante e la pelle completamente rossa per i colpi subiti.

Il terzo mondiale, quello dei mediomassimi, se lo era andato a prendere il 25 novembre del 1903 superando George Gardner in venti riprese.

Fitzsimmons era rimasto sul ring fino a 51 anni, chiudendo con un’esibizione contro suo figlio Young Bob. Soldi ne aveva guadagnati tanti, ma li aveva spesi tutti in piccole follie. Un esempio? Gli piaceva passeggiare in strada con un leone legato al guinzaglio. Ma li aveva sopratutto spesi in matrimoni sbagliati.

Quattro mogli in tutto. La terza signora Fitzsimmons era quella più conosciuta. Si chiamava

Julia May Gifford e lo aveva convinto a recitare. Avevano portato in scena “The fight for love” di George Bernard Shaw, per mille dollari a settimana. Un ottimo compenso, ma sempre molto meno di quanto lui avrebbe intascato combattendo.

Temo Ziller era stata l’ultima consorte. Una donna molto religiosa. Predicava il Vangelo e aveva cercato di convertirlo. Lui dopo aver aderito alla fede evangelista aveva però abbandonato tutto e se ne era tornato sul ring.

Gli era sempre piaciuto rischiare e si era sempre fidato del suo talento, oltre che della sua forza. Nel 1893 gli avevano proposto una scommessa e lui l’aveva accettata: avrebbe intascato 4.000 dollari se fosse riuscito a battere nella stessa serata sette avversari in meno di venti round. Altrimenti, avrebbe dato e preso pugni per niente.

Match d’esordio contro Paul Laeser, vittoria per ko alla prima ripresa.

Nella seconda sfida affronta Louis The Giant, birraio di Milwaukee, e lo stende alla terza.

Poi c’è George Dobson. Lo chiamano il “Terrore di Chicago” e boxa con la mani avvolte dal filo elettrico. Bob lo mette giù alla quarta.

Il simpatico Charles Burke dura fino alla quinta.

John Wyoming resiste tre round.

Big Bill Collins non finisce il primo e per svegliarsi completamente impiega due ore.

Paul Laeser chiede di riprovarci e si ritrova ancora al tappeto dopo meno di un round.

Sette ko in 18 riprese. I quattromila dollari finiscono nelle tasche di Fitzsimmons.

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Bob (foto sopra) si costruiva da solo i guantoni, tagliando con il rasoio due grembiuli di cuoio. Il suo primo trofeo era stata una medaglia d’oro massiccio, il premio per aver vinto il Torneo Jim Mace. Aveva appena 16 anni.

Ma il match, o almeno quello che accadde dopo, che gli aveva lasciato il ricordo più nitido era stato quello contro Abe Langle, un omone di 105 chili per 190 centimetri. Lo aveva messo ko in due riprese. La mattina dopo erano andati a trovarlo quattro autentici colossi vestiti da macellaio. In tasca avevano tutti un grosso coltello.

Mentre Bob si preparava al peggio, il più corpulento dei quattro lo aveva abbracciato con grande affetto.

«Siamo i fratelli di Abe, da sei anni cercavamo di convincerlo a smettere. Un tuo pugno ha risolto tutti i nostri problemi e cancellato le nostre angosce. Volevamo dirti grazie, amico».

Il 22 ottobre del 1917, solo e senza un dollaro, Bob Fitzssimons era morto di polmonite in un ospedale di Chicago. Gli ultimi match della sua vita li aveva combattuti quando la malattia era già in stato avanzato.

È la storia di tanti pugili. La solitudine è da sempre la loro ultima compagna di viaggio. Sei solo quando suona il primo gong e l’arbitro fa cominciare il match. I tuoi secondi, scesi dal ring, ti urlano consigli dall’angolo. C’è chi non ha mai dato retta a quelle urla, altri non le hanno mai sentite. Nella testa ascolti solo il rumore dei tuoi pensieri. Sai che tutto dipende dai tuoi muscoli, da quanto forte picchierai e non da quello che gli altri ti dicono di fare.

Devi colpire più spesso e più forte del tuo avversario. Devi rubargli i sogni e rimandarlo indietro, ricacciarlo nella miseria da dove è venuto.

La boxe è tutta qui. Quando sei campione nessuno ti nega nulla. Gli amici sono tanti, ti senti padrone del mondo. Poi arriva il momento della sconfitta e tu fai un salto indietro nel tempo. Non sono più soltanto i soldi a mancarti, nessuno è più disposto a darti niente. Non un dollaro, né un’ora di amicizia.

È stato così anche per il grande Bob Fitzsimmons.

“Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo racconta la drammatica e affascinante storia della vita di Sandro Mazzinghi (edizioni AbsolutelyFree)

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