Che storia! Centodieci round, più di sette ore sul ring e alla fine…

Il ristorante è pieno. Hanno avuto fortuna a trovare un tavolo libero. Fossero arrivati appena dieci minuti dopo, avrebbero dovuto rinunciare alla cena.

Un’ottima bistecca, un vino robusto e piacevole al gusto. C’è di che essere felici, eppure Tom non ci riesce. Tamburella con indice, medio e anulare sul tavolo in legno dove stanno mangiando. Non dice una parola da dieci minuti e questo non è un male. A Peter non piace parlare mentre gusta carne di prima scelta. Ma quel ritmare sul legno è diventato irritante. E poi Tom non la smette più di muovere ritmicamente la testa avanti e indietro, un piccolo ma fastidiosissimo oscillare di quel faccione a cui baffi e barba dovrebbero regalare un’autorevolezza purtroppo mai trovata.

Si può sapere perché diavolo sei così agitato?

“E me lo chiedi? Te ne stati lì a mangiare quella maledetta bistecca come se fosse il cibo più prezioso del mondo. Ogni boccone, dieci minuti. È tardi, rischiamo di arrivare quando tutto sarà finito e con i soldi che abbiamo pagato non è una bella prospettiva”.

Tranquillo, abbiamo tempo“.

“Basta, non ce la faccio. Io vado, ti aspetto lì”.

Te ne approfitti perché siamo amici da vent’anni. Aspetta, dieci minuti e andiamo via“.

“Non un secondo di più”.

Tom e Peter escono esattamente dopo nove minuti e mezzo. Raggiungono a piedi l’Olympic Club. Neppure una parola durante quella passeggiata di poche centinaia di metri. Il ristorante era caro, ma ne valeva la pena. Ogni volta che viene a New Orleans, Tom fa una sosta lì. Al rientro a casa definirà il posto “incantevole”, come ha fatto in tutte le precedenti occasioni. Mary gli risponderà che è stanca di sentirne le lodi, adesso vuole sperimentare di persona.

È la sera di giovedì 6 aprile 1893.

Un match solo in programma, sarà valido per il titolo dei leggeri dello Stato della Louisiana. Vietato vendere alcolici agli spettatori, parte dell’incasso sarà devoluto in beneficienza. Tremila biglietti venduti.

Andy Bower tra poco meno di un mese compirà 26 anni. È piccolo e robusto, un combattente. Alto 1,65 pesa poco meno di sessanta cili.

L’avversario è nato a Chicago come George Campbell, ma da tempo vive a Galveston come Jack Burke. La residenza a Galveston è bastata per regalargli il soprannome di Texas. Ha 24 anni ed è più pensate di un chilo rispetto al rivale. Ha fatto l’allenatore. Preparava ricchi signori che volevano mantenersi in forma. Due anni fa ha sposato Rose Postlewaite e adesso se ne va in giro per il Paese a recitare nel vaudeville assieme alla moglie. Le cose tra loro non vanno più bene come nei primi giorni, l’amore sembra sia arrivato a un punto critico. Stanno ancora insieme, ma Rose non è a New Orleans.

Quando salgono sul ring è tarda sera.

L’arbitro è John Duffy ed è deciso a far rispettare le regole.

Bowen parte meglio, pressa il rivale, lo costringe a subire e nel round numero 25 lo scuote visibilmente.

Te l’avevo detto. È lui il più forte, l’altro non resisterà a lungo“.

“Tranquillo Tom. Sono contento che ti sia tornata la parola, ma potresti usarla meglio. Sai benissimo come tutti chiamino Burke, non è un caso che il suo soprannome sia “acciaio”. Ora lo farà sfogare e poi saranno problemi per tuo Bowen”.

C’è eccitazione attorno al ring. Il combattimento è senza limiti prefissiati. Si combatte sulla distanza dei tre minuti per round, ma la fine sarà dichiarata solo quando uno dei due rimarrà al tappeto e non si rialzerà prima del “dieci e out”. Il marchese di Queensberry ha già scritto le sue regole, ma non tutti le rispettano.

Round numero 48.

Stavolta è Burke a subire. Finisce al tappeto, lo salva il suono del gong che interrompe il conteggio.

Visto? Stavolta è stato fortunato, la prossima non potrà contare sull’aiuto di nessuno“.

“Peter mi sembri un troppo ottimista. Se vogliamo parlare di fortuna, direi che stavolta ne ha avuta molta il tuo uomo. Il colpo che ha mandato al tappeto Burke è stato casuale”.

La gente urla, si accalda, strepita.

In palio per il vincitore ci sono duemilacinquecento dollari. Una borsa che fa alzare l’asticella del dolore, resistere a qualsiasi pugno, credere che ci sia un’unica soluzione a questa sfida.

Dopo cinquanta riprese, il vigore fisico cala in modo visibile.

Adesso Burke e Bowen combattono a mani basse, girando in circolo e tirando pochi colpi per ogni round. La gente è stanca, qualcuno comincia a sbadigliare.

Dalle prime file un gruppo di spettatori intona “Home, sweet home“. Casa, dolce casa. La nostalgia di un comodo letto e di un sonno ristoratore sta diventando più forte dell’adrenalina che un incontro di pugilato dovrebbe generare.

In molti cedono. Dormono sulle sedie. In tanti, tra quelli che resistono, cominciano a sbadigliare. All’una di notte i primi tifosi abbandonano la sala. La sfida è cominciata dopo cena e minaccia di andare avanti fino all’ora di colazione.

Round 108.

L’arbitro chiama i due pugili a centro ring.

Signori, avete ancora due riprese per chiudere questo combattimento. Poi, stop. Si finisce“.

Nè Bowen, nè Burke hanno la forza di colpire in modo decisivo. Al termine del round 110 John Lloyd dichiara concluso il match con un “no contest”. Verdetto pericoloso per due motivi: non prevede l’assegnazine della borsa e (soprattutto) prevede una ripetizione della sfida al fine di determinare un vincitore.

L’arbitro si affretta a dire che quel “no contest” non ha la stessa valenza di un normale no contest. In pratica è un pari. Borsa divisa e verdetto deciso. Il New York Times riporta la cronaca dell’incontro e annuncia che non ci saranno repliche.

Peter e Tom lasciano l’Olympic Club.

Hanno visto 110 round. Sono entrati il 6 aprile dopo aver cenato e sono usciti il 7, dopo sette ore e diciannove minuti di combattimento, quando ormai è ora di colazione.

Jack meritava la vittoria“.

“Per favore Peter, non parliamone più. Il più bel ricordo di questa serata è la bistecca che abbiamo mangiato. Tutto il resto è stato una grande noia…”

È la mattina del 7 aprile 1893.

Tre anni dopo Rose divorzierà da Jack Burke per sposare un altro pugile, Jim O’Lear.

A meno di due mesi dalla sfida, Andy Bowen tornerà a battersi e sconfiggerà con un kot dopo ottantacinque round Jack Everhardt, intascando duemila dollari di borsa.

Il 15 dicembre 1894 morirà sul ring, ucciso dai colpi di Kid Lavigne dopo diciotto riprese.

Lui e Burke resteranno per sempre nella storia. Il loro è il più lungo match mai disputato su un ring di pugilato.

Di Peter e Tom nessuno ha più sentito parlare.

 

 

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