Si è chiusa la storia di Lou Duva, un grande vecchio che ha reso grande il pugilato…

Lo riconoscevi in mezzo a mille persone.

Quel naso carnoso, un paio di cicatrici sulle guance, la criniera di capelli bianchi. E poi quella voce che evocava il rumore di un temporale in arrivo.

Lou Duva aveva un legame profondo con la boxe, al punto da ripetere più di una volta un proverbio che faceva risalire alle sue origini italiane: “Se ami quello che fai, non devi lavorare un solo giorno della tua vita”.

E lui il pugilato lo amava.

Era nato a New York il 28 maggio del ’22, se ne è andato quando mancava poco per la festa dei 95 anni.

I genitori venivano da Foggia. Papà Salvatore lavorava in una tintoria, la mamma curava la casa. Carl, il primo dei sette figli Duva, era un pugile di strada. Era stato lui a portare Lou dentro pub pieni di fumo, tra uomini che faticavano a restare in piedi dopo essere rimasti per troppo tempo vicino al bourbon. Carl aveva fatto entrare il fratello e gli aveva spiegato che poteva guadagnare qualche soldo dando e prendendo cazzotti mentre un pubblico eccitato urlava consigli misti a insulti.

Cinque dollari a match. Tanti per un ragazzo che di dollari ne vedeva davvero pochi.

Ho conosciuto Lou Duva molti anni dopo.

L’ho incontrato per la prima volta nella hall di un albergo di Riva del Garda. Era con Umberto e Giovanni Branchini. Il Cardinale aveva messo in piedi una bella squadra: Damiani, Maurizio Stecca, Musone, Bruno, Casamonica. Anche Duva aveva preso il meglio dei Giochi di Los Angeles ’84: Holyfield, Taylor, Whitaker, Breland e Biggs. E adesso i due grandi manager erano pronti per l’ennesimo affare. Una sfida per il titolo Wba dei superpiuma tra Kamel Bou Ali e Rocky Lockridge che avrebbe vinto il match per kot 6. Quell’incontro mi è rimasto nella mente per l’affabilità del vecchio Lou, per quella voglia di parlare italiano a tutti i costi anche se non era davvero padrone della nostra lingua. E per l’incredibile conoscenza del mondo pugilistico.

L’ho incontrato nuovamente tre anni dopo, a Pesaro.

Sumby Kalambay aveva battuto Mike McCallum al Palasport di Pesaro e io giravo nella notte cercando quel sonno che tardava ad arrivare. Sono sincero, nel pronostico avevo indicato l’americano come favorito. Forse anche per questo quando avevo visto all’opera il talento puro di Kalambay mi ero entusiasmato come un ragazzino. E avevo goduto di una gioia maligna quando, rientrando finalmente in albergo, avevo sentito le urla del mitico Lou. Era notte fonda e lui stava ancora insultando l’intero clan per la sconfitta.

L’ho incrociato un’altra volta nell’ottobre del 1988.

Aveva portato Tyrrell Biggs a Milano per l’incontro con Francesco Damiani. Anche in quell’occasione mi aveva raccontato tante storie. Il vocione riempiva gli spazi di un albergo troppo piccolo, aveva grande entusiasmo e provava a vendere bene il suo ragazzo. Biggs aveva ceduto contro Francesco, kot 5 recita il verdetto. Una ferita, ma soprattutto la superiorità fisica del romagnolo avevano deciso la sfida.

Ho visto molte altre volte Lou Duva negli Stati Uniti dove i suoi pugili erano impegnati. Non aveva perso la cordialità dimostrata nel primo incontro. Eppure la vita non era stato certo gentile con lui.

Dan, il primogenito, era morto nel 1996 per un tumore al cervello.

Ernes Rubio, la moglie, se ne era andata per sempre nel 1986.

Lui tirava avanti come un bulldog.

Sempre a caccia di talenti.

Aveva amministrato o allenato (tra gli altri) Evander Holyfield, Joey Giardiello, Meldrick Taylor, Mark Breland, Pernell Whitaker. Tutti campioni del mondo. Aveva gestito fino al 2000 la Main Events che aveva avuto l’ardire di sfidare i colossi Bob Arum e Don King.

L’omone, 1.70 per almeno centoventi chili, non ha mai avuto paura di nessuno. La battaglia più feroce l’ha combattuta con il cuore. Un infarto, un’operazione, due by pass. Una ricaduta. Ma neppure questo l’ha fermato, ha continuato ad andare all’angolo dei suo ragazzi.

Un non certo glorioso passato da pugile, un peso welter dal record modesto: 6-10-1. Poi la frequentazione della famosa Stillman’s Gym sull’Ottava Strada a Manhattan. Nel 1970 la scelta di diventare promoter. Nasceva la Main Events il cui primo grande colpo fu la gestione di Leonard vs Hearns del 1981, vinto sa Sugar Ray per ko a 75 secondi dalla fine del quindicesimo round quando era decisamente dietro nei cartellini dei tre giudici.

Lou aveva lasciato la scuola a 15 anni, per poi falsificare il certificato di nascita e con il documento fissato sui 18 anni accettare un lavoro da camionista. Nel tempo libero, arrotondava giocando a dadi.

La società che organizzava match era gestita assieme ai cinque figli: Dan, Donna, Deanna, Denise, Dino. A questi si sarebbe aggiunta Kathy, la moglie di Dan. Le cose erano andate bene sino all’inizio del terzo millennio quando la Main Events era andata vicino al tracollo e Kathy l’aveva rilevata. Lou assieme ai figli aveva aperto la Duva Boxing.

Dopo più di settant’anni nel pugilato e novantaquattro in questo mondo Lou Duva se ne è andato per sempre. È morto a Paterson nel New Jersey dove si era trasferito quando era ancora un bambino.

È stato un grande, un uomo tosto e coraggioso. Uno che è stato all’angolo di tanti campioni, anche di quel Vinny Pazienza sulla cui storia è appena uscito un film di Martin Scorsese.

Il pugilato piange un altro grande.

 

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