Paul Malignaggi annuncia il ritiro dalla boxe via Twitter…

Paul Malignaggi annuncia via Twitter il suo ritiro dalla boxe dopo la sconfitta subita sabato scorso (ko 8) da Sam Eggington. L’italo americano chiude con un record di 36-8-0 ( 7 ko) e due titoli mondiali: superleggeri Ibf e welter Wba dopo sedici anni di carriera.

Figlio di genitori siciliani ha vissuto la sua gioventù a Bensonhurst, Brooklyn, New York. Lo scorso dicembre ha compiuto 36 anni.

L’ho intervistato a fine 2015 in occasione del suo match per il titolo dell’Unione Europea a Milano.

Leggete cosa mi ha detto, ho conservato nel testo tutto quello che pensavo avesse una valenza ancora oggi, ho tolto domande e risposte relative alla cronaca immediata.

È un bel personaggio, non lo scopro certo oggi. Un pugile spettacolare, uno che ha a cuore le emozioni dei tifosi.

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Che effetto ti fa questo tuo debutto in Italia?

“Sono orgoglioso di combattere qui. Anche se il match è a Milano e io mi sento uomo del sud, sarò felice di esibirmi su una piazza così importante”.

Hai bei ricordi del nostro Paese?

“Ci sono venuto spesso, anche recentemente. Ho passato a Siracusa il mese di agosto. Mamma è di lì, papà invece è di Palazzolo. Visito spesso i miei parenti”.

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E cosa ti ha conquistato della Sicilia?

“Il mare e, purtroppo, il cibo”.

Purtroppo?

“Sono goloso. Cannoli e arancini mi piacciono tanto. E quando torno negli Stati Uniti sono sempre qualche chilo sopra il limite consentito…”

Ti senti orgoglioso di essere italiano, quindi al titolo europeo tieni molto?

“Lo vedo come un occasione per mettere il sigillo sulla questione. Io sono italiano da parte di genitori, ma anche da parte di nonni. Parlo italiano, amo questo Paese. L’europeo sarebbe un modo meraviglioso per dire al mondo quanto sia felice di avere conquistato un titolo così importante da italiano”.

 

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Quale è il tuo ricordo più bello di tanti anni di pugilato?

“Ce ne sono tanti. Il primo titolo da dilettante, il debutto da professionista: una notte splendida, indimenticabile. Ho avuto la fortuna di vivere molte esperienze forti, molti momenti emozionanti. Anche se alla fine i mondiali sono quelli che ricordo con maggiore affetto”.

Sei cresciuto in una zona difficile di New York, cosa ricordi di quei giorni?

“A quei tempi Brooklyn era piena di problemi, molti di più di quanti non ne abbia adesso. Ero un ragazzo vivace, così i miei genitori hanno pensato di farmi scaricare tutta questa voglia di menare le mani in una palestra. È stato mio nonno, Umberto Vinci, ad accompagnarmi. I parenti di sicuro non pensavano che alla fine sarei diventato un pugile. Volevano solo togliermi dai guai”.

La boxe ti è piaciuta al primo impatto?

“Sì. È stata la prima volta nella vita che ho temuto di perdere qualcosa. Fino a quel momento non mi spaventavo di niente, perché non ero legato a nulla. Il pugilato mi ha conquistato subito e non volevo perderlo per nessuna ragione al mondo”.

E tu piacevi al pugilato?

“Non era facile capirne i meccanismi. Ma proprio per questo mi sono attaccato ancora di più. Sono fatto così. Se una cosa mi piace ed è difficile, io mi accanisco e mi impegno fino a quando non riesco a farla. Sono una testa dura. All’inizio prendevo botte, ma andavo avanti. Non ho mai pensato di finirla lì”.

 

 

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