Museo della Boxe, ecco quello che Patrizio Oliva avrebbe voluto dire se l’avessero invitato…

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Patrizio Oliva, è stato inaugurato a Santa Maria degli Angeli il Museo della Boxe. Ma nè tu, nè il grande Sandro Mazzinghi siete stati invitati. Deluso?

“Come ha detto anche Mazzinghi, fortunatamente la vita ci ha riservato altre soddisfazioni. Certo che non avere invitato due personaggi che come noi hanno dato lustro e titoli alla boxe italiana è stato un errore imperdonabile. Mi dispiace soprattutto perché pensavo di avere qualcosa da dire proprio sul Museo. Credo che al centro della storia di questo sport ci sia il pugile, mi chiedo quindi perché il discorso principale sul senso di questa realizzazione non sia stato affidato a un pugile, a un protagonista”.

Se ti avessero chiedo di fare il discorso di apertura, cosa avresti detto?

“Credo che quello che abbiamo davanti sia un progetto innovativo, all’avanguardia, considerando che l’unico Museo dello Sport in Italia era a Torino ma ha chiuso”.

Cosa dovrebbe rappresentare un Museo della boxe?

“Il Museo è il luogo per eccellenza dove esporre l’arte, quell’arte che trasmette valori e cultura. Anche lo sport trasmette le stesse due componenti. In senso stretto, valori come il rispetto delle regole e dell’avvarsario. Ma anche quella cultura che consiste nell’inseguire obiettivi di vita fidandosi delle proprie forze, fisiche e mentali. Lo sport è stato sempre riconosciuto come arte, messo accanto alla pittura, alla scultura, alla fotografia. Non a caso la boxe è chiamata nobile arte. In questo sport non si insegue solo la gloria, ma si scava dentro se stessi fino a trovare la forza per superare qualsiasi ostacolo. E poi il pugilato è anche eleganza del gesto tecnico, ricerca del bello”.

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Come descriveresti la boxe?

“L’arte è fonte di ispirazione per qualsiasi uomo, è offrire un modello a cui ispirarsi, è spunto per inseguire un sogno. Nella boxe l’arte consiste nel saper mettere la tecnica, il talento, la passione, la fantasia all’interno di un opera che per convenzione chiamiamo match. Risulta quindi evidente che lo sport persegua lo stesso fine dell’arte. Ma le nostre imprese sportive non possono aspirare all’eternità se non si trova qualcuno che le celebri, le ricordi. Da qui la necessità di un Museo della Boxe”.

A cosa dovrebbe servire un Museo come questo?

“A ricordare le imprese dei campioni. I cimeli esposti sono la prova che i valori che lo sport trasmette non sono solo sogni che durano lo spazio dell’impresa, ma vivono per sempre in quei cimeli che il Museo espone. Rappresentano i valori in cui abbiamo creduto, gli sforzi che abbiamo fatto per raggiungere il traguardo. Ma devono avere la forza di raccontare anche le sconfitte che abbiamo subito, momenti difficili che ci hanno reso più forti e ci hanno permesso di rialzarci e tornare a guardare con fiducia alla vita, al futuro. È questo il messaggio che dovrebbe arrivare ai giovani: con l’impegno e la forza di volontà, credendo sempre in se stessi, nulla è impossibile. Muhammad Ali, ancora una volta aveva ragione. Tutto questo dovrebbe trasmettere un Museo che racconta la storia, un luogo che dovrebbe essere condiviso. Non ci hanno permesso di farlo”.

Come avresti chiuso il tuo discorso inaugurale?

“Noi campioni siamo un po’ come Ettore e Achille nell’Iliade. Senza un Omero che ci racconti, non esisteremmo neppure e saremmo destinati a essere dimenticati per sempre. Il Museo della Boxe dovrà dunque essere il nostro Omero”.

Questo avrebbe voluto dire Patrizio Oliva a Santa Maria degli Angeli.
Non l’hanno neppure invitato.

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