I peccati dei social network, Teo Betti e il rispetto che dovremmo avere per gli altri…

teo

Accade sui social network.
Ieri parlavo con Lauretta Betti, la figlia di Teo: grande amico, giornalista di infinita competenza. Era nato 86 anni fa, se ne è andato un giorno di gennaio del 2014. Nei giorni scorsi Lauretta aveva messo un post su Facebook per ricordarlo agli amici. Anche a quelli che l’avevano così velocemente dimenticato. Qualche commento a quello che in fondo altro non era che un modo per sentirlo ancora vicino è andato fuori dal tracciato del rispetto che si dovrebbe sempre avere in queste occasioni. Un po’ come i fischi allo stadio durante il minuto di silenzio per onorare un triste evento.
Lei ci è rimasta male.
Accade sui social network.
E allora ho pensato di ricollocare il tutto in una dimensione più naturale riproponendo il pezzo che ho scritto il giorno in cui il mio amico è andato via per sempre.
Un abbracio a Lauretta e Edo, suoi figli adorati.
La boxe e il tennis hanno perso un altro pezzo di storia. Non tutti lo hanno capito.

rovescio

TEO non c’è più. Dopo una lunga e straziante malattia si è arreso.
Teo Betti è stato un grande giornalista. Si è occupato di tennis, sport che ha anche praticato da dilettante con buoni risultati. Ma la sua grande passione era la boxe. Ha girato il mondo per Il Messaggero, ha scritto pezzi importanti per Boxe Ring quando direttore della rivista era Roberto Fazi, ha collaborato con la Rai.
Era una rarità. Uno dei pochi giornalisti che il pugilato l’aveva fatto, era salito su un ring e si era battuto. Pochi incontri da dilettante, abbastanza comunque per fargli capire che quello era uno sport da amare.
La boxe la conosceva da dentro. Quando sedevamo vicini a bordo ring, non c’era collega che non si rivolgesse a lui per sapere quale fosse il suo cartellino. Gli chiedevano un giudizio per capire se fossero sulla giusta strada, per interpretare meglio il film del match.

suadra
Non era uno scrittore raffinato, non ne aveva bisogno. Lui sapeva cogliere il nocciolo della questione. Entrava a piedi pari sulla notizia, la faceva sua, la raccontava ai lettori attraverso le risposte alle cinque domande che un bravo giornalista dovrebbe sempre porsi. Un vecchio credo che oggi sembra essere diventato fuori moda: dove, chi, come, quando e perché.
Voleva sapere, non si accontentava della prima spiegazione. Con la sua ironia buttava giù ogni muro di indifferenza.
Aveva la battuta pronta, alcune hanno fatto epoca all’interno di quel mondo così restio alle grandi amicizie che è il mondo del giornalismo.
Teo era amico di tutti, anche se quasi tutti nel tempo si sono dimenticati di lui. Come sempre accade, quando sei in cima hai la fila di persone che ti danno pacche sulle spalle e ti dicono quanto sei bravo. Poi invecchi, vai in pensione e tutti si scordano di te. Non è sempre così, ma se ti tocca fa male.

dritto
Teo era uno che sapeva come si porta un diretto (ma anche un dritto), come tirare un gancio, come avventurarsi sulla strada pericolosa del montante. Sapeva leggere negli occhi di un pugile, capire in anticipo dove avrebbe trovato paura e dove avrebbe scoperto coraggio.
E non scriveva mai altro che quello che vedeva, quello che sapeva, Anche a costo di farsi un nemico in più, anche a rischio di beccarsi una querela. Qualcuno gliel’ha anche fatta. Ma ha sempre perso, perché contro la verità si perde.
Assieme a lui ho vissuto momenti di incredibile buonumore, risate senza freni. Di gioia pura. Sia che fossimo in quel Luna Park per adulti che era Las Vegas, che ci muovessimo nella grigia e pericolosa Detroit. Abbiamo riso a Catanzaro, a Vibo Valentia, a Voghera, a New York, a San Juan de Portorico, a Londra e Parigi. Ovunque ci portasse il nostro meraviglioso lavoro.
Teo era romano sino in fondo al cuore. Non solo perché tifava Roma, ma anche e soprattutto perché aveva una qualità che aiuta a vivere. La battuta sempre pronta, una maniglia a cui aggrapparsi quando il mondo sembra rotolarti addosso.

tennis
Sdrammatizzava le situazioni più intricate, ma soprattutto si lanciava come un cane da caccia quando annusava una notizia. Non si stancava mai di andarla a stanare. E soprattutto, cosa che gli ho a lungo invidiato, godeva del rispetto dei pugili. Si rivolgevano a lui con una domanda che per tanti anni ho sognato facessero anche a me.
Come sono andato?
Chiedevano un giudizio. Perché lo sapevano esperto, perché lo sapevano sincero.
Non troverete citazioni da intellettuale nei suoi pezzi, né sofisticati riferimenti letterari. Ma andandoli a rileggere scoprirete la boxe, la vita.
Gli ho voluto bene, gli voglio bene anche adesso che non c’è più, gliene vorrò per sempre. E’ stato un compagno di avventura, un amico, un giornalista a cui chiedere consiglio. Una rarità nel nostro mondo.
E adesso Teo non c’è più. La boxe ha perso un altro pezzo importante della sua storia e io ho perso una persona con cui ho diviso almeno tre decenni della mia vita.
Teo Betti aveva 83 anni. Lascia la moglie Luisa e due figli, Lauretta ed Edo.
Riposa in pace amico mio.

 

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