Nel ghetto di Atlanta dove vivono i fantasmi che l’Olimpiade vuole nascondere

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Per i poveri del ghetto la domenica è triste come ogni altro giorno della vita.
Hogue Street, nord est di Atlanta.
Un uomo vomita sul marciapiede.
Dall’altra parte della strada una donna senza età si raggomitola su una seggiolina. Mille rughe le coprono il viso fino a cancellarne lo sguardo, quel che le resta è una faccia in cui ogni solco segue un altro solco. Da tempo è diventata una donna fantasma che ha rinunciato a lottare.
Non c’è nessun altro in giro.
Le vecchie case di legno hanno perso la vernice. La gente non viene quaggiù. È un posto per neri, per giunta anche poveri.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Ho un sogno, oggi!
(Martin Luther King jr, discorso di Washington, 28 agosto 1963).

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Le case sono piccole, strette. Cucina, salotto e camera da letto. Tutte in fila. Le chiamano “shot gun houses”, con un solo colpo di pistola puoi uccidere un’intera famiglia.
La desolazione è il sentimento più popolare da queste parti.
I volti della gente sono senza espressione. Il crack ha devastato le loro vite. In giro solo vecchie carcasse d’auto, giardini abbandonati, recinti sfondati, piccoli negozi con inferriate alle finestre.
Sono venuto qui per conoscere l’altro lato dell’Olimpiade, il fratello brutto e cattivo che la famiglia tiene chiuso in casa quando dà una festa.
Sono venuto nei ghetti a respirare l’orrore e la miseria che l’America prova a nascondere.
Ai senza tetto hanno offerto un biglietto gratis sui Greyhound per qualsiasi parte degli Stati Uniti, a loro scelta. Un biglietto di sola andata. Vietato girarsi a guardare il passato.
Qualcuno ha accettato, tanto la miseria è uguale ovunque, a San Francisco come ad Atlanta. Molti hanno risposto sdegnati e sono qui, pronti a mettersi in fila davanti alla Chiesa di St. Luke dove ogni giorno offrono trecentocinquanta pasti gratis. Sono qui a dormire sotto gli alberi di Woodruff Park a downtown. Lottano ogni giorno per sopravvivere nel ghetto più pericoloso di Atlanta.

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In una mattina in cui il sole sembra staccarmi la pelle di dosso entro nella vecchia Ebenezer Baptist Church in Auburn Avenue.
È la chiesa in cui dal 1960 e per gli otto anni a venire ha officiato Martin Luther King jr, il pastore che predicava il riscatto sociale dei neri senza affidarsi alla violenza.
Dentro ci sono ventitré coriste e una pianista.
Sono tutte nere, come la maggior parte dei fedeli che riempie la chiesa.
C’è un trombettista.
È bianco. Come i pochi turisti in visita al ghetto.
Il gospel è trascinante, la gente applaude.
Oh, yeah.
È un giorno felice.

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Poco più in là la tomba di Martin Luther King jr., è al centro di una piscina dove i fedeli lanciano monetine ricordo.
Sulla lapide è incisa una scritta.
“Libero finalmente, libero finalmente. Grazie Dio Onnipotente. Sono finalmente libero”.
È il grido che ha svegliato coscienze e speranze nell’estate del ’63, col tempo sembra essersi lentamente trasformato in qualcosa che annuncia solo l’ennesimo sogno infranto.
Che mondo è quello in cui per sentirti libero devi morire?
Non sono sicuramente liberi i neri che vivono nelle Perry Homes Project, a nord ovest di Atlanta.
Tameka Young era una di loro, aveva solo otto mesi. Abitava con altre dieci persone in due stanze infestate da topi e insetti. È morta soffocata per colpa di un maledetto scarafaggio che le è finito in gola.
Qualche isolato più giù c’è la casa natale di Martin Luther King jr. È al numero 501 di Auburn Avenue. Un villino a due piani in legno, otto stanze e due bagni. È la casa di un borghese benestante.
Salgo al piano superiore, entro nella camera da letto dove King è nato e sento a pelle che in questa casa è accaduto qualcosa di davvero speciale.

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Il Governo ha varato il National Park Service, un piano a sostegno della zona. Un’area di dieci edifici da tutelare, restaurare, rimettere in piedi. Una zona protetta che confina con le miserie di Hogue Street e di Cabbage Town. Un’isola tranquilla prima dell’inferno.
A dare nuovo vigore ci hanno provato hippy, artisti, gay. Sono venuti a Inman Park, dove venti anni fa le case costavano trenta milioni delle nostre lire, ma dovevi dividerle con spacciatori, criminali e prostitute. Sono venuti e hanno cominciato a regalare nuovo entusiasmo al quartiere che sembra abbia recuperato parte della perduta onorabilità.
Risalgo in macchina, con me l’amica Emanuela Audisio, inviata de “La Repubblica”. In passato ci siamo addentrati per mille impervi sentieri, ma questo che stiamo percorrendo ci sbatte in faccia una miseria senza speranza come mai avevamo visto prima.
Mi sembra che qui le persone stiano solo aspettando che arrivi la grande consolatrice.
Non faranno nulla per sfuggirle.

“Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno
un giorno in una nazione nella quale non saranno
giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò
che la loro persona contiene. Ho un sogno, oggi!”
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(da “I MIEI GIOCHI, in dieci Olimpiadi da inviato ho visto cose che voi umani…” di Dario Torromeo, Absolutely Free editore, 312 pagine, 16 euro)

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