Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring. Racconto di un brutale ko…

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“Ketchel è più veloce di Fitsimmons agli esordi, ma non è così abile nel bloccare l’avversario come lo era Fitzsimmons. Ketchel combatte a viso aperto. Ma il suo continuo svicolare e quei colpi girati ne fanno un pessimo soggetto per chiunque. La sua tattica è semplice. Colpire l’avversario il più forte possibile. Lui prende a pugni il nemico e gli spettatori. Li picchia assieme, con lo stesso colpo. Non ha pietà per nessuno”
(Tacoma Daily Ledger)

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Folti capelli neri, fisico asciutto. O’Brien è un tipo elegante, anche quando ha il labbro spaccato e gli occhi neri.

Il vero nome è James Francis Hagen ed è un uomo ricco.

O meglio, quello con i soldi è suo padre. A lui piace spenderli.

Vive in una suite al Waldorf Astoria Hotel di New York e mantiene una corte di gaudenti che lo accompagnano in ogni locale meriti attenzione.

Ha cominciato a boxare in Inghilterra, è tornato negli Stati Uniti con diciottto bauli di vestiti nuovi e diciannove vittorie.

È un artista che conosce la nobile arte al punto da farti impazzire senza neppure sudare. Un colpo alla volta, senza ferocia. Una tortura che serve a farti perdere la lucidità, oltre alle forze.

Al quinto round lo centro al plesso solare e lui va giù. Ma si rialza subito e riprende a torturarmi. Mi ruba il tempo, anticipa le mie intenzioni, legge il mio pensiero. E la rabbia mi cresce dentro fino a trasformarsi in furore.

Lungo jab sinistro, doppiato dal diretto destro. Uno dietro l’altro, un vero incubo. Perché non riesco a evitarlo?

Arrivati alla decima ripresa so che dovrei percorrere una sola strada per non leggere sui giornali il suo nome come quello del vincitore.

Se andremo al limite, e questo è l’ultimo round, non ci sarà verdetto.

È la regola: niente vincitore se un match sui dieci round giunge alla fine senza che nessuno dei due sia messo fuori combattimento. Ma i giornalisti hanno il previlegio di scrivere sulle gazzette il nome di chi, a loro insindacabile giudizio, è il migliore.

È così che un no decision si trasforma il giorno dopo in vittoria o sconfitta. Il verdetto del giornale è accettato da tutti. E io non voglio perdere, soprattutto non voglio essere vittima del giudizio di quei maledetti.

L’unica strada percorribile è quella lastricata da assalti selvaggi, il mio marchio di fabbrica. La specialità della casa.

Dirà O’Brien.

«Ketchel è l’esempio più chiaro di cosa sia una ferocia tumultuosa».

Forse la mia boxe non rispetta sino in fondo i principi che mi ha insegnato Johnny “Socker” Flanagan, ma ha la sua efficacia. Per tre volte O’Brien va giù, per tre volte si rialza. Ma il gancio con cui lo centro alla mascella a pochi secondi dalla fine è devastante. Definitivo.

Così almeno credo.

Per la quarta volta il mio nemico cade al tappeto, stavolta finisce addirittura con la testa dentro la scatola della resina, al suo angolo. Giù, privo di sensi. Tim Hurst, l’arbitro, comincia il conteggio.

«Uno, due, tre, quattro, cinque…»

Poi suona il gong e lui si salva.

Il verdetto è «No Decision».

Ma andate a leggere cosa scrive Nat Fleischer qualche giorno dopo: «Potevo sentire il cuore battermi in gola dall’inizio alla fine. Nell’ultimo round la boxe selvaggia di Stanley Ketchel ha avuto la meglio e Philadelphia O’Brien è rimasto al tappeto, più inanimato di una pietra».

Capito?

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Tre mesi dopo, la rivincita.

È il 9 giugno del 1909.

Ai giornalisti, che prima del match mi chiedono come finirà, rispondo sempre la stessa cosa. Scandendo bene le parole, per non correre il rischio di essere frainteso.

«Stavolta, lo u-cci-de-rò!»

Altri campioni sono stati peggiori di come io potrei mai essere. E io li amo per questo. Ma non ho il tempo per pensare a loro. Adesso c’è O’Brien e non ho dubbi: lo ucciderò.

Quelli del mio clan sono preoccupati per un incidente rimasto sotto silenzio, un dolore alla mano sinistra durante una sessione di guanti con lo sparring, dieci giorni prima del combattimento. L’allenamento sospeso, la paura che mi fossi rotto due dita, la corsa dal medico.

Ora è tutto a posto.

L’unica paura che ho, è che la rabbia che sto accumulando dentro possa rovinarmi.

Poi, per fortuna, arriva l’ora dell’incontro.

O’Brien si salva abbandonando il ring al terzo round, altrimenti lo avrei davvero ucciso.

Sono un uomo di parola, io.

Eppure lui è un mediomassimo, uno più alto e più grosso di me.

Come lo è Jack Johnson.

Ho distrutto O’Brien, ma nessuno riesce a regalarmi un briciolo di fiducia.

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(da “Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring” di Dario Torromeo, Absolutely Free editore, 194 pagine, 12 euro)

 

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