Scopriamo chi è Shelley Watts, zingara delle boxe e rivale di Irma Testa

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Giochi di Rio 2016/Dario Olimpico

Shelley è nata a Port Macquarie nel New South Galles, Australia.

La famiglia, mamma Cheryl e papà Michael, assieme ai fratelli Samuel e Jy, vivono a Laurieton. In quel paesone che conta poco meno di duemila abitanti, la ragazza torna poco. La maggior parte dell’anno la passa a Canberra, ma spesso è in giro per il mondo.

Shelly Watts si definisce “una zingara della boxe“.

Non ha neppure un indirizzo dove farsi spedire la posta. Chi deve scriverle una lettera può inviarla a casa della nonna, anche lei vive a Laurieton.

L’australiana ha scoperto la boxe per caso. Giocava a calcio, si è infortunata al ginocchio, è stata operata e come fisioterapia rieducativa le hanno consigliato alcuni esercizi di pugilato. È stato amore a prima vista.

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Da quel giorno sono passati sei anni, oggi la ragazza ne ha 29. Li ha festeggiati mercoledì scorso al Villaggio Olimpico. Niente festa e neppure un pezzo di torta da spazzolare. L’australiana ha qualche problema di peso e la dieta che deve osservare è ferrea.

Stasera salirà sul ring per la prima volta, sarà l’avversaria di Irma Testa. È nove centimetri in meno dell’azzurra, ha undici anni in più.

Si è preparata all’Istituto Australiano dello Sport, una struttura all’avanguardia. Il suo team crede molto in lei, al punto da indicarla come una medaglia sicura.

Boxa molto raccolta, preferisce attaccare facendo pressione sull’avversaria per poi chiudere la distanza e scaricare al corpo.

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Nel 2014 ha vinto i Commonwealth Games. Il papà ha festeggiato urlando nella notte di Laureton.

È legato proprio al signor Michael l’episodio più drammatico della vita di Shelley. Mancavano pochi giorni al Natale del 2015 e lei stava andando a dormire. Il giorno dopo avrebbe dovuto disputare la preolimpica. Una telefonata l’aveva scossa appena prima che prendesse sonno.

Qualcuno aveva preso a pugni il papà davanti a un albergo della città dove vivevano, lo stesso albergo dove poco prima lui aveva bevuto un paio di birre.

Il pugno aveva devastato il volto di Michael. Lo zigomo destro si era fratturato in dieci punti. Una lunga e complessa operazione aveva rimesso le cose a posto. Doloroso il periodo di recupero.

Una gran paura.

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Per fortuna ora le cose vanno decisamente meglio e domani (a Laureton mancherà poco a mezzogiorno) lui e la moglie saranno davanti alla tv per vedere l’esordio ai Giochi della loro bambina. Cheryl si metterà le mani sulla faccia e spierà come attraverso una grata il teleschermo. Urlerà quando lei sarà colpita, griderà più forte quando sarà lei a colpire. Una sofferenza, comunque vada.

Shelley osserverà il rituale di sempre.

Indosserà l’abbigliamento da gara, si farà bendare le mani dal coach, poi chiederà di rimanere sola. Quindici minuti per vedere, passo dopo passo, quello che sarà il match che ancora deve cominciare. Infine inquadrerà il momento chiave, quello in cui l’arbitro alzerà la sua mano indicandola come vincitrice dell’incontro.

Sinceramente, mi auguro che rimanga delusa dal finale.

La mano alzata, spero, sarà quella di Irma Testa.

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