Libero a un passo dall’esecuzione, dopo 46 anni nel braccio della morte

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“Un colpevole punito è un esempio per la canaglia; un innocente condannato è cosa che riguarda tutti gli uomini onesti.” (Jean de La Bruyère, I caratteri, 1688)

L’ex pugile Iwao Hakamada ha ottant’anni, quarantasei li ha vissuti nel braccio della morte. I giudici l’avevano ritenuto colpevole di quattro omicidi. Era innocente. Questa è la sua storia.

L’incubo comincia una calda sera di fine giugno del ’66. Iwao Hakamada è un uomo di trent’anni che dopo avere chiuso con il pugilato ha trovato occupazione in una fabbrica di soia. Nelle prime ore della notte un violento incendio scoppia all’interno della casa del suo datore di lavoro. Iwao, che dorme in una costruzione vicina, corre subito a dare una mano e aiuta a spegnere l’incendio.

Stesi sul pavimento di casa vengono scoperti quattro corpi. Il padrone della fabbrica, sua moglie e i loro due bambini. Tutti pugnalati a morte. Sono stati rubati 200.000 yen. Viene trovata l’arma del delitto, un coltello con una lama di 14 centimetri.

La polizia ferma Hakamada. Sembra che sul suo pigiama ci sia una minima quantità di sangue.

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Viene portato in Centrale e interrogato. Duecentosessantaquattro ore di interrogatorio con turni ininterrotti di sedici ore. Per 23 giorni Iwao Hakamada subisce ogni forma di tortura. Lo prendono a calci, lo incappucciano, gli impediscono di dormire, non lo fanno andare al bagno, non lo fanno bere.

Non potevo fare altro che accovacciarmi sul pavimento cercando di evitare di defecare.”

Uno dei poliziotti gli fa mettere il pollice su un tampone di inchiostro, gli fa vedere una confessione già scritta e gli urla un ordine mentre gli torce il braccio.

Scrivi qui il tuo nome!”

Iwao confessa gli omicidi.

Il processo è solo il proseguimento della persecuzione. Il pigiama è scomparso, al suo posto appaiono cinque pezzi di vestiti con macchie di sangue. Una t-shirt e un paio di pantaloni sono le prove chiavi.

La difesa fa presente che se l’assassino ha colpito con una lama così lunga non possono non esserci ferite anche sul suo corpo. E Hakamada non presenta alcun taglio.

Nel 1968 una commissione di tre giudici lo dichiara colpevole di strage e lo condanna a morte per impiccagione. Comincia il lungo viaggio nel braccio della morte.

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Hakamada è forte. E’ stato un pugile di valore che ha avuto un’intensa attività dal 1959 al 1961 come peso gallo e piuma, riuscendo a mettere assieme 29 combattimenti di cui 16 vinti. L’anno migliore è stato il 1960 (13+ 4- 1=) quando lottava per battersi con i migliori.

E’ forte, ma la macchina della giustizia giapponese è pronta a stritolarlo.

Lui continua a dichiararsi innocente, proclama l’assoluta estraneità al fatto. Gli credono solo le persone che gli stanno vicino, così si pensa per quasi quindici anni. Poi, una lenta, sofferta svolta.

Nel 1980 la Corte Suprema rifiuta la richiesta di un nuovo processo. Ma il Ministro della Giustizia continua a non firmare l’ordine di esecuzione. Non è sicuro che il modo in cui si è giunti al verdetto sia stato del tutto corretto.

Il mondo del pugilato si schiera in difesa di Hakamada.

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Rubin Carter, uno che ha vissuto sulla sua pelle una situazione simile, parla in favore del collega.

La Japan Pro Boxing Association è la più attiva. Forma il comitato “Free Hakamada Now” (foto sopra), raccoglie firme. L’ex presidente e campione mondiale dei paglia Hideyuki Ohashi crea un team di appoggio assieme al segretario generale Shosei Nitta e all’avvocato Tomoyuki Kataoka.

L’attore Jermy Iron interviene pubblicamente sul caso.

Nel braccio della morte Iwao continua a vivere immerso nell’incubo.

Gli impediscono di parlare con le guardie, può ricevere rarissime visite. La sorella Hidako lotta al suo fianco con tutte le forze.

Norimichi Kunamoto, uno dei tre giudici che hanno decretato la condanna a morte, parla pubblicamente dei suoi dubbi. Dice di non essere mai stato convinto della colpevolezza. Confessa di avere cercato di convincere gli altri due giudici ma di non esserci riuscito. E’ stato un verdetto a maggioranza.

In Giappone scoppia lo scandalo. Nessuno aveva mai parlato prima dei conflitti all’interno di un gruppo di giudici alla vigilia di una sentenza.

Gli avvocati che difendono Hakamada scoprono nuove prove a supporto dell’innocenza. La tortura per estorcere la confessione è ormai assodata. Il DNA trovato sulle macchie di sangue dei vestiti portati in tribunale come prove evidenti non combacia con quello di Iwao. I pantaloni sono di almeno tre misure più piccoli della taglia del condannato (foto sotto).

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Crescono le grida di giustizia da parte del mondo della boxe. Il World Boxing Council nel Congresso del 23 novembre 2014 raccoglie le firme di campioni e dirigenti per “Free Hakamada Now”. L’ex campione dei massimi Vitali Klitschko è il testimonial più importante.

Finalmente la Corte riconosce le nuove prove a discolpa e ordina un processo di revisione. Nell’attesa libera subito Iwao Hakamada.

E’ insopportabilmente ingiusto prolungare ulteriormente la detenzione dell’imputato” dice il giudice Hiroaki Murayama in un comunicato “La possibilità della sua innocenza è diventata chiara a un livello più che rispettabile.

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Giovedì 27 marzo 2014 Iwao Hakamada (nella foto con la sorella Hidako) esce dal carcere di Shizuoka, lascia nel braccio della morte 129 condannati. Gente che come lui non sa quando e quale sarà la sua fine. La notizia dell’esecuzione viene infatta data ai detenuti solo un paio d’ore prima dell’impiccagione.

L’ex pugile è in condizioni fisiche e mentali disastrose a causa degli ultimi anni di detenzione. In isolamento, privo di contatti anche con l’esterno e in angosciante attesa di una guardia che gli comunicasse quante ore avesse ancora da vivere, ha accumulato uno stress insopportabile.

Fuori dal carcere ha trovato la sorella. Hidako, che oggi ha 83 anni, tre più del fratello, è stata la prima ad abbracciarlo.

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Il 6 aprile 2014 a Tokyo il Wbc gli consegna la cintura verde e oro di campione onorario.

Dopo  46 anni nel braccio della morte (mai alcun altro detenuto vi è rimasto tanto), l’innocente Iwao Hakamada era finalmente libero.

(da “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

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