Johnson perde contro Willard, poi confessa: “L’ho fatto per soldi!” Era il 5 aprile 1915

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Jack Johnson scappa dall’America razzista, fugge in Canada nascosto tra i giocatori di basket dei Black Giants. Sbarca in Europa. Compra cavalli da corsa che ricopre con gualdrappe di seta. Si fa seguire da un’orchestra jazz in cui lui suona la viola. Combatte a Parigi. Poi va in Argentina e disputa quattro match.

Il 5 aprile 1915 è a L’Avana. Lo aspetta la difesa mondiale contro Jess Willard.

Cuba è la meta preferita dei miliardari che arrivano dalla Florida e dal Texas. Vanno a spendere soldi al riparo dall’FBI. E poi a Cuba ci si può ubriacare senza problemi. L’ippodromo di Manano è a otto chilometri dalla capitale. Un fiume di gente si mette in marcia fin dal mattino. Ci sono ventimila persone attorno al ring, altre cinquemila sono arrampicate sulle colline.

Jess Willard è l’ultima grande speranza bianca. Ha 33 anni, quattro in meno di Johnson, ed è un autentico gigante che sfiora i due metri per 110 chili di peso. Jack ha accettato la sfida per 30.000 dollari di borsa ufficiale. Il match è programmato sulla distanza delle 45 riprese.

Dopo il gong del 25º round, Lucille Cameron lascia l’arena. Nella 26ª un diretto destro di Willard centra Jack alla mascella. Il campione va al tappeto, è knock out. Alza il braccio, lo piega all’altezza della fronte, come a coprirsi gli occhi dal sole cocente dell’Avana. Una foto immortala quella curiosa immagine. La confessione del campione aprirà le porte ai dubbi.

Johnson believed that even at the age of 37 and carrying excess flab, he would be good enough to withstand the challenge of Jess Willard.

Johnson nel gennaio 1916 concederà un’esclusiva, dietro il pagamento di 250 dollari a Nat Fleischer futuro direttore di The Ring, e ammetterà di avere accettato di perdere in cambio del permesso di rientrare nelle Stati Uniti e del versamento di 50.000 dollari in contanti. I soldi dovevano essere versati direttamente alla moglie che, seduta a bordo ring, lo avrebbe avvertito con un segnale convenuto: un cenno della testa o un fazzoletto bianco sventolato tre volte. Il match si sarebbe dovuto concludere all’undicesimo round, ma da Lucille Cameron non era arrivata alcuna indicazione. Johnson aveva così continuato a combattere cercando di chiudere il match in suo favore. Alla ventiquattresima ripresa finalmente i soldi erano finiti nella borsetta della signora. Due round dopo tutto era finito.

Il 20 luglio del 1920 Jack Johnson si costituisce alla polizia degli Stati Uniti. Sconta la condanna a un anno e un giorno nella prigione di Leavenworth. Quando esce ha solo cinque dollari in tasca. Continua a salire sul ring fino a 60 anni, si esibisce al circo, sui palcoscenici di provincia. Una pelle di leopardo copre quel corpo che per anni ha spaventato l’America dei bianchi.

Il 10 giugno del 1946 torna a casa a bordo di una Lincoln Zephyr. Perde il controllo dell’auto, taglia dritto una curva e chiude a Raleigh, nel North Carolina, la sua avventura.

Ha vissuto da re, da campione, da spaccone e da arrogante, comunque sempre da protagonista. Nessun nero prima di lui era stato campione dei massimi. Solo 22 anni dopo un altro afro americano, il mitico Joe Louis, riuscirà a imitarlo. Ma questa è un’altra storia.

5 aprile 1915, Oriental Park, Havana, Cuba. Campionato del mondo pesi massimi: Jess Willard (sfidante, 109 chili) batte Jack Johnson (102 chili) per ko al ventiseiesimo dei quarantacinque round previsti. Arbitro: Jack Welsh. Interruzione del match dopo 1:26 della venticinquesima ripresa.

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