Frank Bruno, vent’anni fa l’ultima sfida. Poi sono arrivati i colpi maligni della vita

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Da professionista a Frank Bruno era bastato un pugno, un solo colpo, per entrare nel cuore della gente. Aveva lasciato il ring come se fosse stato lui il vincitore, anche se alla fine di quel match era uscito sconfitto per kot al quinto round. Era accaduto all’Hilton Hotel di Las Vegas il 25 febbraio del 1989, nell’incontro con il fenomeno Mike Tyson.

I tifosi inglesi avevano invaso la città del gioco, in settemila erano volati in Nevada solo per lui. Anche i giornalisti britannici erano calati in massa, il tabloid The Sun aveva inviato sette persone, fra cui tre fotografi.

Quando mancavano quarantanove secondi alla fine della prima ripresa, un perfetto gancio sinistro di Bruno aveva fatto traballare Tyson. Non era mai accaduto nei trentacinque match disputati da Iron Mike sino a quel momento. Di solito era lui a far volare gli avversari fuori dal ring. Ne aveva affrontati 35 e solo in quattro erano riusciti a sentire il gong dell’ultimo round. Quel colpo aveva fatto impazzire la Gran Bretagna. Bruno aveva perso ancora una volta, ma era rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che per la prima volta aveva scosso Mike Tyson.

Era la consacrazione a eroe popolare per questo gigante nato nell’ospedale di Hammersmith, a Londra, nel novembre del 1961. I suoi genitori venivano dai Caraibi, ma lui era inglese al cento per cento. Era il figlio più piccolo di una famiglia numerosa: Michael, Eddie, Faye, Joanne, Angelo e poi lui. Il papà, Roberto, veniva dalla Repubblica Dominicana. La mamma, infermiera e predicatrice laica pentecostale, era giamaicana.

Frank Bruno aveva un fisico scultoreo, 1,89 per 110 chili, una voce baritonale e una risata che faceva tremare le pareti. Attorno aveva un fantastico gruppo Made in Britain: i promoter Mickey Duff o Frank Warren, il manager Terry Lawless, il maestro George Francis e il cut man Dennie Mancini. Lui, un nero, aveva sposato nel 1990 una donna bianca del West End. Un matrimonio con la chiesa stracolma di invitati e la gente assiepata dietro ai nastri gialli tesi dalla polizia a protezione della coppia. Con Laura Mooney, da cui avrebbe divorziato nel 2001, aveva avuto tre figli: Rachel, Nicola e Franklyn jr.

La gente gli voleva bene.

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C’erano ventisettemila spettatori allo stadio di Wembley il 2 settembre 1995. La notte magica di un campione sfortunato. L’avversario era Oliver McCall, soprannominato “Atomic Bull”, il toro atomico. L’uomo che, sorprendendo il mondo intero, aveva sconfitto per knock out proprio Lennox Lewis, togliendogli così il titolo. E adesso era venuto a difendere la corona del Wbc contro il grande nemico.

Un’atmosfera da favola per bambini. Musica, luci, fuochi d’artificio, un lungo incedere dei duellanti fino ad approdare al luogo dove tutto si sarebbe svolto. Poi lo spettacolo si era improvvisamente tramutato in una recita per animi forti. Sul ring, per dodici riprese, Bruno aveva dominato la sfida e finalmente aveva sentito l’annunciatore pronunciare le parole per così tanto tempo sognate.

«The winner and new…»

«Il vincitore e nuovo…»

Il titolo del World Boxing Council era finalmente nelle sue mani. Piangeva di felicità come un bambino davanti ai giocattoli nuovi. Non riusciva a trattenersi. Era diventato campione del mondo dei pesi massimi. Il pubblico era in delirio, il suo cognome veniva urlato da una folla impazzita che lo ripeteva ritmicamente sino all’esasperazione. Ci sarebbero state ventimila persone per le strade della sua città ad applaudirlo mentre passava in parata, su un’auto scoperta, accanto a Laura.

«Bruuunoo, Bruuunoo, Bruuunoo»

Erano i giorni della gloria e della felicità. Ma non preoccupatevi, presto sarebbero arrivati anche quelli della disperazione.

Il 16 marzo del 1996, vent’anni fa, affrontava nuovamente Tyson. E perdeva. Gli lasciava il titolo e portava a casa sei milioni di dollari. Non c’era storia in quel match. Iron Mike dominava e Mills Lane interrompeva la sfida quando Bruno si fermava alle corde, incapace di difendersi. Era il suo ultimo match. Carriera chiusa, stop, le luci si spegnevano sul gigante amato dalla folla.

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Quella sconfitta, il divorzio dalla moglie, ma soprattutto l’addio al pugilato provocavano sconquassi. Frank era stato sempre affascinato dalla boxe. Tenersi in forma, rispettare le regole, misurare gli sforzi, inseguire precisi obiettivi. Ecco il programma che lo appagava, lo faceva sentire sereno. Non era uno schiavo dello sport, ma lo sport lo teneva in ostaggio: aveva creato in lui una sorta di dipendenza da cui gli sarebbe stato impossibile uscire. Senza l’obbligo di rispettare quei ritmi, si sentiva senza aria, privo di un obiettivo, prigioniero di una libertà che non sapeva gestire. E, oramai senza freni, andava incontro al fantasma più nero.

Nel 2003 aveva smesso definitivamente di allenarsi, lì era cominciata la sua discesa. Segnali importanti erano apparsi molto tempo prima, ma erano stati visibili solo alla ristretta cerchia di familiari e amici che, per malintesa pietà, non si erano mossi. Lui aveva cercato di combattere il male andandosene in giro per il Paese.

Faceva qualche apparizione in night club e discoteche. Lavorava come DJ, cantava. Nei tempi d’oro la sua versione di “Eyes of the Tiger” (tratta dalla colonna sonora di Rocky III) era arrivata fino al ventottesimo posto della Hit Parade britannica. Ma tuffarsi nella notte inseguendo le note di una canzone era una cura che non poteva guarirlo.

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Il 22 settembre del 2003 qualcuno aveva bussato alla porta della sua casa a Standon Massey, nel Brentonwood Borrough Council. Quando Frank aveva aperto, si era trovato in giardino un’ambulanza, quattro infermieri, un dottore, una squadra di poliziotti e decine di giornalisti. Era accusato di essere vittima di disordini mentali. C’erano volute sei ore per convincerlo a salire sull’ambulanza. La mamma aveva saputo dalla tv la notizia e aveva pianto. Lui si era sottoposto a test psicologici e psichiatrici. Le visite avevano dato ragione a chi si preoccupava per la sua salute. Soffriva di depressione da mesi. Gli era stato diagnosticato un disordine bipolare e una sindrome maniaco depressiva. Era rimasto in clinica per più di un mese.

I giornali, anche quelli che gli erano stati particolarmente vicini nei giorni dei trionfi, non avevano avuto pietà.

“Bruno tutto matto, rinchiuso in ospedale”, aveva titolato il Sun.

In seconda edizione avrebbe modificato le parole. Nei giorni successivi si sarebbe scusato e avrebbe fondato un’associazione per le vittime di malattie mentali. Ma il danno ormai era fatto.

Lui non se l’era presa.

«Hanno contribuito a farmi diventare un grande personaggio, scrivano pure quello che vogliono».

Sembrava sereno, ma dentro aveva un buco nero che lo stava divorando. Nel 1990 la Regina Elisabetta II gli aveva conferito l’MBE (Membro dell’Impero Britannico), un’onorificenza che l’aveva inorgoglito. E ora quattro infermieri avevano bussato alla sua casa per portarlo in una clinica psichiatrica.

Il 9 ottobre del 2005 Bruno ammetteva di avere fatto uso di cocaina dal 2000 in poi. Due mesi dopo annunciava di aspettare il quarto figlio da Yvonne Clydesdale, diventata nel frattempo la sua compagna. Il 10 maggio dell’anno successivo nasceva Freya.

Frank Bruno si è continuato a muovere tra l’incubo della tragedia e il sogno di una redenzione che sembrava più volte raggiunta per poi sfuggirgli di nuovo tra le mani.

A fine 2012 è incappato in una ricaduta. Un ricovero forzato in ospedale dove ha rischiato di essere ucciso da un altro paziente che l’ha inseguito minacciandolo con un coltello.

I giornali sono tornati a picchiare duro. Hanno scritto che l’ex campione aveva anche tentato il suicidio, Frank ha smentito alla sua maniera.

«Sono poco coraggioso e poco furbo per farlo».

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Sembrava che l’opinione pubblica gli avesse ormai girato le spalle. Ma era, ancora una volta, un’impressione sbagliata.

Frank ha continuato a fare serate. Un discorso a una cena di gala, un’apparizione pubblica, un’apparizione come ospite d’onore. Basta uno spettacolo in televisione o anche una passeggiata per strada per capire quanto sia errata l’idea che la gente l’abbia dimenticato.

Franklyn Roy Bruno vive in un villaggio alla periferia di Leighton Buzzard nel Bedfordshire e gestisce un’Accademia Pugilistica a Orpington nel Kent, un’ora e mezzo di macchina a sud.

Ogni tanto puoi trovarlo sugli spalti in legno del campo dove gioca la squadra giovanile di rugby dei Brentonwood. Tra quei ragazzi c’è Franklyn jr., suo figlio.

«Ha scelto uno sport duro», dice Bruno. E poi spara una di quelle fragorose risate che l’avevano reso famoso.

L’Inghilterra ha amato, ama e amerà sempre Frank Bruno. Un eroe popolare, anche se sul ring e nella vita ha conosciuto molte amare sconfitte.

(estratto da “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

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