Oliva: Italia, quanti errori ! Dentro i giovani e via il coach incapace di leggere i match

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di Patrizio Oliva*

La disfatta della squadra azzurra agli ultimi Mondiali di Doha deve far riflettere. In che situazione si trova il nostro pugilato dilettantistico?

Sino a oggi solo due azzurri si sono qualificati per l’Olimpiade di Rio 2016: Clemente Russo (91 kg) e Valentino Manfredonia (81 kg). Il resto dei candidati avrà ancora a disposizione tre tornei. A uno potrà partecipare il solo Valentino, negli altri due i posti a disposizione permettono di coltivare buone speranze: sono 39 nell’evento mondiale (2 nei minimosca, 1 nei massimi e supermassimi, cinque nelle altre categorie); sono 30 in quello europeo (tre per categoria di peso). Ma, visto che eravamo abituati a conquistare il pass attraverso  Mondiali ed Europei, per poi andare a vincere medaglie ai Giochi, qualsiasi cosa riusciremo a portare a casa costituirà una magra consolazione.

Ho cercato di capire cosa ci sia che non va nell’attuale gestione del settore, per rendere a me e a voi più semplice il discorso ho scandito le mie riflessioni in sei punti.

1) Negli ultimi 15 anni hanno combattuto sempre gli stessi pugili che hanno ottenuto ottimi risultati, ma che nelle ultime due stagioni hanno  più volte dato segnali di resa. Russo non ha vinto né Wsb, né Apb. Perdendo tre volte su tre contro Egorov, che non è certo il miglior massimo in circolazione. Valentino su dieci match ne ha persi sei. Picardi ha perso tre dei quattro match nelle Wsb e ha lasciato l’Apb dopo un solo incontro (vinto per forfait). Erano segnali evidenti che facevano capire come fossero vicini all’esaurimento del proprio potenziale, alla mancanza di motivazioni. Era a quel punto che bisognava puntare su forze nuove, ma agli allenatori della nazionale è mancato il coraggio di farlo, quel coraggio che ho più volte sentito invocare dall’angolo. Era il tecnico che non ne aveva avuto nel prendere decisioni difficili ma improrogabili a chiederlo ai propri pugili nel momento più duro del match. Parlo a ragion veduta. Ho subito mille critiche per avere preferito, per fare due esempi, Fragomeni al campione italiano Mocerino o Bundu al detentore del titolo tricolore Simiele. I fatti mi hanno dato ragione. Non bisogna tirarsi indietro al momento di difendere le proprie idee chiare e di possedere la forza per imporle anche se sono scomode e impopolari.

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2) Combattere prima sui tre round (campionati AIBA), poi sui 5 (torneo WSB), quindi su otto, dieci o 12 (torneo APB). Poi di nuovo sulle tre riprese. Tutto questo ha reso quanto mai difficoltoso l’intero ciclo di preparazione, non solo fisica ma anche mentale.

3) Mangiacapre (foto in alto) è un talento che non si è espresso totalmente. E non per colpa sua. Ha delle doti percettive incredibili, ma se combatte troppo distante dall’avversario e non può rientrare con colpi d’incontro, quelle doti  servono a poco. E poi l’hanno fatto boxare sia nella categoria dei 64 kg nei tornei Aiba che in quella dei 75 Kg nei tornei Wsb. Undici chili di differenza. È assurdo! Era inevitabile che perdesse brillantezza e lasciasse per strada le sue caratteristiche vincenti.

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4) Da qualche tempo c’è una carenza tecnica evidente all’interno della nazionale italiana. Più volte dall’angolo ho ascoltato consigli tattici sbagliati, a dimostrazione di una chiara incapacità nella lettura dei match.

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5) Mi chiedo come sia stato possibile che in 15 anni di lavoro non siano riusciti a costruire con successo pugili su cui puntare per il futuro, ma abbiano invece sempre scelto gli stessi, negando ad altri la possibilità di crescere. Ai Mondiali hanno proposto come nuove leve Maietta e Cavallaro. Nelle ultime due stagioni: quattro sconfitte su dieci match il primo, due vittorie in sei incontri delle Wsb il secondo. Sono usciti entrambi al primo turno. Il risultato è che, per colpa di una serie di errori tecnici, oggi non abbiamo un ricambio in vista dell’Olimpiade di Rio 2016 e non l’avremo neppure per l’immediato futuro con l’eccezione del siciliano Alessio Cangelosi (foto sotto), bronzo junior a Europei e Mondiali, sempre che lo staff riesca a gestire le sue doti in modo diverso da come ha fatto negli ultimi periodi con la nazionale maggiore.

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6) Assisi è il campo di allenamento sbagliato. I ragazzi devono essere inseriti in un contesto più adatto a loro. L’ideale sarebbe allenarsi assieme ai campioni di altri sport provenienti da tutto il mondo, come accadeva Formia qualche anno fa. Gli esempi positivi di fatica e successi di atleti di diverse discipline e di ogni nazionalità servirebbero da stimolo anche per i pugili e li aiuterebbero a crescere come persone e come sportivi.

Il settore ha bisogno di un cambiamento netto. Alla  boxe non può bastare la logica del “grande evento”, è solo fumo negli occhi. C’è bisogno di restituire credibilità al dilettantismo attraverso una seria progettualità che sappia guardare al futuro puntando sulle nuove generazioni.

*Campione olimpico e miglior pugile dei Giochi da dilettante. Campione italiano, europeo e mondiale da professionista. Allenatore della nazionale italiana e del campione del mondo pro’ Giacobbe Fragomeni.

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