Pochi soldi, Tv che non collaborano, fuga tra gli sport minori. Dove va la boxe pro?

interferenzaIl professionismo italiano è apparentemente in salute.

Dice Carlo Nori, presidente di una Lega Pro Boxe che mi sembra stia lavorando bene: “È stato raddoppiato il numero degli affiliati, sono state create nuove figure operative (gli organizzatori junior ad esempio), i cento neo prò sono una risorsa”.

Ma dice anche: “Dal punto di vista economico siamo in continua sofferenza. Nonostante la grande attività e una leggere crescita delle sponsorizzazioni non riusciamo a generare serenità finanziaria”.

Soldi e televisione sono i due eterni problemi di casa nostra.

In tempi recenti il pugilato è passato da Rai a Mediaset, a Sportitalia, a Deejay Tv. Ed è stato (quasi) sempre vissuto con il concetto del mordi e fuggi. Non c’è grande promozione attorno all’evento, non ci sono trasmissione legate a questo sport se non quelle di cronaca, in questo modo i protagonisti sul ring non riescono mai a diventare personaggi. Un po’ per demerito loro e di chi li gestisce, ma anche di una televisione che (oltre a pagare poco l’acquisizione dei diritti) sembra avere abolito addirittura le interviste. Non sappiamo chi siano, cosa pensino, come vivano quei due signori che si prendono a pugni per 8, 10, 12 riprese.

tvLa mancanza di presa popolare ha generato una cultura del silenzio. Il pugilato è ignorato dai giornali e vissuto con grande fatica anche sulla Rete. Questo ha provocato un corto circuito mediatico che ha relegato la boxe nel ghetto degli sport minori. Siamo sempre di meno, facciamocene una ragione. Sui social network e nei Forum sembra che ci sia grande fermento attorno alla nobile arte, la realtà è che sono sempre le stesse (e sono ottimista) duecento persone che a giro scrivono messaggi, lanciano insulti, si confrontano tra loro.

Sono pochi i fruitori dello spettacolo, il che equivale a scarso interesse da parte delle Tv. Vero, ma questa è anche la facile chiave di lettura che le stesse televisioni hanno scelto per giustificare la poca voglia di impegnarsi per rendere più vivace il prodotto.

Prendiamo Deejay Tv. Mi dicono abbia raggiunto l’obiettivo che si era prefisso, lo share l’ha soddisfatta. Ma ancora non ci sono segnali per un rinnovo dell’accordo. E poi il pacchetto che costruisce attorno all’evento è inesistente. Inoltre accetta una programmazione senza prendersi il diritto di veto. Non tutti i match trasmessi avevano il marchio della spettacolarità. E questo oggi la boxe non può permetterselo.

floydPrendiamo la Rai. Sembrava si fosse risvegliata. L’acquisizione di quattro mondiali prima e di Mayweather vs Berto poi aveva fatto credere a un rinnovato interesse. Ma è stato proprio l’ultimo match di Pretty Boy a farci capire quanto l’Ente di Stato sia incapace di gestire il prodotto che ha tra le mani. Scarsa promozione. Impossibile trovare l’evento sullo stesso sito web ufficiale. E se foste andati a cercare indicazioni nella guida ai programmi non avreste trovato traccia di Floyd Mayweather. Ma non basta.

L’incontro è cominciato in ritardo rispetto al previsto. Non per colpa della Rai, ma perché il povero spettatore che si era messo davanti alla Tv alle 5:00 del mattino non solo non ha visto nulla, ma non è stato neppure avvertito da un sottopancia dell’imminente avvio del collegamento?

La replica prevista e strillata per le 21:00, in realtà è cominciata alle 20:00 con una programmazione genere sullo stile caccia al tesoro.

I due mondiali del sottoclou annunciati per una trasmissione in differità il venerdì successivo all’evento principale non sono mai andati in onda.

Se gestiscono così Mayweather, come si può pretendere che facciano meglio con prodotti di minor spessore?
Mediaset che aveva la possibilità di programmare su Italia 1 ha demandato l’onore a Italia 2. Poi, lentamente ha fatto scivolare l’orario di inizio dei match. Dalle 23:00, alle 23:30, mezzanotte, mezzanotte e mezza, una e quindici…
A quel punto ho abbandonato anch’io.

gazzaTutto questo per dire che continuiamo a girare a vuoto. L’unico elemento che può portare soldi vitali per il movimento è la Tv. Ma le televisioni non sembrano interessate.

Dice, manca il personaggio trainante.

Difficile crearlo se ti tagliano le gambe in partenza.

L’impossibilità di attingere a quello che era un serbatoio naturale, il dilettantismo, ha privato il pugilato di casa nostra di una fonte indispensabile.

Ora sembra che ci sia la possibilità che a fine 2016 anziché sancire il definitivo distacco, la Fpi provi a ricucire i rapporti con i suoi prò. Magari già dai Mondiali di Doha potremmo avere qualche notizia positiva in merito. Ma il fatto di tornare sotto l’ala federale non risolverebbe certo i problemi, come non li aveva risolti in passato. A meno che i contributi che il Coni versa alla Fpi per l’attività dilettantistica non siano in parte spostati (come si faceva una volta usando mille stratagemmi) su un altro settore.

E veniamo agli organizzatori.

La Lega gestisce sponsorizzazioni e accordi televisivi, poi dà una quota parte importante di quello che raccoglie agli organizzatori. Più l’evento sarà capace di catalizzare interesse da parte delle aziende e delle Tv, più soldi ci saranno da spartire. Si dovrebbe avere quindi tutto l’interesse a pubblicizzare l’avvenimento. Ma a dare uno sguardo in giro mi sembra di essere fermo nel tempo.

Si lavora con la stessa metodologia di molti anni fa.

Niente spazi sui giornali, silenzio sui social network, incapacità a creare curiosità attorno all’evento. Sembra quasi che le serate di pugilato siano riunioni carbonare da tenere gelosamente nascoste. Se non ci fosse Boxeringweb, o qualche altro volenteroso sito, l’80% dell’attività resterebbe avvolto nel mistero.

Gli organizzatori, dicono: non ci sono soldi da investire in questo campo. Bene, che allora la boxe resti nel ghetto dei senza nome e nessuno provi più a lamentarsi. Continueremo a parlarne in quattro gatti fino al momento in cui anche qualcuno di noi si stancherà e allor il silenzio che ne scaturirà farà molto rumore.

guantoniUn’ultima cosa. Arrendiamoci all’evidenza. Dobbiamo renderci conto che il prodotto boxe non è più quello di una volta.

Per giro d’affari che riesce a smuovere, per interesse mediatico, per popolarità dei professionisti siamo lontani anni luci dal periodo d’oro.
Non illudiamoci di poter tornare a quei giorni.
Gli operatori del settore prendano consapevolezza di questa realtà. Che tutti provino a lavorare in una dimensione minore, senza per questo sentirsi sminuiti. Facendo bene e lavorando assieme non contro (lo sostengo inutilmente da tempo) le cose potrebbero andare avanti con dignità.

Cito ad esempio quello che fanno i Cherchi con il Teatro Principe e le sue riunioni a Milano. Non è l’MGM di Las Vegas, non ci sono tre mondiali a sera. Ma sanno come promuovere i loro eventi, come creare interesse sfruttando quello che hanno a disposizione.

È un po’ quello che fa Buccioni a Roma, anche se con meno forza di impatto sui media. O il modo in cui operano i Duran sul territorio di Ferrara e dintorni.

Credo che questa sia la via italiana al pugilato del futuro.
La nostra boxe non gioca più in Champions League. Sono sei anni e mezzo che non abbiamo un campione di sigla, nostante i titoli a disposizione siano 68!

Ma questo non significa che non si possa vivere ugualmente con grande dignità producendo buoni spettacoli e qualche risultato.

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