Bencic, battere Serena è l’inizio di una nuova storia. Quelle come Belinda…

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Vincere contro Serena Williams. Non sono tante le tenniste che hanno provato questa emozione. Sabato è accaduto alla giovane Belinda Bencic a Toronto. Questa è la storia che ho scritto su di lei qualche mese fa.

Dico a un amico che vorrei avere una montagna di soldi, nell’illusione di poter comprare il tempo. Ore, giorni, mesi, magari addirittura degli anni. E che per nessuna cifra al mondo venderei tempo che è già mio. Quello mi fissa con uno sguardo inquietante e comincia a pensare che io proprio bene non stia. Allora rischio. E mi spiego meglio.

Non baratterei la mia infanzia per guadagni futuri. Lo so benissimo che i soldi aiutano a vivere meglio, non me ne sto accampato sulla Luna a guardare il mondo dall’alto. Ma perché mai dovrei saltare a piedi pari un periodo fantastico della mia esistenza?

Diceva Woody Allen in “Io e Annie”: “C’è una vecchia storiella… Due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: “Ragazza mia, il mangiare qua dentro fa veramente pena”. E l’altra: “Sì, è uno schifo… ma che porzioni piccole!” Beh, essenzialmente è così che io guardo alla mia piena solitudine di miseria, di sofferenze, di infelicità… e disgraziatamente dura troppo poco”.

Melanie Molitorova, che ha perso la desinenza “ova” dopo essersi trasferita in Svizzera da quella che all’epoca si chiamava Cecoslovacchia, ha deciso che il futuro di sua figlia appena nata sarebbe stato quello di una regina del tennis, per questo l’ha chiamata Martina. Come la Navratilova. È andata bene, almeno sul piano professionale. Martina Hingis si è presa il mondo delle racchette quando aveva appena 16 anni.

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Forse ha lasciato per strada la gioia dei giochi con amici e amichette, gli svaghi infantili, la felicità della compagnia di altri bambini, le corse nel prato, i primi fumetti. Non la conosco, non posso sapere se abbia sofferto per questo. Di certo ha saltato una fase della vita. E non la riavrà mai indietro, qualunque sia il conto in banca e quante siano le pagine di giornali che parlano e hanno parlato di lei.

Adesso, per uno strano incrocio del destino, un’altra tennista svizzera d’adozione, con radici nella vecchia Cecoslovacchia, sta scalando le classifiche.

Dicono che Ivan, il papà di Belinda Bencic (è di lei che sto parlando), abbia pensato di educarla al ruolo di campionessa dal momento in cui ha visto sui giornali l’irresistibile scalata di Martina Hingis. Un anno prima che lei nascesse. Anche lui veniva da quella che oggi si chiama Slovacchia. Da Bratislava era approdato in Svizzera nel ’68 per giocare a hockey ghiaccio. Nel ’96 aveva avuto l’illuminazione. Il futuro del primogenito/della primogenita sarebbe stato su un campo da tennis.

Belinda è nata Flawil in Svizzera, nel cantone di San Gallo, il 10 marzo del ’97. Fino a due anni ha vissuto a Obernzwill, non lontano dai nonni paterni. Sei mesi dopo era già a picchiare la pallina nel giardino di casa assieme al papà.

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A 4 anni si sono trasferiti tutti a Wollerau. La piccolina, padre, madre e fratello. Belinda doveva assolutamente studiare tennis proprio nella scuola di Melanie Molitor.

Si allenava e giocava, ovviamente contro quelle più grandi di lei.

Fino a 12 anni è rimasta a imparare da Melanie Molitor.

Palleggiava spesso con Martina Hingis.

“Da lei ho imparato tutto”.

Al dodicesimo compleanno l’hanno mandata in Florida all’Accademia di Nick Bollettieri. Sei mesi a ritmo intensivo nella fabbrica di campioni di Bradenton. Poi, stop. Era arrivato il momento di girare il mondo. Non per divertimento, ma per lavoro.

Assieme al papà ha cominciato a saltare da un torneo junior all’altro. I soldi non erano tanti, così Ivan aveva convinto l’ex compagno di gioco Marvin Niederer a investire qualcosa nell’impresa. Con il passare del tempo Niederer sarebbe diventato il manager della ragazzina prodigio.

Belinda vinceva così tanto da diventare la migliore del circuito. E così erano arrivati gli sponsor. A gestire il traffico di soldi e pubblicità era l’Octagon, agenzia leader nel marketing sportivo. Una firma e a 14 anni era cosa fatta.

Il resto è storia.

Serena Williams, of the United States, leans on her racquet as she plays Belinda Bencic, of Switzerland, during Rogers Cup semi-final tennis action in Toronto on Saturday, August 15, 2015. THE CANADIAN PRESS/Frank Gunn

Due Slam conquistati da junior nello stesso anno: Roland Garros e Wimbledon 2013. L’esordio in FedCup in doppio a 15 anni, una vittoria e una sconfitta. Due tornei ITF in singolare e altrettanti in doppio. Poi gli US Open della scorsa stagione.

Mi fermo un attimo.

E mi faccio qualche altra domanda.

Quanto vale il taglio netto di una parte della propria vita?

Non posso dire di conoscere neppure Belinda Bencic. Il mio discorso non è dunque riferito dirattemente a lei, ma al suo percorso che è assai simile a quello di molti altri sportivi. È uno spunto per capire meglio cosa sia negli anni Duemila la corsa al successo.

A 2 anni e mezzo i primi allenamenti.
A 4 scuola tennis e prime partite.

A 7 primi tornei.

A 12 sei mesi dall’altra parte dell’Oceano a pane e tennis.

A 13 in giro per il mondo a giocare.

A 14 la firma con una società che gestisce sponsor e management.

A 16 la mentalità da professionista è ormai diventata una realtà.

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Qualche tempo fa la Wta ha messo delle limitazioni legate all’età, divieti precisi fino al compimento del diciottesimo compleanno.

In passato c’erano state delle giovanissime che avevano scalato assai in fretta il mondo del tennis.

Erano diventate numero 1 a 16 anni Martina Hingis, a 17 Monica Seles e Tracy Austin, a 18 Steffi Graf e Maria Sharapova. Con l’aggiunta di Jennifer Capriati (due semifinali di Slam a 15 anni) e Andrea Jaeger (numero 2 a 16) tra quelle che avevano avuto fretta di arrivare. Alcune di loro hanno pagato, chi in maniera eclatante chi meno, questa precocità sportiva.

Saltare da un posto all’altro del pianeta, privarsi di riferimenti precisi sul piano degli affetti, non avere alcuna radice, limitare il campo del proprio approfondimento culturale, può costringere le ragazze a lottare prima o poi per conquistare un’esistenza normale.

Oggi viviamo in tempi diversi da quelli in cui operavano le campionesse di cui ho appena parlato, con l’eccezione della Sharapova. Le nuove regole e la richiesta di un tennis decisamente più fisico del passato rallentano l’esplosione affrettata delle giovani tenniste. Per questo ci entusiasmiamo davanti a una Bencic che a 18 anni compiuti non ha ancora conquistato neppure una semifinale in uno Slam. Alla sua età Martina “da cui ha imparato tutto” Hingis aveva già conquistato quattro titoli del Gran Slam.

Il tennis ha un ruolo totalitario da sempre nella vita di Belinda. Non mi ha sorpreso leggere in un’intervista a Sports Illustrated le sue abitudini mattiniere. Appena sveglia accende il computer e si collega ai siti dell’ITF o della Wta. Tra i libri che le sono rimasti più in mente ci sono le biografie di Andre Agassi e Rafa Nadal. In televisione guarda soprattutto i tornei i cui protagonisti si divertono con pallina e racchetta.

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Sono arrivati undici sponsor importanti, il primo milione di dollari in prize money. Forse sono queste le cose che contano. Adesso che sta marciando decisa verso traguardi di prestigio, la maestra di cui “non poteva fare a meno” la vede “un paio di giorni ogni due mesi”. Melanie Molitor appartiene al passato. Il presente è nelle mani di Ivan Bencic, il papà. Che non faceva il maestro, che non ha un passato da tennista, ma che deve avere imparato tutto molto in fretta. Credo.

Belinda Bencic ha un servizio da migliorare, soprattutto nella seconda palla. È veloce di piedi, ha pesantezza di colpi e gioca bene dentro il campo e dal fondo.

È una delle più giovani tra le prime 100, solo Ana Konjuh è più piccola di lei. Nove mesi di differenza, ma anche sessanta posti più giù in classifica per la croata.

Martina Hingis le ha insegnato molto, è stata un modello da seguire e una compagna di doppio con cui giocare. È accaduto lo scorso anno a Tokyo.

Al momento non so quale strada percorrerà Belinda.

Ma so già che non potrà tornare indietro.

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